Blog Critica Selezioni — 15 Giugno 2010
                                                                                

Nadia Cavalera, Spoesie 2006-2009, Fermenti, Roma 2010
recensione di Alfonso Malinconico,
sulla rivista Secondo Tempo, libro trentanovesimo, Napoli, Marcus edizioni, 2010.
                                                                                                                             Nadia Cavalera

«Non riesco ad abbandonarmi ad altre emozioni, quando i tempi incalzano così tristi … Non si può fare poesia allo stesso modo nei millenni.» Così Nadia Cavalera alla fine ha compendiato un fitto scambio di idee via E-Mai! Conclusione: «Ci vuole una svolta.» Le “emozioni” le fornisce un rapporto con sé stessi, col mondo circostante e con i tempi che corrono, ora veramente così tristi. La “svolta” è una dichiarazione di poetica con un proposito – come ricorda Mirella Serri nella Introduzione a “Spoesie” – già annunciato da Nadia al Convegno del 1996 su “Avanguardia e Comunicazione”, allorché ravvisò nel «vuoto nuovissimo linguistico» il pericolo di un linguaggio solo simulatamente nuovo e perciò insulso, sicché coltivare la diversità doveva dire crearne una nuova ed effettiva in una con l’uomo nuovo. Ecco. Negli affari dell’ Arte tra tutti gli avverbi di uso comune (dove, quando, ecc.) conta solo il “come”, e cioè la modalità di espressione che segna la svolta per essere attuali e non epigoni. Attraverso i ristretti “Millenni”, misurati col sentimento umano del tempo e non col rapporto degli anniluce, rimangono nelle grandi linee simili a sé stessi la struttura e l’esigenza di un’or¬ganizzazione sociale, i criteri del giudizio, tutta una gamma di sentimenti, ecc. Oggi possiamo ancora specchiarci nei poemi omerici. I problemi dell’ esistenza quotidiana li ritrovi in Esiodo; la poesia di circostanza in quello che è stato definito il «il più puro artista di Grecia», cioè Pindaro (dalla mitologia alla celebrazione dei vincitori, alle preghiere, alle feste paesane, alle cerimonie funebri, agli ammiccamenti erotici, alla politica, alle sue strategie, alle categorie democratico/aristocratico nelle “Odi Siciliane”, ecc.); perfino i sortilegi ne “La fattura” di Teocrito (secondo Racine l’idillio più vivo e bello dell’antichità); «un disegno d’interesse pubblico» in Aristofane, come dice Ettore Romagnoli, che sfocia anche nella politica, dalle beghe di tutti i giorni, ai destini dei governi ed a volte alle loro malefatte. Tutta una riserva di contenuti viene modellata attraverso i secoli, dalla latinità, dal Medioevo, all’Umanesimo e al Rinascimento, al Barocco, al Classicismo, ai grandi movimenti del secondo Ottocento e del Novecento. Ma è la forma che di volta in volta li rinnova e ne marchia la differenza.
Nadia si è immersa nella ricerca della diversità-linguaggio; ha resistito ad ogni suggestione narcisistica offerta dalla diffusa e appagante atmosfera di avanguardia che ha avvolto gli ultimi decenni del secolo scorso; ha creduto fermamente di darne atto in questa silloge in cui i versi spoetici vengono ordinati in un campionario ricchissimo di invenzioni.
I contenuti vengono ripescati da tutte le gamme della quotidianità. Dal fatto di cronaca; dal flash giornalistico; dalle previsioni di carattere economico; dall’ elogio dei giudici; ai rapporti con la Chiesa; alla tragica realtà del terrorismo, dei conflitti, della violazione dei diritti umani; al liberismo sfrenato; ai grandi accordi e affari economici; alla corruzione, scesa in terra per incarnarsi nei personaggi della vita politica mondiale, da noi scimmiottati (ma con molto profitto) dal dittatore di turno.
Le forme, assimilate con l’esercizio pluridecennale, vengono riversate e proposte nell’opera con straordinaria capacità costruttiva e con la coscienza del “come” di cui ho detto innanzi: «Per essere poeta non basta infilare / paillettes parole versi lustrini rime brillantine / Ci vuole il macero dentro dello spiazzamento / l’affondo chiaro lento nell’emozioni / la tempest’indigesta dell’intorno irreale … »
Così lo stile narrativo che informa la silloge preserva la peculiarità della “poesia” intesa nel contesto temporale e culturale dell’ avanguardia e caratterizzata da un magistero che attinge, come dice ancora Mirella Serri, a nuove dimensioni emotive. Non mi sono mancate occasioni per esporre il mio pensiero sull’ Avanguardia, non come affermazione di principio, dai sapore di dogma, ma mera esperienza del reale. Avanguardia vuol dire superamento di ogni tradizione e quindi relativo impegno. L’impegno, a sua volta, non è un problema che riguarda il tema, nel senso di scelta ed esibizione di un soggetto. È un problema totale, è la contestazione di base e radicale nella quale 1’oggetto e il pensiero sono solo un’intenzione, anche se rivoluzionaria. L’intenzione da potenza si fa atto quando l’impegno diventa linguaggio; ma solo linguaggio di rottura adeguato alla contestazione del costituito; mezzo specifico, che è mezzo critico, di rimessa in causa, di potenza si fa atto quando l’impegno diventa linguaggio; ma solo linguaggio di rottura, adeguato rischio.
In questo senso impegno e linguaggio si attuano in Spoesie, in un titolo che peraltro porta in sé il programma sotto il profilo formale delle invenzioni e della ricerca linguistica.
I versi di Nadia non hanno un’unità di organizzazione e quindi sono assolutamente liberi in questa specie di canzone anarchica, in questa apparente prosa agitata da un motore interno e da un suo originale e moderno ritmo. Una scansione inizialmente monotona e ripetitiva, un largo, un sillabare sdegnosamente stereotipato, propedeutici ad un mosso, molto mosso, ad un impeto incalzante di assonanze, allitterazioni, rime interne (Cui prodest è il ritornello fratello gioiello / sbandierando impossibili passatiste / conflagrazioni di contraddizioni … ), interiezioni-imprecazioni, il tutto intavolato su una massa di figure retoriche, iperboli, eufemismi, anafore (Cui prodest è il ritornello … , v. “Diffidate delle Brigate Rosse”), metafore ( … gli interessi ruotano e ci svuotano / di settanta miliardi lardi di cardi: “Il debito pubblico”) ed altre, fino a un lessico figurato che Nadia ha apprestato per uso e consumo personale (… figuriamoci il mondo sbilenco trombo / guardalo lì / sconcio bamboccio moccio in affondo: “Un confine”).
Raramente chi crea ha la visione anticipata della, diciamo così, eterogenesi degli effetti del proprio lavoro. Eppure Nadia ha detto (“Poesia a comizio”, Antologia a cura di Marcello Carlino e Francesco Muzzioli, Ed. Empirìa 2008): «La forma dei miei lavori è mobile, ognuno può manipolarla come meglio crede al fine di una lettura significativa e utile, che non tradisca però il significato.» Ed in effetti questo pastichage, così nuovo e attuale, rinnovando l’audacia impertinente delle ballate angloscozzesi popolari e tutta la provocazione della beat generation, proprio per questa mobilità e duttilità sembra pronto a lasciare le biblioteche, ad uscire dal libro per girare il mondo, per viaggiare sugli oceani, per ritrovarsi all’angolo di una strada in una insolita performance, in un blak party, col mixage di razionale e irrazionale, sulla bocca di un rapper, di un beatmaker, sintonizzandosi col ritmo e le acrobazie hip hop, con il riff, gli stridori delle chitarre elettriche che portano alle stelle la sfida delle rime e delle allitterazioni.

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