News Racconti — 01 Ottobre 2019
Sebastiano Cavalera, 1943



Nadia Cavalera

Sebastiano Cavalera, mio padre

Lavoratore incallito, dall’animo libertario con un profondo senso del dovere, e dalla mente contemplativa, incline alla meditazione, alla filosofia; designer dei suoi sogni, e inventore di ciò che gli abbisognava; anticlericale, antifascista, socialista; amante delle scienze e delle arti e soprattutto della vita, come solo chi ha rischiato seriamente di perderla può fare. Autodidatta, citava Dante a memoria, scriveva i propri pensieri, dipingeva volti, paesaggi, cosmologie, giocava a scacchi.
Quasi un uomo rinascimentale, di certo geniale. Questo fu mio padre.
L’ho vissuto poco, ma mi sono rifatta ai documenti, da lui diligentemente conservati, e ai racconti di amici e parenti, per conoscerlo meglio e scolpire i miei ricordi.

Nato a Galatone (Lecce) nel 1917, da Maria Antonia Monteduro e Giovanni Battista Cavalera, rimase ad un anno orfano di padre, morto di tifo in guerra, a solo trent’anni, in un ospedale di Novara dove è stato sepolto.[1]
Aveva una sorella maggiore di due anni, Vita, e ben presto un patrigno, Giuseppe Zuccalà, e altri 3 fratelli, Ester, Anita e Cosimo.

La vita, nonostante diverse piccole proprietà, di cui la famiglia disponeva [2], grazie soprattutto al primo marito, non era facile. Continue le ristrettezze e i sacrifici che lui affrontava, nonostante contribuisse col suo lavoro a giornata, sin dall’età di 8 anni. Suoi compiti: raccogliere le olive (gelate di brina alle quattro di mattina), togliere i sanàpi davanti ai contadini, spietrare, sarchiare, disseminare sterco, raccogliere sarmenti. Poi raccoglierà anche tabacco (alzata alle due o le tre per essere sul posto alle quattro). Ma a 15 anni, poiché consegnava tutto in famiglia, non poteva ancora permettersi una sigaretta, né di andare al bar, né tanto meno al cinema, da cui lui, intuendone il valore tecnologicamente innovativo e artistico, era invece affascinato.

Amava profondamente Galatone, e la sua fidanzatina Mimina (ne disegnava il volto in ogni spazio possibile e soprattutto in campagna, sulle pale dei fichi d’india), ma capì ben presto che per avere una vita migliore non ci sarebbero state altre prospettive, per lui, che andare sotto le armi. Provò con la guardia di finanza, ma per il numero enorme dei concorrenti (280 per 4 posti) non ce la fece.
Ebbe successo solo col corpo della Marina. E nel 1936/37 frequenta da volontario il corso a Brindisi per capo nocchiere portuale (matricola 40949) e in seguito conseguirà [3]il diploma di Segnalatore [4].

Scoppia la guerra.
Quando viene dichiarata, è in servizio sulla nave Garigliano.[5] Vi rimarrà fino al primo luglio.
Continua gli studi presso la Scuola del Corpo Reale Equipaggi Marittimi, e il 20 dicembre del 1940 ottiene il diploma per il corso integrativo di nocchieri di porto. Si posiziona benissimo, al terzo posto su 53 partecipanti, riportando una media generale di 18, 55/ 20.[6]

Per oltre un anno [7] vive in Grecia, tra la Compamare di Syra e l’ufficio marittimo di Andro, entrambe isole dell’arcipelago delle Cicladi, nel mare Egeo. Impara il greco, che aggiunge ai suoi studi famelici e random. Legge Euripide.

Il giorno successivo all’armistizio, il 9 settembre 1943, viene catturato dalle FF.AA. Tedesche e internato in Germania. Per gli stenti e le fatiche della guerra, la deportazione, si ammala di tubercolosi e viene ricoverato in ospedale.

Qui scrive “La vita è eterna”: 300 pagine numerate di fitta elegante scrittura a mano, con rarissime correzioni, su un grosso quaderno a quadretti. È la sua storia romanzata e corredata dalle illustrazioni di una personale cosmologia, che individua l’elettroluce come motore primo dell’universo e ne riconosce l’eternità. L’uomo, in quest’ottica, è solo uno degli infiniti momenti di aggregazione degli elettroluce, qualcosa di transitorio e senza futuro. Un testo molto poetico, frutto di un autentico bisogno di conoscenza e di verità. Niente fuffa di comodo o moda. Rimarrà incompiuto. Sarà comunque pubblicato, a mia cura, nel 1986[8].

Oltre a scrivere, studia il tedesco e, come unico diversivo in quel periodo, gioca a scacchi col cappellano militare. Durante questi incontri ha modo di esternare tutto il suo anticlericalismo e il disprezzo per Mussolini e il fascismo. Ma si controlla in tempo per paura di una fin troppo facile ritorsione. Animato da ideali di giustizia, è orientato verso il socialismo, che difenderà in ogni occasione strenuamente, tanto che a guerra conclusa, sarà vittima di un violento agguato da parte dei fascisti (l’episodio veniva ricordato spesso in famiglia).

Il giorno 1ottobre del 1944 è ancora in Germania e non può fare la ferma militare che gli avrebbe consentito il trasferimento immediato in carriera, che avverrà in seguito, ma solo dopo una lunga trafila burocratica (la pratica sarà seguita a Roma da un suo compaesano che lavorava al Ministero e da un avvocato).

Finalmente nel marzo del 1945 arriva il sospirato rimpatrio e ad aprile risulta in forze al Mariospedal di Venezia. Dopo due mesi di cure e controlli, a giugno viene dimesso, con sei mesi di convalescenza.
Non gli pare vero. Nanù, come lei lo chiamava, torna a casa, dalla sua Mimina (che sarà mia madre), con la quale aveva sempre mantenuto un fitto scambio di lettere e foto.

L’aveva vista per la prima volta alla festa del Santissimo Crocifisso, lu Panieri, in chiesa. Bella come il sole e la Madonna. Fu per lui un’apparizione fulminante. Cominciò a seguirla per sapere dove abitava, chi era. E d’allora iniziò un’annosa corte fatta di appostamenti e sguardi ai quali Mimina, 14 anni, sembrava corrispondere. La incontrava la domenica nella Chiesa madre, qualche volta anche alla chiesa di santa Lucia, o, quando lui era libero, sul tragitto che lei faceva per andare, con la sorella Gilda, dalla nunna Lena, la maestra di sartoria, all’inizio della via di Nardò. Ma era poco, troppo poco. Per incrociarne più spesso lo sguardo Nanù, dotò la sua bicicletta di una serie di barattoli vuoti e cominciò a passare e ripassare su Armando Diaz, la sua strada. L’insolito frastuono era un dolce elettrizzante scampanellio per lei, che subito si affacciava dal vicolo o dalla trattoria gestita dai genitori.
Ma ben presto si affacciarono anche i parenti di lei, che non erano contenti di questa frequentazione, in quanto Mimina era molto giovane e lui, di quattro anni più grande, era ancora uno spasulatu senz’arte né parte. Da qui la spinta decisiva verso il servizio militare. Avviato il quale si fidanzano. Lei ha 16 anni.
C’è la guerra, con tutte le sue disgrazie inconcepibili per una mente sana. Lui la detesta.

Ce la fa a scampare l’estremo pericolo e ritorna. Ama Mimina, vuole sposarla subito, fare le cose di concerto, è un bravo giovane, ormai i genitori di lei lo sanno, ma appaiono titubanti per la salute, era veramente guarito dalla malattia che si era preso in guerra? Allora Nanù va su tutte le furie e si rivolge alla propria famiglia. Rinfaccia alla madre i soldi spariti (15.000 lire) che lui aveva mandato perché li mettessero da parte, e pretende il loro sostegno. Vuole scappare con Mimina e loro devono ospitarli fino a che si sistemano. Così fu. Però, prima di accondiscendere, il patrigno (l’unico che non la conosceva – lei si frequentava con le cognate) andò appositamente in trattoria per incontrarla. Restò molto colpito dai modi e dalla bellezza di mia madre, comprese la frenesia del figlio (come ebbe a riferire compiaciuto in famiglia – ne parlava sempre zia Anita) e accettò di prenderli in casa. Una di quelle case che, estremamente piccole (sala, camera e cucina con ortale), si dilatavano allora sino all’inverosimile, per amore o dovere.

Ci stanno fino al 10 novembre, giorno in cui si sposano e vanno ad abitare in una casetta di via Alessandro Manzoni (qui nel 1950 nascerò io), traversa della principale XX Settembre, via su cui lui apre un piccolo negozio di radiotecnica [9].

È la loro unica fonte di reddito.

Infatti dal primo gennaio 1946, dal Mariospedal di Taranto era stato messo in A.T.Q. (attesa di quiescenza), cioè era stato mandato a casa, con una malattia riconosciuta dipendente dal servizio in guerra, ma senza soldi.

Finalmente ad aprile (in concomitanza della nascita della primogenita Adriana, cui seguiranno, negli anni, altri quattro figli, me compresa) la commissione medica di Bari gli assegna una pensione di guerra pari alla quarta categoria, cioè di lire 18.093 annue. Poche ma meglio che niente.

Dovrà aspettare il 1952 (10 giugno), perché venga ufficialmente trasferito nel personale di carriera, con decorrenza dall’ 1 ottobre1944, e con la pratica di collocamento a riposo per infermità. Qualifica: maresciallo di marina.

Di arretrati prenderà 1.324.582 lire.

Una grossa somma per l’epoca che mette subito a frutto. Apre un negozio molto più grande, sempre su via XX Settembre; cambia casa e abitudini (regali, libri, viaggi di lavoro, cinema ogni domenica, villeggiatura di tre mesi -uno al mare e due in campagna); acquista una topolino color tortora; fonda “La voce del Salento”, una ditta di Radiocostruzioni (con un suo logo stilizzato), che diventerà poi “Perfect”[10], col logo di una nave a vela, «industria di stabilizzatori di tensione, antenne e carrelli per televisori, mobili in legno e metallo per uffici e la casa». La prima del genere in tutto il Salento. Era collocata al n. 35, sempre di via XX Settembre. Non si è mai allontanato dalla via principale, che portando a Lecce da un lato, e a Gallipoli dall’altro, divide idealmente il paese in due e consente molta visibilità.

Grato, probabilmente, allo Stato per il riconoscimento della sua vicenda personale, chiede all’Associazione Marinai d’Italia di costituire un gruppo a Galatone. L’ A.N.M.I approva l’iniziativa, e gli dà tutte le informazioni necessarie. E lui deve averlo costituito se poi tra le sue carte c’è una comunicazione del 1955 (prot. 36695) indirizzata a tutti i Gruppi.
Non ho altre notizie di questa associazione, probabilmente avrà avuto poca vita. Per l’incalzare degli impegni. Imprenditoriali e creativi.
Per la sua industria, che vanterà molti dipendenti, disegna personalmente i modelli di ciò che intende costruire, ma non manca di avvalersi anche di esperti.

Nel 1956 (15 settembre), per la Perfect, deposita alla Camera di commercio di Lecce il modello industriale n. 4353/56 col titolo “tavolino portatelevisore con stabilizzatore di tensione incorporato e nascosto”.

A volte lo stabilizzatore di tensione, per migliorarne l’estetica, veniva incorporato in una caravella (caravela, alla portoghese, era l’anagramma del suo cognome che preferiva di più), identica nel formato, ma più grande nelle dimensioni a quella che lui aveva costruito in marina per la sua adorata Mimina, la quale non mancò di farsi una foto e spedirgliela. Oggi la caravella originale è conservata dalla nipote Adriana, ma irreperibile qualsiasi esemplare di quelle da lui prodotte. Persino mia madre si sbarazzò in un trasloco della caravella/stabilizzatore di tensione che avevamo a casa, e che era stata sbrindellata per gioco dai fratellini.

Nel 1956 deposita anche il modello di un Portadischi circolare per 90 dischi. Che io ricordo benissimo: un tunnel di ferri sottili, quasi una gorgiera metallica.

A casa nostra intanto arrivavano prototipi di sue costruzioni in formica e ferro, dalla squadrata impronta svedese: una grande scrivania con tre cassetti, poggiante su grossi cavalletti di ferro neri; un mobiletto portaliquori,a due sportelli ed un’antina, mantenuto in alto da sostegni metallici. Il tutto molto stilizzato. Anche una bellissima tavola in cucina di formica rossa montata su ferro brunito.

Irritato dalla lentezza operativa agli sportelli delle banche, brevettò un raccoglitore che ne agevolasse le operazioni.

Infatti il 14 aprile del 1962 deposita a Milano il brevetto per il modello dal titolo “Raccoglitore da tasti, particolarmente per titoli bancari, schede e simili”. È rappresentato dall’ingegnere G. Modiano, in via Meravigli 16, Milano.
Il brevetto non sarà mai sfruttato. Lui non ne avrà il tempo.

Per l’allargamento della ditta, dall’agosto 1962 affitta (per 7.500 lire al mese), da Raffaele Palma [11] dei locali (due vani con gabinetto) per negozio/deposito, in via Cappuccini 32[12], quasi di fronte alla nostra casa di abitazione, che dal 1952 era in via Cappuccini 47.

Intanto leggeva moltissimo. Oltre i grossi manuali strettamente legati alle sue attività (e comprendenti anche la fotografia e il disegno), conservo testi di Euripide, Sofocle, di Manzoni (le liriche e passi dell’Adelchi), Leopardi, Carducci, Alfieri. Sul suo comodino sempre una pila mutante di libri, in cima ai quali troneggiava fissa, con la sua copertina un po’ sdrucita per l’uso, la Divina Commedia, nella versione curata per la Paravia da Carlo Steiner [13]. Era la sua Bibbia (gli capitava di citarne ogni tanto qualche verso). E fu la mia iniziazione alla poesia.

Non scriveva più (se non lettere commerciali e d’affari), ma avrebbe voluto evidentemente farlo se una volta propose a mia sorella Adriana (da poco alle Magistrali) di scrivere per lui dei racconti: «Io ti dico la storia e tu la scrivi. È facilissimo, vedrai». Adriana rifiutò recisamente, anche troppo, ed io, che ero presente, per non dispiacerlo, mi offrii di farlo al suo posto: «li scrivo io papà, li scrivo io, appena cresco un po’». Mi rendevo conto di essere troppo piccola. Lui apprezzò e sorrise.
Che non darei oggi per sapere quelle sue trame. Le lezioni che aveva tratto dalla vita. La sua non era una scrittura di semplice intrattenimento, ma un bisogno, una necessità, una ricerca e conquista di senso.

Però dipingeva ancora, d’estate soprattutto, su tela e su tavolette di legno, in forma spesso anonima (si firmava Nino, variante di Nanu, come tutti lo conoscevano): paesaggi campestri e marini, il volto di un amico, fiori, la nostra prima casa di campagna, alla Pinnella,il monumento delle Quattro colonne, un veliero, una pala di ficodindia coi suoi frutti. Questo quanto sopravvissuto. Molti, secondo mia madre, li aveva regalati, e magari potessi oggi rintracciarli!

Nel 1963 gli ultimi suoi viaggi di lavoro in treno.

E proprio al suo ritorno da Milano e Ivrea [14], in aprile, risale l’ultima immagine vivida che ho di lui (quelle dell’ospedale le ho cancellate).
Rientrata con i fratellini da una passeggiata, l’abbiamo trovato all’ingresso, seduto sul divano di vimini. Era appena arrivato. Lorella e Giorgio gli sono corsi incontro ad abbracciarlo felici. Io non ce l’ho fatta. L’ho salutato sorridendo da lontano. Forse volevo fare la preziosa. Sentivo comunque uno strano imbarazzo, come fossi troppo grande per queste smancerie, una ritrosia ingiustificata che mi è sempre rimasta in gola. E che i tanti abbracci nei sogni di poi, per un suo ritorno improvviso e agognato, non hanno mai mandato giù.

Il mese successivo va a Bari, in macchina, una 1100 familiare bianca.
Al ritorno l’incidente, sulla strada di Mesagne. La macchina viene spinta fuori strada, contro un ulivo, dal sorpasso azzardato di qualcun altro di cui non si è mai accertata l’identità. Si parlava di un barbiere di Lecce.
Si tenta un’operazione alla milza, per fermare l’emorragia, ma senza successo. Muore il 16 maggio.
Non dimenticherò mai quando mia madre ce lo comunicò. Appena scesa dalla macchina, che l’aveva riportata dall’ospedale, sorretta da un parente, si fermò al primo pianerottolo delle scale, alzò il viso verso di noi grandi, che le andavamo incontro, ancora speranzosi, e disse, sfinita, in un acuto soffocato, senza più lacrime: Papà… papà è morto.

Aveva solo 45 anni.

Io nemmeno tredici. Pochi ma sufficienti a registrare ricordi indelebili, tanto più che, quando morì, credo non avessi superato del tutto il mio innamoramento per lui, tipico di ogni bambina e che in prima media mi faceva portare ancora nel diario, quale viatico alla nuova esperienza, le sue foto da giovane. Era la mia gloria, il mio idolo, il mio mito.
Lui al militare con un piede sul muretto, gomito sul ginocchio e volto meditabondo sul dorso della mano… o nella bianca divisa della marina militare… o dal profilo statuario in tenuta da marinaio, col naso perfetto. Lo stesso che mi capitò di accarezzare durante il funerale, indicandolo anche alle mie compagne. «Bello vero?», dicevo loro, con dolorosa sorpresa. Come se la bellezza per me non potesse morire.

Ma la bellezza era il meno. Ricordo un padre impegnato, ma amorevole, molto presente in famiglia. Non so sinceramente come facesse.

Una giornata intensa la sua, che giusto un grande entusiasmo poteva reggere. Si alzava molto presto, prima di tutti, se era tempo di caccia almeno una volta alla settimana ci andava, se era inverno accendeva il fuoco in cucina, per riscaldare l’ambiente (non avevamo termosifoni, vivevamo di bracieri), poi usciva, andava al bar per il caffè, faceva la spesa al vicino mercato coperto, di porta San Sebastiano, la portava a casa dalla mamma con cui concordava il pranzo, scambi di saluti frettolosi con noi, quindi accompagnava me e Giovanni alla scuola media in piazza Itria, un po’ lontana da casa nostra (alle elementari, che erano vicine, ci andavamo da soli), infine si divideva tra il negozio (dove c’era anche una commessa) e la ditta. Pranzava sempre a casa, e, come digestivo da totale astemio (non fumava neppure), si concedeva la passeggiata di un’oretta con noi in campagna (l’Abbadia, o i Papi), oppure il relax con i giochi da tavolo che ci aveva insegnato (dama, scacchi). Di nuovo a lavoro. Non sempre arrivava in orario per la cena, con grande disappunto della mamma, che talora volutamente, dopo, lo puniva trascurandolo. E a me dispiaceva. A me, non ad Adriana, meno sensibile a queste sottigliezze. Qualche volta ho cercato di sopperire io, ravvivando il fuoco nel camino, sistemando al meglio la tavola, rendendo più accogliente l’ambiente. Quando tornava che noi eravamo già a letto, si affacciava sempre nella nostra stanza per rassicurarsi che tutto andasse bene e una volta non so come, mi ritrovai il suo cappotto sulle coperte. Forse io al suo «Tutto a posto?» avrò detto di sentire freddo e lui, invece di mettere una coperta in più, mi mise sopra il suo cappotto. Un gesto tenerissimo che ancora oggi mi riscalda.

A Natale, trovava persino il tempo di fare il presepe con noi, di preparare anche le casette di carta, di dipingerle. Prima però il rito di andare a scegliere, in qualche posto accessibile, un grande ramo di pino che, a casa, incastravamo dietro la scrivania messa ad angolo e coperta dalla carta da imballaggio. L’allestimento prendeva tutto un ampio angolo del salotto. E comportava più fasi e più tempi.

È stato addirittura il nostro istruttore di guida. In campagna, ai Papi, su uno stradello interno, parallelo alla via per Gallipoli, ci insegnò a guidare la macchina e ci faceva anche esercitare (avevamo già, allora, la 1100 familiare). Prima mia sorella Adriana, poi Giovanni e per concessione del tutto speciale, su mia supplica, anch’io. Avrò avuto massimo 10 anni (ci arrivavo appena con i piedi ai pedali). Che emozione e che rischio per tutti, lo riconosco, ma la zona era completamente deserta e lui era certo di poter tenere la situazione sotto controllo. Com’è stato.
La nostra incolumità era garantita dalla velocità bassissima che tenevamo, e quanto a eventuali danni per la macchina, non se ne preoccupava. Non ne era geloso.

Ecco un altro tratto del suo carattere: la generosità. In famiglia non si risparmiava, provvedeva a tutto lui; assicurava alla mamma, tramite la serafica Giorgina, l’aiuto in casa, o l’assistenza infermieristica, con la tosta Chiarina la Piciolla; l’accompagnava per acquisti importanti a Lecce; faceva ogni giorno lui la spesa; inoltre ordinava per posta, al nord, pacchi di alimenti, il cui arrivo era per noi sempre una festa, ma forse ancora di più per lui, dati i tristi trascorsi. Con variazioni minime e alternate negli anni, scoprivamo, tra la paglia trasparente, scatolette di tonno, di sardine, di sgombri, provoloni, qualche salume, fissa la mortadella in formato molto ridotto e la marmellata in un grande contenitore a tronco di cono, di legno sottilissimo (per le crostate della mamma). Non capisco ancora oggi come abbia potuto prendere questa abitudine, aggiuntiva alla spesa normale dal fidato (all’occorrenza anche autista) Pippi Filieri (vicino al mercato coperto), ma forse sarà entrato in contatto con questi produttori e il loro servizio a domicilio, grazie alla Fiera del Levante di Bari, che frequentava per lavoro ogni anno. E spesso portava anche noi.

Di certo c’eravamo quell’anno, sarà stato il 1955, che mi fece un regalo bellissimo. In uno stand di giocattoli, il venditore mi tentò con molte bambole, una in particolare, Ketty, 50 centimetri di altezza, vestito a tre balze di tulle vaporoso bianco e verdino, occhioni verdi, guanciotte colorite, capelli a boccoli violetti. Camminava e parlava. Io la guardai ammirata, ma con occhi rassegnati. Era troppo per me. E quando l’espositore mi spinse a chiederne l’acquisto a mio padre, lo feci ma schermendomi quasi, senza alcuna convinzione, né intenzione di fare poi capricci per un no. «Me la compri papà?». Rimasi allibita al suo immediato «sì». E tornai a casa con la mia Ketty: «Ciao sono Ketty», «Ciao mamma», «Ciao papà». In continua rotazione non diceva altro, ma bastante perché diventasse la mia amica di giochi più cara. Protagonista di spericolatezze sul cavallo a dondolo, la macchinina rossa, o il mio triciclo, ormai troppo piccoli per me.

Papà si concedeva molto anche agli amici (e secondo mia madre, che ne era gelosa, anche alle amiche). Si intratteneva con loro in lunghe chiacchierate, in primis coi fratelli D’Oria, che di fronte al nostro negozio avevano uno stabilimento vinicolo, e che ebbero a definirlo “geniale”. Serrate e ben argomentate le polemiche in cui si cimentava tanto che gli erano valse tra gli intimi il soprannome di “avvocato”. E con un suo amico avvocato veramente (credo fosse Diego Campeggio – ne ha parlato il figlio) per un periodo era invalso l’uso di scriversi reciprocamente sugli stessi temi che affrontavano de visu incontrandosi. Un gioco di raffinate puntualizzazioni.

Quando poteva andava incontro anche ai parenti di mia madre e ai suoi. Li ha sempre rispettati. Era però molto legato a Ester e Anita, le sorelle che vivevano ancora a Galatone (Vita, l’unica sorella di primo letto come lui, viveva a Galatina, dove col marito stava costruendo il suo impero di autolinee “Vita Cavalera” che avrebbero servito il Salento fino alla sua morte, nel 1982; Cosimino, di 14 anni più piccolo di lui, lavorava fuori) e spesso portava a loro gli uccellini uccisi a caccia.

Sì, aveva questa brutta abitudine, la caccia, ma era per retaggio ancestrale, in quanto non li uccideva per sport, ma per mangiarli. E lo sapeva bene mia madre che non era sempre entusiasta del compito di cucinarli (non è lavoro da poco spennarli uno ad uno, e poi papà era un buon tiratore e ne prendeva tanti…). Quanti fringuelli arrosto nei pampini delle viti o soffritti, e come erano buoni! A ripensarci oggi rabbrividisco, mi sembra incredibile che li abbia mangiati. Allora invece erano una prelibatezza come lo spezzatino di cuore e fegato (col profumino intenso di alloro), oggi impensabile da degustare, o la capuzza d’agnello arrosto, che spesso il sabato ci portava dalla macelleria di fiducia, in largo Chiesa madre. O le sunzene, frattaglie arrosto, tenute ferme da budelli di agnello o capretto, tra pepe e finocchietto selvatico. Non so se oggi le facciano ancora o siano state sostituite dai più noti turcinieddhi, quei piccoli salsicciotti, ripieni di scarti multipli triturati e d’origine non ben precisata.
Il cervello allora ci piaceva tanto che spesso mia madre ce lo propinava anche (previa sbollentatura) impanato e fritto. E che dire delle cozze piccinne lesse, che dopo gli ulivi imperlavano i nostri piatti?
Altri tempi… oggi sono quasi del tutto vegetariana.

E nonostante tanta disponibilità da parte sua, mia madre trovava modo di lamentarsene. Lo voleva ancora più vicino. Ma forse voleva solo più libertà decisionale e di movimento per lei (chiusa in una gabbia d’oro, si sentiva un po’ soffocata), tant’è che in seguito avrebbe spesso rimpianto di non aver preso la patente di guida. «Ah se avessi avuto la macchina sotto le gambe chissà che avrei fatto» diceva, assimilando la macchina ad una bicicletta, che per altro non aveva mai usato.
Oppure, tornando a papà, ne era semplicemente gelosa. Tant’è che la commessa al negozio aveva sempre breve vita fino a che scomparve del tutto, per dare spazio ad un giovane garbato.

In effetti papà esercitava molto fascino sulle donne, col suo scilinguagnolo pronto e forbito e lo sguardo profondo. Ma non credo avesse il tempo materiale per tradirla.

Al di là di piccoli scontri e rimbrotti, ricordo una scenata in particolare, l’elettricità nell’aria, sembrava si fosse ad un punto di non ritorno. Lei in poltrona, dopo la sfuriata vis a vis, con le mani attaccate ai braccioli, come stesse per scattare ancora, e lui esitante, titubante che aspettava si calmasse. E tutto rientrò. Non so quale fosse stato il motivo. Forse qualche simpatia di troppo.
Lui non era violento, non ha mai torto un capello a mia madre, era esigente, sì, alzava la voce, recriminava e talora anche imprecava (con disgusto massimo di mia madre) se qualcosa andava storto, ma niente di più. Non ci ha mai picchiato. Solo qualche blanda sculacciata, per accontentare mia madre e rendere credibili le sue minacce per frenare la nostra esuberanza («lo dico a vostro padre», «ah quando torna papà vi faccio vedere!»).
E quelle rare volte l’avrà fatto con tanta riluttanza che non ha lasciato alcun segno nella memoria. Io, personalmente, credo di non averle mai prese. L’unica volta che sembrava toccasse pure a me, finì in risata.

Infatti, mentre lui “sistemava” Adriana e Giovanni, che cercavano di sfuggirgli come potevano, da una stanza all’altra, io pensai bene di nascondermi in uno degli stipi grandi laterali che affiancavano, incorporandola, la credenza in cucina, e dove la mamma teneva appesi tutti intorno coperchi e padelle.
Quando alla fine mi scovò, rannicchiata al suo interno, scoppiò a ridere per la trovata e mi abbracciò persino.

Ma uno schiaffo una volta me l’ha dato e ben assestato. Quando non so come e perché, mentre lui parlava di fallimento e falliti ad Adriana, spiegandone forse il significato (o per qualcuno di quei suoi racconti in nuce), io me ne uscii con l’infelice frase, da Cassandra in erba, «fallirai pure tu».

Ecco, questo non lo tollerò. Il successo delle proprie attività per un uomo così capace, attivo e determinato come lui, è tutto, e forse io involontariamente avevo messo il dito sulle sue preoccupazioni più profonde. Un solo schiaffo. Ma me lo sono meritato.
E sono felice di essere stata smentita, perché lui in vita non è mai fallito.
Fu mia madre, incapace del tutto a portare avanti le sue tante attività, e con 5 figli ancora piccoli, a chiudere tutto.
E iniziare un’altra vita. Nel suo costante ricordo. Che qui ora pongo finalmente su carta.
Un solo racconto, anche tardivo, papà, potrà bastare?

Ti abbraccio forte. Rimani il nocchiere della mia nave in ogni tempesta.

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[1] Come risulta dall’Albo d’Oro nazionale dei caduti in guerra, mentre sul monumento ai caduti di Novara il nome è riportato in maniera errata.

[2] Parla delle proprietà nel suo manoscritto: Spina, 20 alberi di ulivo a Carcara, Campolatine, Sant’Arva, Burrone, la casa dove abitavano, e due abitazioni date in affitto.

[3] Il 19 marzo del 1937.

[4] Viene iscritto all’Albo d’Onore al n. 44, per profitto e buona condotta.

[5] Nave da cisterna acqua/da sbarco, di 1.460 tonnellate. Ci sta dal 2 Giugno1940 al 1 luglio 1940.

[6] Riceve l’attestato, il terzo premio e la relativa «medaglia di argento grande» (come si precisa nel diploma cartaceo).

[7] Dal giugno 1942 al settembre 1943.

[8] Sebastiano Cavalera, La vita è eterna, a cura di Nadia Cavalera, Bastogi 1986.

[9] Il negozio corrisponde all’attuale numero civico 157.

[10] Nel 1961 (11 settembre), la ditta Cavalera risulta in via Cavour 1.

[11] Comproprietario con i fratelli germani, Mariateresa, Giuseppe, Pompeo (come risulta dal contratto rinvenuto tra le sue carte).

[12] Sarà la merce presente in questi locali che, al momento del futuro fallimento, su consiglio di amici fidati, non verrà denunciata a chi di dovere, e venduta alla spicciolata, al fine di costituire un minimo introito alla famiglia.

[13] Il volume, nella ristampa del maggio 1945, data l’importanza per lui, è stato fatto rilegare da mia sorella Adriana nel 1970.

[14] Dal suo tesserino ferroviario risultano tre viaggi: 16 aprile Lecce/Milano; il 19 aprile Milano/Ivrea; 19 aprile Ivrea/Lecce.

 


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