Multimedia Stampa - Web — 15 Giugno 2012

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WEBGIORNALE   11-17 Giugno, n.24

Festival della Poesia Europea di Francoforte. Intervista alla poetessa italiana Nadia Cavalera

Nadia Cavalera (Galatone – Lecce – 1950) laureata in filosofia, si è sempre dedicata all’insegnamento. Vive a Modena. E’ fondatrice del Superrealismo allegorico, nome della sua personale speculazione poetica. Ha fondato con Edoardo Sanguineti nel 1990 la rivista “Bollettario” e dal 2005 organizza e presiede il premio “Alessandro Tassoni”. Tra le sue opere “I palazzi di Brindisi”, Vita novissima”, “Nottilabio”, “Salentudine”, “Spoesie”, “L’astutica ergocratica”. Il percorso letterario di Nadia Cavalera è reso riconoscibile dal profondo interesse politico e civile che lo pervade interamente.
In occasione della sua recente partecipazione alla V edizione del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno (4-8 maggio), le abbiamo posto delle domande.
Che cosa pensa del Festival: ci faccia partecipare a quello spirito contagioso di  poesia e di magia che lo ha contraddistinto.
Ritengo sia un’iniziativa molto valida, ben strutturata e organizzata, che sottende  e rilancia la volontà di un’Europa sempre più unita e definita. Un’Europa che deve conoscersi a fondo, confrontarsi nei vari ambiti, quindi anche in quello della poesia, se vuole superare le tante difficoltà proprie di un’istituzione giovane. E la poesia, troppo spesso relegata a ruolo di innocente e innocuo passatempo, va invece inquadrata come il laboratorio di idee per eccellenza. In questo la magia da innescare. Mi sembra inoltre che il Festival quest’anno abbia assunto un respiro più ampio con l’inclusione nelle 5 giornate della proiezione di due documentari di pregio (quello su  Antonia Pozzi e quello su Gragnaniello), aprendosi così al cinema e alla canzone d’autore. E tutto questo è stato possibile grazie all’abnegazione eroica del suo direttore artistico, la giornalista Marcella Continanza, poeta lei stessa. Il cui sforzo meritevole mi auguro venga sempre più compreso e supportato da parte di tutti gli Enti preposti. Penso innanzi tutto all’Istituto Italiano di Cultura (non ho visto nessun suo rappresentante…) e alla nostra ambasciata, latitante. Mi risulta invece che le altre ambasciate siano state vicine al Festival. Queste occasioni preziose di confronto culturale vanno cementate nelle loro compagini interne. Tanto più in una grande città come Francoforte sul Meno, che non può affidare la sua immagine solo a quella di capitale della finanza.
La sua lesung in Biblioteca, come ha sottolineato qualcuno del pubblico, ha richiamato molto la recitazione di Carmelo Bene. Concorda?
Certo, non mi sorprendo. La mia interpretazione è sempre stata molto teatrale, un mix di vocalità. Mi considero infatti una poetattrice (per prima, come donna, vent’anni fa, ho abbinato un’audiocassetta con una selezione di mie letture ad un libro, “Vita novissima”). Sarà per quella voce impostata, che mi ha cullata sin da piccolissima, al cinema (i miei mi portavano sempre con loro), che ho ritrovato poi in certi programmi televisivi,  e che ho cercato di esercitare infine nelle mie prime letture, proprio di teatro, luogo delle voci. Ho cominciato da Euripide, per l’esattezza, scovato tra i libri di mio padre, e mi divertivo a leggere le battute ad alta voce con tante diversificazioni foniche quanti i vari  personaggi. La voce, era per me, l’anima di una persona, come la persona si rapportava con l’esterno, da interpretare quindi con cura minuziosa. Dal mio teatrino improvvisato, attraverso l’incontro con altri grandi autori (quali Dante, Majakovskij, Brecht, lo stesso Bene), letti sempre ad alta voce,  ho maturato la convinzione circa la voce come strumento musicale unico, che garantisce l’essenza della corporeità di senso da rappresentare. Per me la voce è talmente importante che spesso i miei testi nascono per lei, per garantirne la presenza. Sono spartiti che veicolano l’estrinsecazione della phoné. In questo mi sento vicina a  Carmelo Bene (mio conterraneo – è nato a Cavallino a pochi chilometri da Galatone, mio paese d’origine), che adoro come attore totale, “macchina attoriale” (come amava definirsi), che mastica e ricrea il già dato in maniera singolarissima, o ex abrupto crea il nuovo sulla scena. Mi convincono meno certe sue barocche elucubrazioni teoriche.
Ritrovarsi in un consesso internazionale è stata per Lei  sicuramente un’esperienza molto gratificante. Ritiene che la Sua poesia ne sarà influenzata?
Più che influenzata, credo si possa dire confermata nelle sue naturali  implicazioni. Tutte le avanguardie, da quelle storiche, alla neoavanguardia sino a quella che cerco di proporre io, sono sempre state per l’internazionalità. Non si possono liberare forze nuove rimanendo nell’ambito locale, nel senso di nazionale. Ci vuole una conoscenza e condivisione ampia delle proprie posizioni. Per questo la rivista “Bollettario” (che ho fondato e diretto con Sanguineti per vent’anni) curava, tra l’altro,  raccolte di poesia straniera (dal Kurdistan alla Cina, al Nicaragua, Irlanda e così via…). Primo passo per stabilire un contatto, sollecitare un interesse, auspicare un raccordo. Ecco i festival per me potrebbero servire a questo: ad individuare o verificare “cellule” di eventuale convergenza d’intenti.
Lei ha accennato prima ad una sua idea di avanguardia. Vorrebbe delinearcene i tratti essenziali?
Per me l’avanguardia è  un movimento costante di forze in continuo rinnovo. Un’ottima metafora potrebbe essere l’immagine bellissima delle anatre in volo di Eduardo Galeano in “Memoria del fuoco”. Credo in un movimento convinto nell’antagonismo, compatto, unito (con una fitta rete di rapporti nazionali ed internazionali), ampio al massimo (di massa addirittura). E soprattutto perenne. Per logica conseguenza. Come costante è lo sviluppo capitalistico così deve esserlo il movimento che gli si oppone e che non può ridursi a semplici exploit (come per le avanguardie precedenti). L’avanguardia artistico-letteraria non può sempre essere, come ho già detto provocatoriamente altre volte, un coitus interruptus. La sua presenza sulla scena deve essere stabile.
Oggi serve un’avanguardia che tagli i ponti con le sue precedenti estrinsecazioni e concrezioni per dar luogo ad una nuova forma molteplice, che la veda affianco o promotrice della protesta sociale. Un’avanguardia camaleontica, duttile, che comprenda le donne e dia luogo a quella che io chiamo l’era della umafeminità.
Tornando al Festival, questo ha rappresentato un incrocio di lingue e di culture volto a legare l’essenza della poesia. Come si rapporta il Suo mondo poetico a tale evento?
L’essenza della poesia è indefinibile. E’ il mondo della libertà assoluta. Muta e cambia da soggetto a soggetto. Ogni autore scrive per motivazioni diverse. Chi per dare un senso alla propria vita, chi per cercare il senso della vita, arrampicandosi sui versi alla ricerca del divino. Io scrivo per la pia illusione di contribuire per quel poco che posso a cambiare questo mondo, che non mi è mai piaciuto. Da sempre (c’è un episodio della mia infanzia che dimostra che già da piccola, avrò avuto 5 anni, credevo moltissimo nella potenza taumaturgica del linguaggio…).
E la mia è una scrittura di impegno civile, politico, esercitata in modo consapevole ed esplicito (non piacerebbe a Theodor Adorno, proprio della Scuola di Francoforte). Confido in un’arte d’avanguardia che, rappresentando in maniera critica la realtà, scardini finalmente la struttura economica attuale, frutto di un’oppressione millenaria, che ora sta seriamente compromettendo la sopravvivenza della vita sulla Terra.
In quest’ottica, la partecipazione ai festival in generale è un’importante occasione per far conoscere il proprio pensiero, per ampliare il proprio pubblico, creare alleanze, nella condivisione di utili consapevolezze per una nuova prassi etica.  Valeria Marzoli Clemente, de.it.press

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