Libri — 17 novembre 2012

 

 

 

 

 

 

 

INDICE
Prefazione di Daniele Maria Pegorari
L’astutica ergocratica di Nadia Cavalera
Traduzione in americano del nord di Paul Vangelisti
Traduzione in arabo di Jabbar Yassin Hussin
Traduzione in francese di Philippe Castellin
Traduzione in greco di Amalia Kolonia
Traduzione in inglese di Ben Bazalgette
Traduzione in polacco di Anna Aleksandra Śnieżyńska
Traduzione in serbo di Dragan Mraovic
Traduzione in spagnolo di Patrizia Marruffi e José A. Bablé
Traduzione in tedesco di Hermann Staffler
Traduzione in ungherese di Endre Szkárosi
Traduzione in modenese di Giuseppe Di Genova
Traduzione in galatonese di Nadia Cavalera

 

 

 

Nadia Cavalera

L’astutica ergocratica

Joker edizioni

Prefazione di

Daniele Maria Pegorari

Traduzione in dodici lingue

Cd con lettura dell’autrice

su musiche di

Antonio Giacometti

 

2011

ISBN-13: 978-88-7536-278-2

pp. 66

cm 20×20

€ 15,00

99

Ma a chi, se non ai poeti, spetta ancora l’autonomia della parola, l’invenzione di forme di pensiero che possono anche germogliare nuove condizioni di vita collettiva? Se ai politici di mestiere sembra non toccare più nulla se non l’amministrazione dell’esistente e la trasformazione della strategia storica in tattica elettorale (l’una e l’altra, peraltro, materie in cui la sinistra italiana non è risultata particolarmente versata…), tocca allora al poeta essere profeta dello scandalo, fool che sotto la patina della leggerezza (cosa c’è di più leggero delle parole al vento della poesia?) può schiaffeggiare l’ipocrisia dei forti, può additare la nudità del re e tentare di ridestare le coscienze, assopite da un metodico attentato alla conoscenza e al senso critico. Così Nadia Cavalera, dopo aver richiamato l’attenzione degli «uomini incerti dai ciechi passi lenti a cercar la salvezza», affinché liberino «gl’occhi da prosciuttaggini e salamine» e si rendano conto della barbarie in cui è precipitata la nostra società, traccia con un tono beffardo una propria teoria, che riparta appunto da una ridenominazione delle categorie più abusate, cominciando da quella di politica, da sostituire con quella di «astutica», ovvero l’arte della convivenza fra gli uomini dell’asty, il luogo basso del popolo autonomo e laborioso, contrapposto alla polis, cioè la roccaforte abitata «dal ricco potente fannullone già sfruttatore». Da ciò discende la seconda invenzione linguistica, quella della «ergocrazia», cioè «potere al lavoro», al posto di una democrazia ormai «inflazionata svuotata / troppo stravolta bacata di orrendi tradimenti caricata».
                                                                                          Daniele Maria Pegorari (dalla prefazione)

 

* * *

 

L’astutica ergocratica

vv 1-44

 

Uomini incerti dai ciechi passi lenti a cercar la salvezza

gagliardi scattanti furbetti globali a precipitar nella monnezza

liberate gl’occhi da prosciuttaggini e salamine

guardate come siamo ridotti (: genti cretine in pura ebbrezza schifezza)

femmine omologate scosciate dentro sfregiate fuori tutte tirate siliconate

giovani bambini mort’ammazzat’arrotati drogati stuprati

pezzi di ricambio per gl’altolocati

hanno un futuro precario che sgocciolano mese per mese come un rosario

maschi preoccupati solo di vanità superbi interpreti d’un penoso varietà

senza giustizia uguaglianza la libertà dell’economica parità

solo macabro olio di sansa sudditanza della maggioranza

mentre l’aria brucia intorno

insieme al mondo di terra ch’andava preservato

sommo bene per i viventi da lontano congegnato

ai politici politicanti in carta bianca mollato

quest’intorno contorno voila è il godurioso risultato…

 

… E se oggi sono qui in questa piazza di carta

amici retrivi è per la speranza incartapecorita

che si possa ancora cambiare questa nostra vita

così m’associo anch’io al tormentone di stagione

e mi candido all’ambita direzione del partito democratico di prossima fondazione

posizione per la verità già da millenni superata

ma per ora nello sfacelo generale sembra la più avanzata

Non va infatti dimenticato che politica e democrazia

hanno nell’origine del nome la loro irreparabile irreparata perversione

 

Che la polis tanto osannata era la parte alta del greco agglomerato

quello abitato dal ricco potente fannullone già sfruttatore

che da inventore regio simulò la prodigazione e nominale estensione

all’astu laborioso ai suoi frigidi sterili piedi

per potergliela mettere bene in quel cantone

a chi liberamente in pianura per campare

non aveva alcun bisogno della sua intermediazione imposizione

(: era mercante agricoltore pescatore comunque autosufficiente autonomo lavoratore)

 

Quanto al demos d’Atene poi è collana di pene altro che crazìa popolare

senza donne schiavi e meteci a governare erano i soliti proci

col codazzo d’un consenso di grande strombazzo imbarazzo

(: la storia è penna dei vincitori testimoni spergiuri sicuri)

e la rabbia il dolore la sopportazione erano senza locuzione di continuità

per i più di quell’antichità futura ad annichilirsi

nella canzone piramidale attuale con i pochi privilegiati in alto a comandare

(: guai a farglielo notare) e la maggioranza usata bistrattata sfruttata ad oltranza

 

La politica democratica amici miei di pazienza rei è stata finora sempre e solo demagogia

favola finta inconsistente fata morgana metropolitana mondana

e chi ci ha veramente creduto non è sopravvissuto (: vedo Gandhi Martin Luther King… e in Italia un’oscura lunga lista nera…)

 

[…]

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