Blog Critica Selezioni — 07 giugno 1997

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Francesco Muzzioli su Brogliasso di Nadia Cavalera

È riconducibile alle bizzarre fantasie tipografiche delle avanguardie l’ultimo libro di Nadia Cavalera, “Brogliasso” stampato sotto la sigla “Gheminga” (via Canalchiaro, 26/A, Modena): un libro che ha due identiche copertine e si può aprire ugualmente nei due sensi, senza che sia oossibile stabilire quale sia l’avanti e quale il dietro; che non ha numerazione di pagina (sono comunque 269) che ha l’introduzione nel mezzo; un libro che non si sa a quale genere di scrittura attribuire, occupato per giunta – oltre che da poesia e prosa – in larga porzione da uno spartito musicale.

Ma la sperimentazione di Nadia Cavalera non si ferma a questi aspetti di reinvenzione dell’oggetto-libro, e neppure agli affronti alla regolare grammatica (come la quasi totale latitanza della punteggiatura): essa ha una direzione profonda che mira a superare i rigidi confini tra i generi dell’espressione e a sviluppare le possibilità della letteratura e dell’arte in una libertà anarchica di forme e di esiti testuali. Se il “brogliaccio” , cui il titolo si ispira, è un quaderno destinato a raccogliere in disordine note di vario tenore, nel suo “Brogliasso” Cavalera assomma prove di diversa misura e respiro, sottolineando, attraverso la doppia possibilità di apertura del libro, la pari dignità dei modi espressivi e la prevaricazione di qualsiasi criterio di priorità che si cristallizzi in ordine di grandezza. Prosa e poesia non solo si possono alternare, ma anche intrecciare e sovrapporre. Ecco allora il verso e la frase far ricorso al medesimo procedimento, sostenuti entrambi, in un ritmo incalzante, dalle somiglianze sonore con cui le parole si infilano l’una nell’altra a dar l’idea del prolungamento dell’eco. Così in poesia: “grande gazza in piazza morta al centro di roma soma di un coma / sorta di enorme poltrona e corona di fresco desco riverniciata regalata”; così in prosa: “un animale tanto vale che lo dica in gabbia: ho pure la scabbia e mi faccio rabbia: ma più di tanto non posso sono proprio all’osso”.

In questo libro votato alla mescolanza, Nadia Cavalera fa progredire le due principali linee della sua precedente ricerca. La prima linea è quella della creatività che sfrutta il corpo fonico delle parole: agli esempi dell’infilata delle rime e delle allitterazioni occorre aggiungere il denso plurilinguismo che accetta contributi anche dalle lingue straniere e la manipolazione verbale che arriva a formare composti e parole-valigia, perfino nei titoli dei brani come “imbambolatagginilità” o “sposabito”. E fuori della norma è la punteggiatura riservata ai due punti, per di più spesso adoperati in modo improprio subito dopo l’apertura della parentesi. Ad esempio: “supercompresso apposta in sosta nell’ombrello (: ombra d’incompreso mantello)” .

La seconda direzione di ricerca è quella che tende ad annullare l’identità del soggetto che scrive nell’impersonalità della scrittura. Mentre l’identità è posta in bilico (e riceve in risposta un irridente “chi sono?”, di marca palazzeschiana), vari testi si costruiscono per citazione, prelevando grossi blocchi di linguaggio dalla tradizione poetica del passato, però con l’ironico abbassamento della parodia. Basta lo spostamento di una lettera e il panneggio sublime della poesia è trascinato nella derisione dall’interferenza e dal non-senso. Proprio là dove ritorna la forma canonica del sonetto, spuntano versi come: “ed io pelai qual gel tremai qual soglia”, “certo il ciel sì illustre morte ne cestina”, “nel mar d’amor fra i nembi e la porrcella”, in cui la posa tragica inciampa in fatali trasformazioni, del “gelo” in “pelo”, del “destino” in un disdicevole e banale “cestino”, della “procella” in volgare e animalesca “porcella”.
Una operazione di opposizione attraverso il linguaggio che possiede un preciso rimando politico (non per niente alcuni testi erano precedentemente comparsi in libri collettivi contro la mafia e contro Berlusconi). Pubblicato ai margini dei circuiti del mercato editoriale, “Brogliasso” si pone al centro del dibattito letterario sulle possibilità attuali della sperimentazione e dell’avanguardia, cui Nadia Cavalera ha contribuito recentemente anche facendo uscire un numero di “Bollettario” (rivista della quale è responsabile redazionale) con numerosi interventi sul nuovo movimento della “Terza Ondata”. E’ un dato di fatto che la maggior parte dei fenomeni di vitalità culturale e quanto sussiste di libertà e di pluralismo nelle tendenze letterarie passano, ormai, per altri canali da quelli del sistema ufficiale, fissato ai perversi criteri del richiamo spettacolare e del rientro economico immediato.

 

Roma 1997

 

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