Bibliografia Libri — 07 Gennaio 1988

 

 

 

Amsirutuf: enimma
Tam Tam (supplemento al n°54 di Tam Tam), 1988 (gennaio)
777 esemplari numerati
L.15.000,  reperibile solo presso l’autrice

 

 

 

 

da Amsirutuf: Enimma
Introduzione
di
Adriano Spatola

Sono quattro gli elementi che compongono la struttura della pagina di Nadia Cavalera: il segno, il rigo musicale, la scrittura e la scrittura rovesciata. Quest’ultima non intende essere letta da destra a sinistra, come se fosse speculare, né propone una serie invertita di significati; vuole piuttosto offrire un’immagine alternativa del testo. La collocazione dei due blocchi di parole negli angoli contrapposti della «cornice» implica, nell’ambito di un rapporto di unità sostanziale, una dicotomia tra il linguaggio dell’esperienza sensoriale (sia pure rivissuto o trasfigurato in poesia) e il linguaggio di uno schema di apparenza trascendentale. Il segno confonde o annulla il primo, mentre mette in risalto il secondo. La conclusione che il lettore ne ricava non è tanto relativa all’inutilità del discorso poetico, quanto legata a una specie di «principio d’incongruità» senza il quale il discorso poetico, stesso non avrebbe motivo di esistere. .
Lo strumentalismo di tale concetto viene rinforzato da Nadia Cavalera con l’accostamento, del rigo musicale alla data e al numero di ogni pagina, o «tavola», al limite di un’ulteriore spaccatura tra definito, e indefinito, o sull’orlo estremo di un vero capovolgimento del testo in partitura, ma con in più il suggerimento che sia in atto uno spostamento dalla dimensione spaziale verso quella temporale. Eppure in queste tavole la visualità è comunque preminente, quasi costrittiva, tanto più che la lettura sembra nascere anche da una rete di riferimenti geometrici, che non si identificano con il segno ma ne sono il presupposto. .
Abbiamo così una molteplicità di forme nel campo della figura e nel campo della parola, però resta decisivo l’impianto grafico, poiché provoca una pulsazione che è di fatto anche una distorsione logica, che diventa sproporzione semantica -per chiudere il gioco – tra i versi dell’angolo superiore a sinistra e quelli dell’angolo inferiore a destra. Gli uni sembrano eterni e immobili, gli altri fragili e scomposti in una loro estensività materiale che tuttavia presenta sovente (è interessante notarlo) sintagmi che nel rovesciamento non hanno perso un qualche significato. .
L’analisi delle varie tavole nulla toglie alla necessità di vedere questo lavoro di Nadia Cavalera come opera globale, secondo una grande tradizione che va dai codici miniati medievali alla poesia visuale, con un repertorio assai vasto che proprio recentemente ha suggerito a Roland Barthes l’idea di un «libro totale«», nel quale confluiscano tutte le esperienze della integrazione tra le varie arti dell’espressione; e per l’autrice la ripetizione-variazione del pentagramma in fondo a ogni pagina può davvero simboleggiare memorie di canto gregoriano, così come il reticolo illusivo che garantisce la presenza dei versi può far pensare a una «gabbia» tipografica. .
Vi è inoltre, particolarmente per un oggetto-libro, un percorso del mutamento tra il progetto iniziale e la stesura compiutamente sviluppata, ed è quel «qualcosa» che muta (sia pure con profonda e quasi impercettibile gradualità) a incuriosire il critico; un «qualcosa» che non è certamente trasgressione o digressione, che anzi si traveste da principio dinamico del susseguirsi delle tavole. Non è un albero che viene fatto a pezzi, ma sono i vari pezzi che ricostruiscono l’albero. .
Del resto, se torniamo ai due blocchi di parole – che, non dimentichiamolo, sopravvivono a qualsiasi tentativo di disintegrazione -, il mondo di Nadia Cavalera ci appare perfettamente coordinato con il mondo di una scrittura ugualmente «formale» e «soggettiva» sullo sfondo pseudoaristotelico in cui musica, pittura e poesia sono arti imitative. Ma il rigo musicale, se suonato, darà probabilmente risonanze dadaiste, per la brevità e frettolosità della esecuzione; il testo rovesciato fornirà più significati dell’altro; i segni proiettati diventeranno un teatro di ombre; e così via. Ormai usiamo il termine «rappresentazione»come se fosse sinonimo di «poesia».

RECENSIONI
Non bastano più le parole
di
Gerardo Trisolino
da Quotidiano, mercoledì 6 aprile 1988

Adriano Spatola – nella introduzione- ci fornisce le indicazioni per la lettura di queste poesie di Nadia Cavalera: “Amsirutuf:enimma”, tam tam, 1988 (stampato dall’Italgrafica di Oria):”Sono quattro gli elementi che compongono la struttura della pagina di Nadia Cavaliera: il segno, il rigo musicale, la scrittura e la scrittura rovesciata”. Spatola conclude che la raccolta va considerata un'”opera globale”.
Nel variegato panorama poetico dei nostri giorni la Cavaliera esordisce quindi in una maniera ferocemente polemica contro la poesia fatta di sole parole. L’ideologia sottesa a simile operazione pare essere la seguente: il “verbum” da solo non basta più perché logorato dall’uso e dall’abuso; è necessario l’ausilio dei segni grafici, dei tracciati geometrici, delle ragnatele di linee, e del pentagramma ad organizzare una globalità smarrita, come rivendica la poesia visuale. Non solo – pare aggiungere la Cavaliera – produce di più la scrittura rovesciata di quella consueta.
Le pagine di quest’opera sperimentale non si chiamano più tali bensì tavole, tratteggiate quasi per essere tagliate con le forbici e usate autonomamente. Lo spazio è così organizzato: in alto a sinistra c’è il testo poetico – diciamo – tradizionale intersecato, tagliato, depurato, scheggiato dai disegni geometrici che riempiono il foglio e che al contrario- non intaccano il testo in basso a destra che è l’esatto rovesciamento dell’altro. Non capita spesso di dover “descrivere” una pagina di poesia tanto l’operazione è insolita.
Da parte nostra ci limiteremo a tentare una interpretazione della sola scrittura tradizionale perché inabilitati a giudicare i tracciati e il rigo musicale a piè di pagina, designata non dalla solita numerazione, ma da una data che indica l’anno di composizione.
Leggendo i testi – almeno quelli che significano ancora qualcosa – si viene subito colpiti dalla loro brevità ungarettiana, da un’ansia di vita subito lacerata dal sentimento della morte o, per rimanere nel richiamo alla poesia novecentesca, della bufera: si sentono i passi del vento che spingono all’indietro, che impediscono di avanzare. Ed è probabilmente questo sentimento dominante a produrre non tanto dei versi conchiusi, quanto piuttosto dei singulti sia pure non onomatopeici come quelli della “Fontana malata” di Palazzeschi. Ma che la cifra dominante sia quella ungarettiana non è difficile scoprirsi: anche per Cavaliera la morte si sconta vivendo (“vivere/perché devo morire”): “mi distendo nell’aura di una terra assolata” (ma il testo è poi ingabbiato da un recinto col filo spinato. Addio sogni di poeta), “un’alcova di stelle/per coricarvi me stesso”.
Sono brevi illuminazioni improvvisi squarci luminosi che fanno da salvataggio a quei “non-sense” seminati nei testi, parole vuote, semplici accostamenti fonici, oggetti inutili ( “ma gli occhi riescono/ la strada scivola/ che si trascinano”).
Che dire di quei brani rovesciati? Sembra quasi- per citare Davide Lajolo – di vedere l’erba dalla parte delle radici. Niente di più. Non ce la sentiamo di condividere il giudizio di Spatola, secondo cui il rovesciamento non muterebbe granché il significato dei sintagmi. Altra cosa è – per intenderci meglio – la lingua di Pluto del VII dell'”Inferno” dantesco. Lo sperimentalismo di cui pure abbiamo tanti esempi storici, dal futurismo alle neoavanguardie, in Nadia Cavalera si radicalizza, va agli antipodi. Si intuisce, infatti, l’ammiccamento della donna poeta (guai a chiamarla poetessa) verso il testo rovesciato che respira liberamente, ma – ahimè- vanamente e chissà se non esista una recondita, inconscia analogia con quella bellissima dedica in latino al figlio morto neonato prima ancora che la luce potesse ferirgli gli occhi “: tam brevis humanae vitae scintilla (:dolentis mea stilla)”.
I sogni svaniscono all’improvviso, anzi vengono rapiti furtivamente, e alla donna poeta Cavaliera non rimane che coglierne qua e là i cocci, le schegge nascoste tra le cose e le parole che non significanop più nulla: “gente è morta sognando/vivere e non sognare/e non sognare una vita/voglio vivere un sogno/e ci troviamo a dormire per sempre/furtivo precipita il tempo/io voglio sognare vivendo/ed io vivere non sognare/…”.
In quasi tutti i componimenti manca un verso, sostituito dai puntini. Che sia lì la chiave della poesia della Cavaliera, nelle cose non dette perché non più dicibili? È un verso sottratto all’ovvietà, all’ordine dell’attesa scontata, alla necessità delle cose già risapute, al “dejà vû”. È una sorta di rivincita della poesia contro la banalità quotidiana.

Voce e poesia di una generazione d’assenza
di
Antonio Errico
da Foryou, n.14 – maggio ‘88

Nadia Cavalera (1950) ha pubblicato recentemente con “Tam Tam”, “Amsirutuf: enimma”, un libro di musica e parole, si potrebbe dire, nel quale le pagine si chiamano tavole e sono composte da un testo poetico situato in alto a sinistra e ribaltato nell’angolo in basso di destra, più un rigo musicale posto oltre la cornice che racchiude il testo verbale e il reticolo di segni e forme geometriche.
È facilmente deducibile che qui la sperimentazione non è tanto ricerca di un risultato – di contenuto e/o di forma – quanto di un metodo, di un sistema che consenta la rappresentazione della propria concezione del mondo. Ed il mondo è certamente 1’ordine perfetto della tavola squadrata ma è anche la ragnatela, la nebbia e l’onda, il coagulo segnico, il vertice come sogno e come utopia di tante altre tavole. Ề chiaro che per Nadia Cavalera il segno verbale non ha alcuna priorità anche se ha maggiori possibilità di significazione proprio in quanto soggetto ad un mutamento continuo di significato, sia in un senso di accumulo e di crescita che nel senso di impoverimento ma anche di deformazione. Ora, se, come si diceva, la scrittura è una maniera di rappresentare l’immagine che si ha del mondo, la scrittura rovesciata può originare almeno tre ipotesi di interpretazione: la prima è che si debba procedere ad una costruzione del segno del mondo attraverso un processo di lettura inverso, opposto a quello consueto (e quindi la lettura da destra a sinistra); un’altra ipotesi porterebbe a ribadire che, come diceva Calvino ne “I1 castello dei destini incrociati”, il mondo si legge all’incontrario. L’ultima e, credo, la più attraente consiste in un messaggio di rifiuto dell’ordine costituito; il rifiuto, però, determina una situazione di non significazione che può essere evitata soltanto attraverso un’accettazione della linearità e della codificazione comune.
Questo punto di vista potrebbe far pensare che si sia verificato un rovesciamento “inverso”, per così dire, e cioè in direzione di una adesione (inevitabile) al sistema della scrittura. .
Dal soggettivo all’oggettivo, quindi, per necessità di comunicare. Tutto questo avviene all’interno di un perimetro: l’intersecarsi e il sovrapporsi di linguaggi verbali e non verbali, la ricerca di una struttura formale. Ma probabilmente la possibilità di una comunicazione estesa e universale sta oltre il perimetro. Ecco, dunque, il rigo musicale, come linguaggio superiore, come momento espressivo tanto astratto da superare i limiti imposti da qualsiasi condizione estranea alla sostanza del linguaggio.

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