Blog — 31 Dicembre 2006

ANTONELLA ANEDDA
Come è vero che tristezza, che desolazione. L’anno si chiude davvero
ALBERTO PICCININInella vergogna.

ANTONIO SPAGNUOLO
la pena di morte dovrebbe essere da tempo superata nei paesi cosiddetti civili. Oltre a non essere un atto condiviso dal Cristianesimo essa si inserisce nella barbarie pura e senza giustifica.
L’alternativa dell’ergastolo – un ergastolo però che non preveda diminuizioni di pena per nessuna ragione al mondo – è l’unica vera espiazione che costringe il galeotto a ripensare senza pace il suo misfatto e a corrodersi giorno dopo giorno nellaprobabile penitenza. Più lunga sarà allora la sua vita residua più tortura sarà il carcere.

GIULIO FERRONI
Siano tutti esterrefatti per quello che è accaduto e si è visto alla fine di questo 2006. E addirittura più della fine di Saddam indigna la perversa e feroce imbecillità di Bush, che sta portando in rovina tutte le conquiste della modernità e della democrazia e che, con la sua ottusa presunzione, ci sta riconducendo al Medioevo.

VITTORIA RAVAGLI
mi verrebbe da dire che non c’è giorno senza che lo sdegno ci opprima e non c’è giorno che non ci capiti di sentirci soggetti a violenza. Le domande che ci poniamo di fronte a questa ultima scelta allucinante da ogni punto di vista, resteranno senza risposta, non si vede niente di umano, di logico, di sensato, di comprensibile.
Tutto è manipolato, non riusciamo a capire i fini, i secondi fii: ogni giorno una tragedia, un trauma, qualcosa che ci tenga piantati nella paura e nell’angoscia.
La televisione sembra fatta per accontentare persone che amano il sangue, la violenza; il mondo che ci danno è per lo più stupido o tremendo, con poche eccezioni e questo vediamo, vedono i bambini. E’ l’opposto di quello a cui tendiamo idealmente, e questo farci vedere giustiziare un uomo nell’ora in cui la loro tanto declamata famiglia (da proteggere, onorare) è a tavola, continua l’orrore della vista di corpi ammazzati di civili, bambini, donne, sparsi per le strade del mondo perchè qualcuno si possa impossessare di qualcosa per aggiungere ricchezza a ricchezza, ma sempre facendo finta “di fare del bene”. Ormai il disgusto, per quanto mi riguarda, è a un livello di guardia. Mi pare che la sensibilità di chi ci rappresenta sia davvero blanda, si fanno dichiarazioni perchè si debbono fare, poi tutto continua come prima. E questi mezzi di informazione subalterni, grossolani, sono forse quelli che ci meritiamo….. Non so, però siamo circondati da gente che sopraffà in nome di qualsiasi cosa. Anche nella vita pubblica. Speriamo che cambi l’America, pechè peggio di così non si può, ma non basta, dovranno cambiare anche le persone che scegliamo per rappresentarci a tutti i livelli e noi stessi dovremo essere più attenti a quello che ci circonda. Non è facile essere ottimisti eppure sono tantissime le persone che la pensano come noi. Come avere voce? questo è il punto.

FRANCESCA FARINA
VERGOGNA!!!
Alcuni già prendono a pretesto
il vergognoso processo,
la vergognosa morte
dell’Uomo Informe,
per invocare altra sorte,
venia e resurrezione
ad altri infami,
Hitler, Mussolini…
Ma non sono più quei tempi da cani,
sono passati sessant’anni da quegli anni,
siamo tutti cambiati, oppure immutati
nella barbarie bastarda
della ferocia infingarda?!?
L’infame anno
si chiude con
l’infame inganno.
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VEDO
Vedo in questo momento in cui scrivo
Un uomo il cui aspetto
È più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni
Un signor Nessuno Saddam
Un uomo in definitiva
Che non mi dice nulla di buono
Che non mi dice nulla di cattivo
Se non l’angoscia delle sue pupille spente/aperte
Delle sue guance scavate
Del suo palato di coniglio scuoiato
Dei suoi capelli arruffati a cespuglio
Della sua barba da vecchio
Esaminato dallo strumento di un medico militare
Scrutato fin nelle viscere, nell’ano
Frugato nello scroto, nelle pieghe dell’inguine
Nelle cosce, nelle gambe, nel malleolo, nelle caviglie
Nelle piante dei piedi senza scarpe
Nudo come quando è stato partorito
Con la barba brizzolata, da vecchio
Con le unghie delle mani annerite
Dal fatto che per mesi ha scavato
Nella terra nera, come una talpa
Senza più parole
Ma solo le pupille dilatate dal terrore
Il cuore, il sangue in fibrillazione
La pressione a 280
Una febbre costante di 38 gradi e mezzo
Angina e ictus e infarto all’orizzonte
Vedo in questo momento in cui scrivo
Un uomo senza parole, senza lingua
Solo pieno di occhi, di ciglia aperte
Un uomo che ha tolto le parole, la lingua, la pace
Alle donne, alle bambine, agli uomini
Alle sue stesse donne, alle sue stesse bambine, ai suoi stessi uomini
Un uomo con troppe donne e bambine e uomini
Un uomo che ha tolto pane, latte, vita
Un uomo che non avrà più pane, latte, vita
Un Caino, un Hitler, un Saddam insomma,
Ma io vedo un uomo
In questo momento in cui vi parlo
Nient’altro che un uomo
Posso dire soltanto che è un uomo
Frugato nell’ano, nello scroto, nelle pieghe dell’inguine
Nelle scapole, nella curva delle natiche
In questo stesso momento in cui vi parlo
Vedo un intero Paese squartato
Disossato, scuoiato, frugato nelle viscere
Nell’ano, nello scroto, nelle pieghe dell’inguine
Nel palato, sotto le unghie rattrappite
Il Paese dove scorrevano fiumi di porpora
Dove Babilonia vegliava nella notte di mirtillo
Dove Ebla si levava più alta delle Piramidi
Dove Zenobia si aggirava fuggiasca nella sabbia
Dove giunse Iside senza treccia, in lutto, in cerca di Osiride
Emanando il suo odore di paradiso e di sesso
L’Oriente di palme e d’oro
Lungo le mura di Bagdad
Nel pianto dei cammelli
In un tramonto di albicocca
Bassora la Bella sulle rive del tempo…
Qui si arenò per sempre l’immensa Arca.
Lo vedi? Tutto qui ha avuto inizio
E ogni cosa qui avrà fine
Quando inizierà l’ultimo secondo
Dell’ultimo minuto
Dell’ultima ora
Dell’ultimo giorno
Dell’ultimo mese
Dell’ultimo anno
Dell’unica e sola umanità,
Ma io ora vedo un uomo, soltanto un uomo
In questo stesso momento in cui vi parlo.
(Roma, 14 dicembre 2003)

ANDREA LIBEROVICI
sono veramente troppe le cose per cui indignarsi in questa di fine anno. sarebbe interessante capire se pinochet, per esempio, ha avuto una messa per il suo funerale (cosa altamente probabile) e di conseguenza sarebbe altrettanto interessante mandare una lettera al papa in cui gli si chiede come mai a pinochet si e a welby no…tutte le ideologie nascono e continuano a nascere da uomini che non hanno ancora però sradicato il conflitto dalla propria natura e non possono che generare, una volta applicate, che conflitti…sarebbe interessante avviare innanzitutto una nostra personale autoriforma, rivoluzione, per poter attingere ad una saggezza superiore, che non ha niente a che vedere con il misticismo e le divinità, ma con il senso concreto e chiaro del rispetto della vita..

LELLA DI MARCO
è tutto troppo vergognoso— ti allego il comunicato stampa che abbiamo fatto subito ieri con le donne arabe
piangevano perchè si sentono minacciate in quanto arabe e in quanto musulmane e poi ieri per loro era un giorno speciale
mi dici che fretta c’era
loro lo hanno vissuto come una provocazione e un avvertimento

ANNASSÎM
Donne native e migranti delle due sponde del Mediterraneo
Sede legale: Via Fregoli, 10 – 40127 BOLOGNA
tel.: 051-254604 – 328-9694169 – 329-2178786
e-mail: annassim@libero.it c.f. 91268920377
BO 30-12-06
A TUTTI GLI ORGANI DI INFORMAZIONE

COMUNICATO STAMPA
LE DONNE ARABE E NON- DELL’ASSOCIAZIONE ANNASSIM CHE OPERA A BOLOGNA
ESPRIMONO PROFONDA PREOCCUPAZIONE E SDEGNO
PER LE MODALITA’ E I TEMPI PRATICATI – RELATIVI ALLA CONDANNA E ALL’ ESECUZIONE CAPITALE DELL’EX DITTATORE IRACHENO SADDAM
NON RITENGONO LA PENA DI MORTE PRATICATA DAGL “STATI DEMOCRATICI” UNA VALIDA ALTERNATIVA ALLE DITTATURE E AI CRIMINI DA ESSE COMMESSI –
CONSIDERANO TALI PRATICHE “OMICIDI DI STATO “ CHE NON POSSONO AVVIARE PROCESSI DI CONVIVENZA PACIFICA NE’ PROMUOVERE EDUCAZIONE DELLE COSCIENZE ALLA GIUSTIZIA E ALLA DEMOCRAZIA VALUTANO COME SEGNALE NEGATIVO E PROVOCATORIO PER IL MONDO ARABO- L’AVVENIMENTO DELL’ESECUZIONE- ALL’ALBA DI UN GIORNO DI FESTA RELIGIOSA – SACRO PER TUTTI I MUSULMANI TEMONO LA CONTINUAZIONE DELLA BARBARIE NEI PAESI SEGNATI DA PROCESSI AUTORITARI. LONTANI DALLA DEMOCRAZIA E DAL RISPETTO DEI POPOLI , DOVE FORTE CONTINUA AD ESSERE L’INGERENZA DI PAESI OCCIDENTALI PER QUESTIONI DI DOMINIO
AUSPICANO IL DIALOGO FRA I POPOLI E GLI STATI – IL RICONOSCIMENTO DELLE DIVERSITA’ E IL RISPETTO DELL’AUTODETERMINAZIONE DI POPOLI STATI E INDIVIDUI
Sedi operative:
c/o Centro Interculturale Massimo Zonarelli – via Sacco, 14 – 40127 BOLOGNA
c/o La Bottega della Creta via Don Gnocchi, 11 – 40033 Casalecchio di Reno (BO)

VENIERO SCARSELLI (ex docente di Fisiologia Generale Università di Milano)
Io però sarei perfino favorevole all’esibizione di tutte le esecuzioni capitali, mostrandone la cruena e anche la non cruenza, facendo spiegare da un medico tutto quello che succede e tutte le sensazioni dolorose che si infliggono al condannato. Solo così forse l’orrore entrerà nei cuori inariditi

VENIERO SCARSELLI (ex docente di Fisiologia Generale Università di Milano)
Non è tanto sconcia l’esibizione massmediale dell’impiccagione, quanto la stupidità del gesto che scatenerà tutti gli impulsi assassini ed eversivi in un Iraq in fermento. E’ sconcio sopratutto il tempo scelto da Bush prima del rinnovo del Congresso e prima che questo decida altrimenti dalla sua politica insensata.
E’ sconcia la stessa impiccagione, anche se non si vede sangue; ciò che non viene mai detto è che si tratta della morte più dolorosa che ci sia: con l’apertura della botola, il peso del corpo stacca violentemente due vertebre cervicali l’una dall’altra con tutti i loro legamenti, il corpo resta praticamente attaccato alla testa tramite il midollo spinale perché i muscoli del collo sono immediatamente paralizzati; il midollo è così stirato da paralizzare anche tutto il resto del corpo così da sembrare che il condannato sia morto, ma la sensibilità e la coscienza, se non sopravviene lo svenimento, restano a lungo integri, come il cuore e il respiro: alla fine, ma dopo molto tempo, circa 20 minuti, sopravviene la morte per soffocamento o paralisi cardiaca.
Ecco ciò che la generosa umanità ha inventato da millenni e non si dice. Quelo che vede lo spettatore è solo una briciola rassicurante, di fronte a ciò che patisce veramente l’impiccato, quindi si può far vedere anche ai bambini, affinché imparino presto a ripeterlo sui loro simili, sicuri che sia perfino una morte umanitaria.

LUIGI DI RUSCIO
Una considerazione: Vengono condannati sempre quelli che perdono le guerre, quando riusciremo a condannare i criminali che le guerre le vincono?

GIULIANA SGRENA
Risveglio nell’inferno (Il manifesto 31/12/2006)
Ecco le immagini dell’esecuzione di Saddam diffuse dai media. L’ex rais iracheno con il cappio al collo e poi avvolto in un sudario. La prova della sua morte. È stato mostrato come un trofeo, ma non fino in fondo. Per timore o per pudore? E come avrebbe potuto? Di fronte all’orrore del mondo, l’unico leader mondiale fautore e favorevole all’impiccagione dormiva. Difficile immaginare sonni tranquilli. Possibile che Bush abbia potuto scacciare gli incubi con i suoi sogni di gloria? Che finora si sono mostrati vacui? Il risveglio riporterà il presidente dentro la tragedia dell’Iraq.
Bush ha definito l’esecuzione di Saddam una pietra miliare nella costituzione della democrazia. Quale democrazia? Quella dell’occupazione, di Abu Ghraib, dei massacri quotidiani, dell’illegalità, dei rapimenti, degli stupri, dei delitti d’onore? O quella del processo a Saddam Hussein? Che ha violato qualsiasi standard minimo del diritto internazionale. Perché non si è voluto un tribunale internazionale come per Milosevic?
Gli Stati uniti hanno voluto decidere la sorte del «nemico» prima ancora di poter proclamare la propria vittoria sugli iracheni e soprattutto sopprimerlo prima che potesse rivelare le complicità dei vecchi amici e sostenitori, in primo luogo gli americani. Con l’esecuzione si è impedito che Saddam fosse processato per tutti i suoi crimini. La pena non è stato un atto di giustizia ma solo una vendetta che sta scatenando i peggiori sentimenti.
Paradossalmente l’unico atto di sobrietà di fronte alla morte è stato quello dell’ex dittatore che ha invitato gli iracheni a mantenere l’unità, che aveva imposto con la violenza e che ora altri stanno distruggendo con altrettanta violenza. Le vittime sono sempre iracheni. Per mandare sulla forca Saddam – per la morte di 143 sciiti – sono stati uccisi circa 600.000 iracheni. In nome di quale giustizia?
Il premier iracheno Maliki ha firmato la condanna a morte soddisfatto di avere una parte in commedia che libera gli sciiti di un feroce repressore e gli alleati iraniani di un temibile nemico, ma soprattutto offre una parvenza di vittoria ai fautori della guerra, al presidente Bush la cui uscita di scena si avvicina e che vuole rendere meno ignobile. Ma ormai negli Usa sono sempre meno a credere nella giusta scelta della guerra. L’effetto peggiore tuttavia si avrà in Iraq. Se gli sciiti hanno festeggiato, i kurdi sono rimasti con la bocca amara per non avere avuto giustizia e i sunniti, amici o meno di Saddam, aumenteranno la loro guerra all’occupazione. I terroristi, ancor più legittimati da tanto orrore, faranno il resto.
L’impiccagione di Saddam può fare di un dittatore un martire. Per quella resistenza che non ha ancora trovato un leader, Saddam può diventare un simbolo indelebile. Adesso che è morto e non può più commettere orrori chi potrà infrangere un mito? Non solo. L’esecuzione avvenuta il primo giorno dell’Aid al Adha, la festa del sacrificio, una delle più sacre dell’islam, in cui tutte le armi vengono deposte, darà alla morte dell’ex rais un forte valore simbolico. La morte di Saddam – che per gli iracheni rappresentava ormai il passato – invece di cancellarlo dalla memoria lo riporterà sulla scena politica dando nuovo impulso alla resistenza e alla violenza. E Bush sarà sempre più solo.

FRANCO PANTARELLI
Per Bush, è stata «pietra miliare»
Il presidente americano commenta l’esecuzione di Saddam Hussein senza comparire in pubblico (Il manifesto 31/12/2006)
New York
L’esecuzione di Saddam Hussein è stata «una pietra miliare» sulla strada della costruzione di un Iraq democratico. Parola di George Bush. Poi un poco convinto accenno al «processo equo» che Saddam Hussein avrebbe avuto, per rimarcare che «non sarebbe stato possibile durante il suo terribile regime»; una quasi nascosta nota sui «progressi che gli iracheni hanno ottenuto»; l’obbligatorio omaggio al «sacrificio dei nostri uomini e donne in uniforme» e l’altrettanto obbligatoria – dato il momento – ammissione che quello che sta per finire è stato «un anno difficile per il popolo iracheno e per le nostre truppe». Bush ha affidato a una dichiarazione scritta il suo commento sull’esecuzione di Saddam Hussein. Niente giubilo come quando l’ex dittatore fu catturato, niente sorrisi trionfali come quando insisteva sul «mantenere la rotta», ma solo un annuncio senza faccia, seguito più tardi dalla conferma dei suoi portavoce che non ci sarebbero stati altri «atti pubblici» da parte del presidente. Venerdì sera Bush era andato a dormire poco prima dell’esecuzione (avvenuta quando qui erano le dieci) e aveva dato istruzioni di non svegliarlo per dargli la notizia dell’evento perché anche per lui e la sua signora era stata una giornata difficile. Sulla zona del Texas in cui si trova il suo ranch si era infatti abbattuto un tornado e la coppia presidenziale era stata costretta a rifugiarsi in un veicolo militare abbastanza pesante da infischiarsene delle raffiche del vento. «Il presidente non è mai stato in serio pericolo», avevano subito precisato i suoi portavoce per tranquillizzare chi eventualmente si fosse preoccupato, ma lo stress era stato forte e il leader del mondo libero aveva bisogno di riposare.
A consigliare quelli che lo gestiscono di persistere nel «basso profilo» adottato alla vigilia dell’esecuzione è stato sicuramente il momento particolare: ufficialmente Bush è intento ogni momento a «pensare alla nuova strategia» che deve annunciare per uscire dalla trappola irachena. Poi c’è stata sicuramente la pretesa di far credere che il processo, la condanna e l’esecuzione di Saddam erano «questioni interne irachene» su cui gli Stati uniti non volevano «interferire»; ed infine molto probabile è stata anche l’ultima mazzata propinatagli da un sondaggio che per i comuni mortali è uscito solo ieri ma che lui e i suoi uomini sicuramente già conoscevano. A renderlo particolare, questo sondaggio, è il fatto che è stato compiuto fra i militari e organizzato dalle quattro pubblicazioni ufficiali (una ciascuno per esercito, marina, aviazione e marines) per l’appunto militari. Bush, come si sa, si è sempre riferito allo «spirito» soldatesco per sostenere la sua guerra: quelli che la condannano sono «codardi», quelli che parlano di ritiro sono gente che «taglia la corda» di fronte al nemico e via spacconando, Ma ora sono proprio loro, la gente in divisa, a voltargli le spalle. Dice infatti il sondaggio che due soldati su tre disapprovano il modo in cui lui sta gestendo questa guerra, che solo uno su due crede che si possa vincere (nel 2004 erano l’83 per cento) e che quasi nove su dieci (l’87 per cento) sostengono che le truppe americane avrebbero dovuto lasciare l’Iraq da un pezzo.
Al basso profilo della Casa bianca ha corrisposto (più come causa che come conseguenza) quello della cosiddetta gente comune, molto più preoccupata delle morti dei soldati americani, ormai alla soglia dei tremila, che di quella di Saddam Hussein. Solo a Dearborn, la città del Michigan dove si trova la più vasta colonia di immigrati iracheni, c’è stata una specie di festa popolare. Gli immigrati, in gran parte fuggiti dal regime di Saddam Hussein, molti lasciandosi alle spalle la «scomparsa» di una o più persone care, hanno seguito insieme le notizie «in progress» che le tv fornivano e quando è arrivata la conferma che lui era morto si sono abbandonati a canti, balli, gioia e lacrime che mescolavano le pene subite, la fine della paura, la «gratitudine» per gli Stati uniti che a suo tempo li hanno accolti.
Per tutti gli altri, l’unico segno visibile (ma neanche tanto) che laggiù a Baghdad c’era stata l’esecuzione era lo stato d’allarme decretato già nella serata di venerdì, nel timore che ci potesse essere qualche «reazione». Niente di veramente serio, comunque. In pratica si è trattato dell’ordine trasmesso alle sedi periferiche del ministero della sicurezza interna e dell’Fbi di intensificare la vigilanza. Qualche pattuglia in più, qualche permesso revocato, ma niente di paragonabile al «semaforo» degli allarmi che negli anni del fervore e della paura scandivano allo stesso tempo il pericolo più o meno immaginario e l’automatico consenso per Bush che invece era estremamente concreto. Ora, l’amministrazione è in un tale stato depressivo che non osa più neppure il gioco del semaforo.

ANFREA ROCCO
Televisioni Usa
Il «buon gusto» della morte (Il manifesto 31/12/2006)
Nove secondi. È la durata del video disponibile senza commenti su YouTube.com a partire da poche ore dopo l’esecuzione dell’ex-dittatore iracheno. Voci arabe in sottofondo un palco in legno con la forca, una figura vestita di grigio. Poi un attimo di silenzio e il rumore secco di una botola che si apre e di un corpo che cade. Nove secondi che le televisioni statunitensi hanno deciso di non trasmettere, almeno per ora. Pur sapendo che i loro telespettatori da qualche parte, in qualche modo le vedranno. Il New York Times di oggi fa un resoconto del dibattito in corso tra le stazioni tv statunitensi, non dissimile da quello che si era aperto in altre occasioni (l’autocensura sulle immagini dei corpi che cadevano dal World Trade Center l’11 Settembre è il caso recente più noto). I termini del dibattito, di quello che è appropriato («proper», è l’aggettivo inglese che ne diventa parola-chiave) mostrare sono riassunti dalle dichiarazioni dei dirigenti televisivi. «In qualche modo uscirà fuori – ha detto Paul Friedman, vice-presidente di Cbs News – e sarà disponibile su qualche rete o su qualche sito web. Ci sarà molta pressione su di noi per usare quelle immagini. Ma Cbs non le mostrerà, in nessun caso».
Per Bob Murphy, omologo di Friedman a Abc News, «Abc farà il suo dovere giornalistico documentando l’evento, ma non ci spingeremmo assolutamente troppo avanti nel mostrare immagini crude. Il buon gusto e l’appropriatezza saranno le nostre linee guida». Entrambi i network non hanno però escluso di poter mostrare una qualche documentazione visiva dell’esecuzione, ma certamente non «l’intera esecuzione». «Non voglio che si vedano immagini in movimento del reale momento della morte di Saddam Hussein o di chiunque altro – ha aggiunto Paul Friedman in una dichiarazione alla Reuter – È probabile che useremo alcune immagini in movimento del prima e poi delle foto del corpo appeso».
Diverso e più articolato l’atteggiamento di Nbc. Steve Capus, presidente di Nbc News ha detto al New York Times che il suo network potrebbe mostrare un totale con il corpo penzolante di Saddam Hussein. «Penso all’immagine-icona di Nicolae Ceausescu in Romania. – ha detto Capus – Quasi gettato in uno scolatoio. Voglio fare lo stesso, ponendo come limite il buon gusto, ma non voglio oppormi alla storia». Nbc, insomma, sembrava pronta a rompere, con qualche limite, e prudenza il tabù della non rappresentazione della morte, con la giustificazione che comunque la «versione integrale» della morte di Saddam sarebbe apparsa in breve tempo da qualche parte su Internet.
Buon gusto, storia, appropriatezza. In realtà il dibattito su cosa mostrare e cosa non far vedere di una morte assomiglia irresistibilmente (e un po’oscenamente) a una controversia sul nudo in tv, che sui network statunitensi è rigorosamente e totalmente vietato. Quando i due figli di Saddam vennero uccisi dalle truppe statunitensi i network fecero la scelta di mostrarne i volti contorti dall morte, ma ne censurarono i segni delle numerose ferite inflitte dai «nostri ragazzi». E nel caso di Saddam la vera oscenità, che è l’azione pilatesca degli americani, carcerieri dell’ex-dittatore iracheno fino a pochi minuti prima della sua esecuzione per mano del governo iracheno, non verrà mai mostrata. Neanche accompagnata, come è successo per le poche immagini che precedono l’esecuzione e per quelle del cadavere di Saddam, dalla classica scritta «Questo servizio contiene esplicita violenza, si consiglia la discrezione del telespettatore».
L’altro elemento che si coglie nelle dichiarazioni un po’ contorte dei media statunitensi è il timore non detto che una esplicita messa in scena di una esecuzione capitale, per quanto sia quella di uno dei «nemici dell’America», di un rappresentante dell’«asse del demonio» possa turbare i sonni di un pubblico che ha serenamente accettato come parte del proprio vivere civile la quotidianità della pena di morte. Nessuna delle 53 condanne a morte eseguite negli Stati Uniti nel corso del 2006 è stata teletrasmessa (anche se certamente di almeno una parte di esse esiste documentazione video e fotografica). Questione di privacy e di «buon gusto» hanno sostenuto anche per questi casi i dirigenti dei network statunitensi.

PATRICIA LOMBROSO
Human Rights Watch: «Un processo impari»(Il manifesto 31/12/2006)
New York
«L’impiccagione di Saddam Hussein ci riporta all’era medioevale della barbarie. E costituisce una grave violazione dei principi dell’uomo, cui gran parte del mondo occidentale ed in primis gli Stati uniti dovranno rendere conto, perché l’intera istruttoria del processo è stata politicamente decisa a Washington sin dalle prime battute del processo a Baghdad». L’accusa è di Richard Dichter, giurista di diritto internazionale di Human Rights Watch, che ha seguito il processo di Saddam Hussein e aspramente criticato l’imparzialita dei criteri adottati dal tribunale iracheno per la sentenza di condanna a morte di Saddam Hussein, per crimini di guerra e crimini contro l’umanita.
«Human Rights Watch – ci dice ancora Dichter – considera la punizione con la pena di morte una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, indipendentemente da chi possa essere l’individuo e qualsiasi possa essere la gravità dei crimini commesi. E’ una punizione non accettabile per una società civile che asserisce di essere paladina dei principi di democrazia». Negli Stati Uniti, non solo la pena di morte è ancora legale ma anche l’impiccagione viene praticata in due stati, nel Montana e nello stato di Washington.Human Rights Watch ha parlato di processo «iniquo e ingiusto». «La nostra organizzazione in difesa dei diritti umani – ci risponde Dichter – negli ultimi quindici anni ha invocato la necessità di una inchiesta indipendente sui crimini commessi da Saddam Hussein in Iraq. Lo abbiamo fatto anche quando Saddam era l’alleato fedele degli Stati uniti. nella regione. Ma invocare norme e principi di violazioni riconosciute dai trattati internazionali sono ben altra cosa che indire un processo-farsa, imparziale per i criteri seguiti dal tribunale iracheno e senza nessuna corrispondenza con le norme giuridiche che regolano l’istituzione di un tribunale su crimini di guerra e crimini contro l’umanita». In questi casi, dice Dichter, «è previsto un processo indipendente sia da pressioni politiche interne che esterne, escludendo il più possibile interferenze che possano influenzare un verdetto di condanna. Nel caso del processo a Saddam Hussein, la condotta dei giudici e l’intera istruttoria è stata concertata a Washington per il tribunale iracheno: in modo che apparisse al mondo intero che la responsabilità del verdetto di morte fosse addossata al solo tribunale iracheno».
Human Rights Watch ha sempre denunciato i crimini di Saddam Hussein ma anche i crimini commessi dalla guerra americana contro la popolazione dell’Iraq. «E’ la ragione per cui chiediamo una inchiesta internazionale indipendente. La triste realta è che viviamo in un mondo disumano in cui la nozione di responsabilità, secondo le norme del diritto internazionale, è relativamente nuova e fragile».

ALBERTO PICCININI
Saddam Execution, il gioco in Rete (Il manifesto 31/12/2006)
Youtube, la tv globale via Internet, manda in onda le immagini dell’esecuzione. E poi fumetti, animazioni, messaggi e video politici. In poche ore più di 20.000 risultati. L’insana febbre dilaga e si trasforma in una gara collettiva per mostrare il tabù della morte .
Su Youtube, la televisione globale via Internet i cui utenti sparsi in tutto il mondo sono stati eletti da Time «uomo dell’anno», la ricerca saddam execution ieri sera verso le 7 dava più di 20.000 risultati. Un terzo sono quelli che interessano. Gran parte riproducono gli annunci dati dalle tv nella notte, ripresi con videocamere e videofonini. Alcuni sono stati tolti dal gestore «per qualche violazione delle norme di uso». Per il resto si fa presto a capire che la piccola insana febbre delle ricerca delle immagini vere dell’esecuzione, quelle tagliate dalle tv di tutto il mondo, è diventata nel breve spazio di un mattino il grande gioco della Rete.
Click. Foto fissa: un uomo con la faccia di Saddam ha un cappio azzurro al collo. «È finta, hai usato photoshop» accusa qualcuno nella colonna dei commenti. «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», risponde l’autore Jackinoff, non privo di una qualche finezza politica. Saddamhussein exclusive footage, recita un altro titolo. Click. È un minuto e mezzo di schermo nero con su scritto «le immagini che state per vedere potrebbero essere impressionanti». Stop. Più concettuali il monoscopio e le barre di colore nel video di boiledhotdog. È il «posto per il filmato dell’impiccagione di Saddam». Come si fa in tv per gli stacchi pubblicitari.
Dove Youtube dà il suo meglio è nelle piccole animazioni che pretendono di rimettere al suo posto la scena omessa dalla tv. Oldyoungguy riprende il suo dito indice a mo’ di marionetta. Sul polpastrello ha disegnato la barba di Saddam. Entra in campo una stringa annodata come un cappio. Zac. Montybadlad accende la camera fissa su una marionetta di legno appesa che ha la faccia di Saddam. In questo sinistro tableaux le figurine di Bush e Blair stanno a guardare. Musica degli Stranglers (gli strangolatori…). Un titolo di giornale, Saddam è storia. Poi un fotomontaggio di Presley con la faccia di Saddam. In un altro video, un gatto tiene un foglio tra le mani: «Devi guardare questo!» Sullo sfondo le voci della tv che raccontano l’esecuzione.
Non mancano i video «politici»: Springsteen canta War su un montaggio di foto di Saddam e Bush. Un cartello dice: «l’hanno ammazzato per aver ucciso 148 persone? E gli altri milioni di cui ci avevano parlato? Ah, a quel tempo era alleato degli Usa». In pieno stile youtube un ragazzino riprende alcuni suoi pensieri: «Sarebbe meglio che non gli si rompesse subito il collo, così soffrirebbe di più». Click. Sulle malinconiche note di Mad world (dal film Donnie Darko) scorre un combat film, qualcosa che assomiglia a un esecuzione per impiccagione eseguita da militari Usa durante la II guerra mondiale. Click. Il video più cinematografico di tutti: l’impiccagione di un orsacchiotto con la benda sugli occhi e la bandiera dell’Iraq sulla fronte. Musica di Mozart. La mediatizzazione e la personalizzazione suprema della guerra al terrore di Bush contro Saddam sembra essere l’ingrediente di tutti questi video. Come se il fumetto, l’animazione, la marionetta che completano in maniera apparentemente irriverente la scena mancante dell’impiccagione, alludessero alla grande messanscena western (come quel grande cappio, nel video vero in tv).
Allora le armi di difesa diventano quelle della parodia, dell’ironia, talvolta della stupidità totale. Un ragazzino nel garage di casa sua mima un rap. Il titolo dice: Ecco la mia reazione alla notizia dell’impiccagione. E non mancano i furbi: in poche ore decine di video qualsiasi (scenette casalinghe, imprese di bulletti) cambiano titolo e diventano: saddam execution. Così, per guadagnarsi altri spettatori curiosi.

MICHELANGELO COCCO
Saddam impiccato all’alba della festa (Il manifesto 31/12/2006)
Il boia in azione alla vigilia della festività dell’Eid al Adha. Gli sciiti festeggiano. Bombe a Baghdad e Kufa: 70 morti. Per Maliki l’Iraq ha voltato pagina
Braccato da quattro boia corpulenti col volto coperto, alle 6 di ieri mattina (le 4 in Italia) Saddam Hessein si è presentato al patibolo in cappotto scuro e camicia bianca, apparentemente senza tradire emozioni, con una copia del Corano in mano. I suoi ultimi minuti sono trascorsi in una caserma della polizia che gli americani chiamano «Camp justice» nel quartiere di Khadimiya, una delle aree di Baghdad dove i sunniti e gli sciiti hanno a lungo convissuto, ma sottoposta negli ultimi mesi da questi ultimi alla pulizia etnica dell’ex minoranza al potere sotto Saddam. Quando, prima di stringergli il cappio attorno al collo, uno dei tirapiedi gli ha chiesto se desiderava che gli venisse coperto il volto con una benda, l’ex raìs condannato per «crimini contro l’umanità» ha risposto di no, preferendo guardare la morte con i suoi occhi.
«L’abbiamo condotto alla forca mentre lui ripeteva alcuni slogan. Era molto scoraggiato», ha raccontato alla Bbc il consigliere per la sicurezza nazionale Mouwafak al-Rubaie. Secondo il giudice Munir Haddad, anch’egli presente al momento dell’impiccagione, l’ex presidente ha ripetuto «Abbasso l’America, abbasso gli invasori». Haddad ha riferito anche che, a una guardia che gli ha domandato «perché ha distrutto l’Iraq e noi stessi? Lei ci ha affamato e ha permesso agli americani occuparci», il condannato ha risposto: «Io ho distrutto gli invasori e i persiani (gli iraniani, ndr), ho sconfitto i nemici dell’Iraq e ho trasformato il paese da povero in ricco». Le ultime parole di Saddam sono state: «Non esiste altro dio al di fuori di Allah e Maometto è il suo profeta».
L’Iraq si è svegliato con le immagini immediatamente precedenti l’uccisione dell’uomo che lo ha governato col pugno di ferro per 23 anni ritrasmesse in continuazione dalle televisioni. Alcuni dei testimoni ammessi ad assistere al rituale di morte hanno riferito che l’ex dittatore – morto all’istante – è stato lasciato una decina di minuti penzolante, prima che i medici confermassero il decesso. I telegiornali del mattino hanno diffuso, subito dopo, i fotogrammi del 69enne ex raìs avvolto in un lenzuolo bianco, come prescritto dall’Islam per la sepoltura.
«A breve, il governatore della provincia di Salahuddin, Hamad Hamoud al-Qaisy, il suo vice Sheikh Ali al-Neda, capo della tribù di Saddam, riceveranno il corpo di Saddam Hussein – ha dichiarato in serata il vice governatore della provincia Abdullah Jabara – La consegna avverrà stasera (ieri sera) nella Zona Verde di Baghdad». Saddam Hussein dovrebbe quindi essere sepolto a Uwja, dove si trovano anche i suoi due figli, Uday e Qusay, uccisi in un’operazione americana a Mosul il 22 luglio del 2003.
Una legge voluta dallo stesso Saddam vieta le esecuzioni durante le festività musulmane, ma molti legano il momento scelto per l’impiccagione – subito prima dell’inizio dell’Eid Al-Adha – non tanto alla necessità di rispettare questa norma, quanto al tentativo da parte del governo di limitare le reazioni violente facendola coincidere con l’inizio di un periodo di festività tradizionalmente dedicato alle visite ai parenti.
Sia come sia, quella di ieri per gli iracheni non è stata una giornata serena. Il tempo per gli sciiti di festeggiare la fine del dittatore sunnita con caroselli di auto e raffiche di mitra sparate in aria nel sud del Paese e nelle zone della capitale dove rappresentano la maggioranza, poi la Mesopotamia si è ritrovata a fare i conti con la realtà quotidiana degli ultimi mesi, come se nulla fosse cambiato.
La guerriglia sunnita ha risposto all’uccisione del 69enne ex leader del partito Ba’ath con una serie di attentati nelle aree di Baghdad a maggioranza sciita e nella città di Kufa. È di oltre settanta morti e decine di feriti il bilancio delle autobomba fatte esplodere in rapida successione, poco dopo l’impiccagione, nella capitale e nella città vicina a Najaf. Azioni che hanno tutto il sapore di una «vendetta» per la morte dell’ex dittatore, anche se per i civili iracheni rientrano nella «normalità» quotidiana. Questi attacchi tuttavia fanno temere che la morte di Saddam possa far salire ulteriormente la temperatura dello scontro interconfessionale iniziato nel febbraio scorso con l’attentato contro la moschea (sciita) dalla cupola d’oro di Samarra.
Anche se il premier Nouri Al Maliki – che secondo alcune fonti è l’uomo che più degli altri all’interno dell’esecutivo ha spinto per un’esecuzione in tempi brevi, subito dopo la condanna – ha esclamato: «L’esecuzione di Saddam pone fine a tutte le ipotesi patetiche su un ritorno della dittatura. Faccio appello a tutti i membri del passato regime affinché riconsiderino la loro posizione. La porta è ancora aperta a chiunque non abbia le mani sporche di sangue innocente per ricostruire l’Iraq», il tempo in cui Baghdad volterà pagina rispetto a un passato recente di violenza e autoritarismo sembra davvero lontano.

ORSOLA CASAGRANDE
Massacri e verità (Il manifesto 31/12/2006)
La rabbia dei curdi: «Un errore ucciderlo»
Non è chiaro se alla fine la ratifica della pena di morte sia stata firmata dal presidente iracheno, il curdo Jalal Talabani, oppure da una persona da lui delegata. Comunque sia per i curdi d’Iraq la morte di Saddam Hussein non è stata motivo di gioia. Fin dal verdetto riconfermato dall’alta corte irachena, nei giorni scorsi, i curdi avevano fatto sapere di preferire Saddam vivo. Per loro infatti era importante che, per esempio, il processo sull’anfal, lo sterminio dei curdi tra il 1987 e il 1988 (oltre 180mila morti) andasse avanti. A Halabja, il centro di ricerca sull’anfal e il genocidio dei kurdi, ha pubblicato un comunicato molto amaro subito dopo l’esecuzione di Saddam. «Questa esecuzione – scrivono i curdi – è stata un grave errore. Ancora una volta l’alta corte irachena dominata dagli arabi ha ignorato gli interessi delle vittime curde e della stessa nazione curda. Questa scelta – aggiungono i curdi – rischia di condizionare i futuri tentativi di riconciliazione». Il centro ricorda che Saddam avrebbe dovuto rispondere di molti massacri. Dalla pulizia etnica attuata nei confronti dei curdi yezidi al bombardamento di Qalladze (nel 1974), dal massacro del 1983 al bombardamento dei villaggi kurdi dall’83 in poi, dagli attacchi con i gas chimici nel 1987-88 all’anfal risultato appunto con la morte di oltre 180mila kurdi e la distruzione di migliaia di villaggi. Naturalmente i kurdi non si nascondono che oltre a Saddam Hussein molti, anche in occidente, hanno avuto pesanti responsabilità in molti di questi massacri. E la fretta con cui il rais è stato impiccato è stata determinata anche, sostengono a Halabja, dalla paura e dalle pressioni provenienti anche dall’occidente. E non solo dagli Stati uniti. Tra i curdi di Turchia poi in molti ieri hanno ricordato come anche la Turchia avrebbe avuto un ruolo almeno nel massacro di Halabja: cinquemila curdi uccisi dai gas.
Gli appelli delle associazioni dei familiari delle vittime dei crimini commessi da Saddam contro i curdi, delle associazioni per i diritti umani curde, dei legali, ai politici curdi sono stati di fatto inascoltati. La popolazione curda, in esilio e in Kurdistan, ha chiesto in questi mesi a più riprese ai suoi rappresentanti di fare il possibile per evitare l’esecuzione di Saddam e consentire ai curdi di avere la possibilità di andare fino in fondo con un processo che avrebbe finalmente potuto gettare luce su molti crimini commessi dal rais e sulle complicità esistenti. Ma la giustizia ai curdi è stata ancora una volta negata. E questo getta una luce sinistra su ciò che potrebbe avvenire in futuro in Iraq: perché la questione del nord (cioè del Kurdistan) come quella di Kirkuk (rivendicata dai turchi) rimangono irrisolte e la violenza anche nel Kurdistan iracheno non si è affatto placata.

STEVE SHRIMPS
Vita del raìs che cercò di tenere unito l’Iraq, a tutti i costi (Il manifesto 31/12/2006)
Dalla giovinezza nel partito Baath alla guerra contro l’Iran, Saddam cercò sempre di «livellare» tutte le contraddizioni sociali, etniche e politiche di un paese che anche la geografia ha contribuito a separare. Passando attraverso due guerre rovinose con gli Usa e fallendo come «rappresentante» dell’Occidente nell’area
L’otto agosto del 1989 il presidente iracheno Saddam Hussein, con il tradizionale mantello beduino, inaugurava a cavallo di uno stallone bianco il doppio arco di trionfo costruito nei pressi del palazzo presidenziale. Il monumento, costruito per celebrare la vittoria contro «il nemico iraniano» nella prima guerra del Golfo, terminata appena un anno prima, l’8 agosto del 1988, è composto dai due avambracci e dalle mani del rais, alti sedici metri, che stringono in pugno due grandi sciabole che a loro volta si toccano ad un’altezza di quaranta metri dal suolo. Nel punto dove gli avambracci – fusi in bronzo in Inghilterra dai calchi presi sulle braccia del presidente iracheno – escono prepotentemente dal terreno, due enormi reti fanno mostra di sé alla base del monumento: all’interno cinquemila elmetti iraniani presi dai campi di battaglia dove persero la vita almeno un milione di soldati delle due parti.
L’arco di trionfo, ora racchiuso nell’area diventata il cuore dell’amministrazione americana in Iraq, ben esprime non solo l’ossessivo culto della personalità che ha caratterizzato, insieme alla durissima repressione interna, i trent’anni del suo potere ma anche tutti quegli elementi ideologici e mitologici che per molti anni, insieme al welfare interno «dalla nascita alla tomba», sono stati alla base del consenso di cui ha goduto in vasti strati della popolazione irachena e nel mondo arabo.
Innanzitutto Saddam Hussein, nato il 28 aprile del 1937 nel povero villaggio contandino di Oujia, nei pressi di Tikrit, è stato il frutto non solo della tormentata storia dell’Iraq ma anche della tradizionale società tribale beduina. Una società centrata sui legami familiari che Saddam Hussein non ha mai tradito appoggiandosi spesso, e in primo luogo, ai suoi familiari. In un certo senso lo sviluppo e il peso assunto all’interno del regime degli esponenti del paese natale di Saddam Hussein ha costituito una rivalsa delle campagne e dei deserti dell’Iraq centrale nei confronti della sofisticata capitale Baghdad.
Anche in questo Saddam ha semplicemente ripreso e sviluppato elementi già presenti nel paese durante la lunga dominazione ottomana come l’avvio dei sunniti, arabi e curdi, alla carriera militare e amministrativa, e degli sciiti ai commerci, all’agricoltura e alle professioni liberali. Saddam Hussein, che si è sempre considerato una via di mezzo tra Bismark e Harun al Rashid, ha cercato con il suo regime personale e sanguinario di dare coesione e unità all’Iraq affrontando i tre problemi di fondo del paese: il fatto che -a differenza dell’Egitto con il Nilo- il Tigri e l’Eufrate, per le difficoltà della navigazione, non hanno mai dato una reale unità al paese, creato all’indomani della prima guerra mondiale dall’unione tra le tre province ottomane di Mossul nel nord a maggioranza kurda, da sempre legata ad Aleppo, quella di Baghdad nel centro sunnita, che insieme alle città sante sciite di Najaf e Kerbala guardava in realtà all’Iran, e da quella di Basra nel sud prevalentemente sciita, la città di Sindbab rivolta al Golfo e alle Indie.
Il secondo elemento sul quale il regime ha fatto leva è stato senza dubbio quello delle debolezza politica e militare del paese, terra di pianura senza difese naturali da sempre invasa, minacciata e occupata da due enormi vicini, l’Iran con una popolazione di tre volte superiore (60 milioni contro i 20 dell’Iraq) e la Turchia con oltre 67 milioni di abitanti. Una paura, quella dell’Iraq, che insieme alla conspevolezza di essere stati la culla della civiltà, ha sempre prodotto un fortissimo senso dell’identità e dell’orgolio nazionale che Saddam Hussein ha saputo coltivare e utilizzare a suo vantaggio utilizzando il nazionalismo iracheno per amalgamare, spesso brutalmente, il paese dal punto di vista etnico, religioso e politico.
In questo ambito il regime da una parte ha fatto leva sulla richiesta di «ordine» presente nella società dopo le convulsioni, i colpi di stato e agli scontri di piazza seguiti alla rivoluzione antimonarchica del 1958 e dall’altra si è presentato all’estero come il garante dell’unità del paese e di una politica «pragmatica» a livello internazionale assicurando all’occidente prima il contenimento e la distruzione del locale Partito comunista e poi la costruzione di un «argine» contro il rischio di una esportazione nella regione del Golfo e del Medioriente della rivoluzione Khomeinista.
Non a caso gli Usa videro con favore sia il colpo di stato del Baath del 1968 (in seguito al quale Saddam Hussein divenne il numero due del presidente Hassan al Bakr, del quale avrebbe poi preso il posto nel luglio del 1979), sia l’avvio della guerra all’Iran nel settembre del 1980 che segnò il definitivo passaggio dell’Iraq nel campo statunitense. Una guerra che l’Iraq fece praticamente a credito, nel senso che i proventi del petrolio continuarono ad essere utilizzati nel «welfare» mentre le armi venivano comprate utilizzando i prestiti occidentali e del Golfo. Ma l’ingenuo tentativo di Saddam Hussein di divenire il referente locale dell’Occidente si infranse a pochi giorni dalla «vittoria» contro l’Iraq. Kuwaitiani, sauditi, americani, inglesi e israeliani decisero che, risolto il problema Iran ora anche l’Iraq andava distrutto.
All’inizio con l’arma dei debiti. L’Iraq cosi nel 1989-90 si trovò davanti alla richiesta del Kuwait, e non solo dell’emirato, di un rimborso di tutti i crediti concessi a Baghdad durante la guerra. Una richiesta impossibile da soddisfare a meno di non voler distruggere il paese e il consenso che il regime si era costruito all’interno. Da qui la scelta di invadere nell’agosto del `90 il Kuwait, dopo un ambiguo via libera dell’amministrazione Usa, con tutto quel che ne è derivato. Il sostegno degli Usa all’Iraq durante gli anni ’80 (mentre i neocon del tempo sostenevano l’Iran) in quegli anni arrivò sino al punto di tacere sull’uso da parte dell’esercito iracheno di gas asfissianti contro le truppe iraniane nella penisola di Fao e lungo tutto il fronte fino al nord, dove nella città di Halabja (occupata due giorni prima dall’esercito iraniano e dai peshmerga kurdi) vi furono oltre 5.000 vittime. La guerra all’Iran venne usata da Saddam sia per schiacciare la forte opposizione sciita che chiedeva l’istituzione di una repubblica islamica in Iraq sia i movimenti separatisti kurdi alleati dell’Iran nel nord del paese.
A livello ideologico il regime cercò inoltre di creare una comune mitologia nazionale che riferendosi al passato mesopotamico pre islamico e pre arabo, fosse in grado di unire il paese al di là delle divisioni etniche, politiche e soprattutto religiose. Un collante ideologico contro il quale si sono scagliati gli occupanti Usa lasciando mano libera ai saccheggiatori dei musei dedicati proprio a quel’antico passato, sciogliendo l’esercito e introducendo per la prima volta a livello istituzionale il confessionalismo etnico e religioso.

A. FAB.(Il manifesto 31/12/2006)
L’Italia condanna, Prodi preoccupato
Napolitano «La nazione rifiuta la pena capitale» Berlusconi: tribunale legittimo, ma errore storico
Pannella: ora si faccia la moratoria Il leader radicale continua lo sciopero della fame. Vuole che il governo presenti subito una risoluzione all’Onu: «Avrebbe i voti»
Roma
L’Italia condanna. Romano Prodi l’aveva già fatto poche ore prima che Saddam Hussein venisse effettivamente giustiziato. Ieri il presidente del Consiglio ha espresso in più la sua preoccupazione perché, a condanna eseguita, «le prime ore vedono conseguenze di tensione e di violenza che erano sostanzialmente attese. Mi auguro che siano le uniche». Durissimo il giudizio di Silvio Berlusconi. Secondo l’ex primo ministro italiano, grande amico e sostenitore di George W. Bush, la messa a morte di Saddam è stata «un errore politico e storico che non aiuterà l’Iraq a voltare definitivamente pagina». Il Cavaliere aggiunge però che l’impiccagione «non è stata espressione di giustizia sommaria perché decisa da un tribunale legittimo».
E’ questa la linea di confine tra il giudizio dei politici di maggioranza e quelli di opposizione: anche a destra si rifiuta la pena di morte ma si riconosce in pieno la legalità del tribunale iracheno che ha emesso la condanna. Anche se non manca chi coglie l’occasione per fare polemica: da Forza Italia si attacca «l’indignazione a senso unico della sinistra», Storace di An dice che allora la sinistra dovrebbe esprimere identica «condanna morale» anche per l’esecuzione di Mussolini, il cattolico Cesa segretario dell’Udc arriva a dire che l’impiccagione «accresce le distanze tra i nostri valori e quelli dell’Islam».
Napolitano: atto contro i nostri valori
Ma è il presidente della Repubblica a intervenire con una dichiarazione fatta esplicitamente a nome della nazione: «Interpretando i sentimenti profondi del popolo italiano e gli alti valori morali e giuridici della Costituzione – recita la nota del Quirinale – il presidente Giorgio Napolitano conferma la contrarietà del nostro paese ad ogni sentenza di morte ed esecuzione capitale». Poco dopo anche il presidente della camera Fausto Bertinotti scrive che «l’esecuzione di Saddam Hussein, un dittatore che ha identificato il proprio percorso politico con la pratica della distruzione e della violenza, in nulla sminuisce il sentimento di orrore e di rifiuto suscitato dalla pena di morte».
La Costituzione ancora non la esclude
Al quinto giorno di sciopero della fame, iniziato per chiedere a iracheni e americani di risparmiare la vita di Saddam, Marco Pannella non si ferma e concentra adesso le sue richieste sul governo italiano. «Vado avanti – dice il leader radicale – fino a quando il governo italiano non presenterà ufficialmente all’assemblea generale dell’Onu un atto politico per chiedere la moratoria universale della pena di morte». A Pannella basterebbe in realtà una segnale di apertura da parte del governo italiano. Non per questo si modera nelle critiche a Prodi e all’Unione europea che «non hanno mosso un dito», hanno fatto «solo parole» e dunque «lasciato compiere un assassinio barbaro e cretino».
La richiesta dei radicali è spiegata nel dettaglio da «Nessuno tocchi Caino», l’associazione della galassia pannelliana capofila della campagna contro la pena di morte. «E’ matematico – garantisce il segretario Sergio D’Elia -, nell’assemblea generale dell’Onu una risoluzione di moratoria della pena di morte sarebbe approvata con 97-105 voti a favore, 61-68 contrari e 19-27 astenuti». L’Italia dal primo gennaio siederà nel consiglio di sicurezza come membro di turno. La richiesta è che porti avanti subito le procedure – o attraverso la convocazione di un’assemblea straordinaria o utilizzando uno dei due comitati ancora attivi dell’ultima assemblea generale – per mettere ai voti la proposta di moratoria. Se fino ad oggi il ministro degli esteri D’Alema non ha spinto in questa direzione, nonostante il parlamento italiano abbia votato due ordini del giorno che impegnano il governo a prendere l’iniziativa, è perché non si è voluto muovere al di fuori di un’intesa con gli altri 24 rappresentanti dell’Unione europea. «L’ondata di indignazione seguita alla condanna di Saddam – ragiona D’Elia – può avere uno sbocco positivo, l’Italia ha acquisito credito guadagnandosi l’elezione all’unanimità nel consiglio di sicurezza e adesso deve saperlo spendere in questa campagna».
Italia che però non è ancora riuscita a cancellare del tutto la pena di morte dalla sua Costituzione, dove l’articolo 27 ancora recita «Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra». Approvato alla camera, il ddl costituzionale che vuole far sparire anche l’astratta previsione della pena capitale è fermo al senato. Con la promessa che, nel nuovo anno, riprenderà il cammino.

ALESSANDRO PORTELLI
La giustizia della democrazia esportata L’esecuzione di Saddam chiama in causa la definizione e l’identità dell’Occidente (Il manifesto 31/12/2006)
Poco tempo dopo l’11 settembre, mentre cominciava l’intervento in Afghanistan, un editoriale del Los Angeles Times proponeva: «Arrestiamo Osama e facciamogli un regolare processo, così tutto il mondo potrà vedere come funziona la giustizia nella patria della democrazia». Osama bin Laden è ancora fuori portata, ma come funziona la giustizia della democrazia esportata l’abbiamo visto: non solo il processo non ha avuto nulla di esemplare, ma l’esecuzione del condannato Saddam Hussein è il culmine di quella strategia delle «extraordinary renditions» in cui gli Stati Uniti lasciano i lavori sporchi ai loro paesi vassalli, e se ne lavano le mani dicendo (come anche qualcuno in Europa) che «è una questione interna irachena».
Non è affatto una questione interna irachena; è una questione che riguarda la definizione e l’identità di quel famoso Occidente in nome del quale gli Stati Uniti e fino a poco fa l’Italia hanno imposto la loro occupazione. Non credo che sia il caso di avere nessuna pietà per Saddam Hussein, assassino e dittatore. Ma nel diritto penale la questione non è solo quello che la vittima si merita; la questione più importante è quali sono i valori, l’identità, i principi di chi amministra il castigo. La ragione per cui la pena di morte è esclusa dal nostro ordinamento non riguarda la pietà per le vittime ma l’orrore nei confronti dell’idea che lo stato possa infliggere la morte. Ci meritiamo, noi, di essere boia, amici e sostenitori del boia?
Un amico americano che seguiva casi di pena di morte mi disse una volta: i familiari delle vittime insistono sempre sull’esecuzione capitale perché pensano che questa porterà «closure», un senso di conclusione: porrà fine alla vicenda, gli metterà l’anima in pace. E invece, aggiungeva, dopo l’esecuzione si ritrovano con lo stesso dolore e lo stesso vuoto di prima, e senza neanche più l’illusione di un atto finale liberatorio. L’esecuzione di Saddam Hussein è caso esemplare: lungi dal mettere fine alla vicenda irachena, serve a rilanciarla e aggravarla. Non solo perché la guerriglia e le stragi in Irak sono andate avanti e si sono aggravate anche indipendentemente dalla presenza di Saddam Hussein, anche dopo la sua cattura (e, nella misura in cui la sua figura ha funzionato da richiamo simbolico, lo sarà ancora di più dopo la morte). Ma anche perché invece che sancire la fine della guerra, questa parodia di Norimberga serve agli occupanti per rivendicare un «successo» e quindi continuare. E’ esattamente il contrario della «closure»: è un modo per tenere aperta la ferita e continuare ad aggravarla.
Alla fine, nell’esecuzione di Saddam Hussein la pena di morte prende le sue forme meno tragiche e più meschine, la vendetta e la frustrazione: sentimenti infantili («Saddam Hussein ha cercato di ammazzare il mio papà», ha detto il presidente Bush figlio), che in un delirio di onniptnza fallito si sfogano sull’unico oggetto di cui possono disporre. Ma questo accanimento è anche un effetto di quella ossessiva personalizzazione che sembra ormai la forma dominante del discorso politico. Le società non esistono o non gli si riconosce una soggettività; esistono e contano solo le persone del ceto politico e dei leader; così, gli Stati Uniti hanno prima creduto che bastasse abbattere una persona, Saddam Hussein, per portare la libertà a una società ansiosa di democrazia; e, non essendoci riusciti, sembrano illudersi che basti ucciderlo (che nessuno dica «giustiziarlo»: non c’è mai nessuna giustizia in un’uccisione) per recuperare quel consenso che, con loro sorpreso stupore, non si è materializzato attorno alla loro impresa. Sbagliavano allora, sbagliano adesso, e come allora il prezzo lo pagheranno soprattutto gli iracheni.
Un’ultima considerazione. L’Europa ha posto l’abolizione della pena di morte fra le condizioni per l’ammissione della Turchia. Giusto. Contemporaneamente, accettiamo come nostro alleato di riferimento e leader della Nato un paese che la pena di morte non solo la pratica ma la diffonde. Non è una contraddizione?

MICHELE GIORGIO
Saddam morto fa più paura
Il Medio Oriente teme i riflessi dell’esecuzione sui rapporti sempre più tesi tra sciiti e sunniti
Lutto nei Territori palestinesi occupati, che l’ex raìs sosteneva finanziando l’Olp. Gioia da parte dei governi di Tel Aviv e Tehran. Ma è proprio la rinascita sciita che alimenta i timori di uno scontro in tutta l’area
L’impiccagione di Saddam Hussein è stata accolta con soddisfazione, anche se con motivazioni diverse, in Israele e in Iran, ma ha lasciato tiepido il mondo arabo. Il futuro però potrebbe riservare sviluppi di grande rilievo. A cominciare da un ulteriore peggioramento delle relazioni tra musulmani sunniti e sciiti, in Iraq e in quei paesi dove sono presenti significative minoranza sciite. Senza dimenticare la diffidenza che diversi Stati, a cominciare da quelli del Golfo, provano nei confronti dell’Iran che per molti sarebbe dietro il «protagonismo» sciita di questi ultimi tempi. «Il processo, la condanna a morte e soprattutto l’esecuzione di Saddam Hussein hanno un background settario – ha detto al Manifesto l’analista arabo Mouin Rabbani, dell’ufficio di Amman dell’International Crisis Group -. È evidente che a dare il via libera sono stati gli Stati Uniti, ma i commenti di molti arabi, soprattutto quelli musulmani sunniti, tendono a mettere in risalto il ruolo che il governo iracheno sciita ha svolto in questa vicenda, a cominciare dalla rapidità con cui è stato messo a morte Saddam Hussein. Non è facile fare previsioni, ma temo che questa impiccagione approfondirà il solco tra sunniti e sciiti». Rabbani ha ricordato che «per secoli gli sciiti sono stati, tranne qualche breve periodo, in una condizione di sottomissione nei confronti dei sunniti. Ora la caduta del regime di Saddam Hussein ha dato il via ad un revival sciita, non solo in Iraq o in Libano, che preoccupa i sunniti. E l’esecuzione di Saddam Hussein viene letta da non pochi sunniti come una vendetta, un desiderio di rivincita degli sciiti». Secondo l’analista, la scelta dell’inizio dell’Eid Al-Adha (la festa islamica del sacrificio), per compiere la sentenza di morte, ha creato forte sdegno tra la gente e l’atteggiamento sprezzante del premier iracheno Al-Maliki non è destinato a passare inosservato». Un’interpretazione, quella di Rabbani, che convince il deputato egiziano e direttore del quotidiano Al-Osbua, Mustafa Bakri, per il quale in Iraq adesso vi saranno scontri ancora più intensi fra musulmani sunniti e sciiti e un possibile allargamento delle violenze nell’intera regione.
La descrizione di futuri scenari di tensione e violenza tuttavia si scontra al momento con la blanda reazione, tranne poche eccezioni, che l’impiccagione dell’ex rais iracheno ha sino a questo momento provocato nel mondo arabo. «È la conclusione tragica di un triste capitolo della storia dell’Iraq». Così Houssam Yusuf, consigliere del segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha commentato l’esecuzione. «Speriamo che non risulti in un’escalation di violenza e che il popolo iracheno volti pagina per guardare al futuro», ha aggiunto. Un po’ poco per l’organismo che rappresenta l’intero mondo arabo, senza dimenticare che Amr Moussa è rimasto, certo non a caso, in disparte. D’altronde il Segretario generale della Lega Araba all’epoca della prima prima guerra del Golfo (1991), era ministro degli esteri egiziano ed assieme al presidente Mubarak contribuì non poco alla formazione di quella coalizione araba che avrebbe partecipato con suoi soldati all’operazione Desert Storm lanciata dagli americani per «liberare» il Kuwait occupato qualche mese prima dall’Iraq. E anche se Moussa e Mubarak hanno criticato l’invasione anglo-americana del 2003, la loro avversione nei confronti di Saddam Hussein non è mai mutata. Stesso discorso vale per Damasco, che nel 1990, avallando Deserto Storm, si guadagnò la benedizione americana alla pax siriana in Libano. Ieri la televisione di stato ha dato un rilievo minimo alla notizia dell’esecuzione dell’ex presidente iracheno. Alcuni analisti siriani, come George Jabbour, invece sono tornati sul processo a Saddam per ribadire che si è svolto «al di sotto dei requisiti necessari e in circostanze eccezionali». Il suo collega Imad Shueibi ha commentato che il governo iracheno voleva chiudere l’anno con «un regalo a George Bush, per salvargli la faccia di fronte alle ripetute sconfitte in Iraq». Poco convincenti sono i tre giorni di lutto per Saddam proclamati dal governo libico e del presidente Gheddhafi che ha mantenuto, specie negli ultimi anni, un atteggiamento ambiguo verso l’occupazione dell’Iraq.
La notizia dell’esecuzione di Saddam Hussein invece è stata accolta con sincero cordoglio nei Territori palestinesi occupati, dove l’ex raìs iracheno godeva di molta stima per il sostegno economico e politico che per anni ha garantito alla popolazione impegnata nell’Intifada contro Israele, senza dimenticare i generosi finanziamenti che aveva destinato all’Olp di Yasser Arafat. In Cisgiordania sono state esposte in diverse case e negozi, in segno di lutto, fotografie di Saddam. A Gaza un portavoce di Hamas, Fawzi Barhum, ha detto che l’ex presidente dell’Iraq era un «prigioniero di guerra» e «la sua esecuzione è un assassinio politico». Non si è espresso invece il presidente Abu Mazen. Ben diversa la reazione d’Israele, nemico giurato dell’Iraq di Saddam Hussein. «Giustizia è fatta», ha detto un portavoce governativo. Un giudizio secco che, incredibilmente, è simile a quello espresso dal presidente iraniano Ahmadinejad.

FARID ADLY
media arabi
Tra martirio e gioia tv e giornali spaccati
Fuori dal coro Molto dura la stampa libica: è un assassinio politico voluto dalle forze d’occupazione (Il manifesto 31/12/2006)
Le reazioni dei media arabi all’esecuzione dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein sono diversificate. Si passa dal giubilo alla critica aperta. Anche la carta stampata di ieri sabato, pubblicata quindi prima dell’esecuzione, apre in prima pagina con l’annuncio dell’impiccagione nel giorno della festa del sacrificio. Oltre alle critiche sull’opportunità politica, questo punto di carattere religioso è quello più dibattuto. «Non è consuetudine nelle società islamiche – scrive Al Watan – eseguire condanne nel giorno di festa, soprattutto nella giornata del sacrificio che ricorda il figlio primogenito di Abramo, salvato dall’arcangelo Gabriele con il sacrificio dell’agnello». Un giudice iracheno membro della Corte di Appello, Munir Haddad, intervistato dall’emittente del Qatar Al Jazeera su questo punto ha dovuto schermirsi dietro il pretesto che «ufficialmente in Iraq, contrariamente alla maggior parte dei paesi islamici, la festa del Sacrificio inizia soltanto domenica». E ha citato una improbabile dichiarazione salvifica dell’Imam Sistani che avvalora la scelta.
Il sito internet Saut Al Iraq (La voce dell’Iraq), invece, dedica un editoriale sulla doppia festa, considerando l’impiccagione di Saddam Hussein un giorno di festa per il popolo iracheno.
La Tv di Stato Al Iraqia ha trasmesso per prima le immagini della fase precedente all’impiccagione. Tutte le emittenti arabe hanno avuto il corretto rispetto per i loro spettatori e hanno rifiutato di mandare in onda le immagini del cadavere penzolante sulla forca. Le autorità irachene avevano documentato l’esecuzione con un video che è stato distribuito alle emittenti internazionali.
Un servizio di Al Jazeera dà uno spaccato della divisione della popolazione irachena di fronte alla notizia dell’esecuzione: «Di fronte alla manifestazioni di giubilo delle città a maggioranza sciita, registriamo la protesta dei sunniti come a Tikrit, città natale di Saddam Hussein, e di Fallouja. A Tikrit, il governatore ed il capo della tribù di Saddam si è rifiutato di partecipare ai funerali ufficiali ed hanno chiesto la consegna del feretro per una sua sepoltura vicino alle tombe dei suoi figli». Al Jazeera sottolinea anche la reazione delle città curde che non hanno gradito l’esecuzione prima del processo per i crimini compiute contro la popolazione curda.
L’autorevole quotidiano Al Hayat, edito a Londra, scrive in un editoriale precedente all’esecuzione, che così «si metterebbe fine alla riconciliazione nazionale in Iraq. Questa decisione apparirà a tutti come la vendetta degli Sciiti – scrive il giornale londinese – e aprirà una fase conflittuale non soltanto con la guerriglia sunnita, ma anche con i partner governativi curdi che vedono così cancellato il processo per le vittime curde dell’ex regime».
Il quotidiano egiziano Al Ahram, in un’analisi a firma di Mohammed Said, sostiene che «questo è l’epilogo della crisi della politica statunitense in Iraq. La scelta di aumentare le truppe e di annientare il nemico sono il frutto dell’impostazione iniziale della strategia Usa, basata sulla forza militare e del controllo unipolare dei destini del mondo alla fine della guerra fredda. Con questa ostentazione della forza, la Casa Bianca vuole imporre la resa all’avversario ma rischia di impantanarsi senza vie di fuga onorevoli».
Il libanese Assafir scrive che saddam Hussein è il primo presidente arabo impiccato sotto occupazione militare: «Gli iracheni sono divisi tra manifestazioni di gioia e contestazioni per la morte di Saddam Hussein, ma il timore è che gli occupanti siano riusciti a trasformare la vita dell’ex presidente iracheno come se fosse il principale problema del paese. In questo modo le forze di occupazione sono salve da ogni tentativo di condanna per le loro quotidiane nefandezze. L’altro aspetto da non sottovalutare, per le dense ombre che lascerà sul futuro del paese, è la firma del premier sciita Al Maliki sul provvedimento di esecuzione proprio il giorno della festa del Eid Al Kabir (la festa del Sacrificio). Questo comportamento rischia di far concepire l’esecuzione, agli occhi di molti, come una vendetta settaria sciita». La stampa kuwaitiana senza distinzioni considera l’esecuzione di Saddam Hussein come un giorno di festa. Sui forum dei quotidiani del Kuwait sono pubblicati molti messaggi che indicano lo stato d’animo della popolazione del piccolo emirato che difficilmente dimenticherà il giorno dell’invasione del proprio paese il 2 Agosto 1990, quando le forze armate irachene avevano spazzato l’emirato in 24 ore. Fuori dal coro è la stampa libica che fa eco alle dichiarazioni del leader Moammar Gheddafi: «E’ un assassinio deciso dalle forze di occupazione. Saddam Hussein è un prigioniere di guerra che non poteva essere processato». Quella libica è per il momento l’unica posizione ufficiale di un governo arabo di esplicita condanna dell’esecuzione.
* Anbamed

TARIQ ALI’
Altro che Norimberga. Un processo coloniale (Il manifesto 31/12/2006)
È significativo che il 2006 sia finito con un’impiccagione coloniale, mostrata quasi interamente (salvo gli ultimi istanti) dalla televisione di stato dell’Iraq occupato. È stato un anno così, nel mondo arabo. La manipolazione del processo era così evidente che persino Human Rights Watch – la più grande organizzazione americana dell’industria dei diritti umani – ha dovuto condannarlo come una farsa completa. Su ordine di Washington sono stati sostituiti i giudici, gli avvocati difensori sono stati uccisi e l’intero procedimento ricordava un linciaggio ben orchestrato.
Se il processo di Norimberga è stato un’applicazione più dignitosa della giustizia dei vincitori, quello a Saddam è stato, finora, il processo più crudo e grottesco. Il fatto che il Presidente-Grande Pensatore lo abbia definito «una pietra miliare sulla strada della democrazia irachena» indica chiaramente che il grilletto è stato premuto da Washington. I discutibili leader dell’Unione europea, teoricamente contrari alla pena capitale, sono rimasti in silenzio come al solito.
Mentre a Baghdad alcune fazioni sciite festeggiavano, le cifre pubblicate da un istituto discretamente indipendente, l’Iraq Centre for Research and Strategic Studies (che dichiara di voler «diffondere la necessità cosciente di realizzare le libertà fondamentali, consolidare i valori democratici e le fondamenta della società civile») rivelano che quasi il 90% degli iracheni pensa che la situazione nel paese fosse migliore prima dell’occupazione.
La ricerca dell’Icrsc si basa su dettagliate interviste effettuate casa per casa nella terza settimana di novembre del 2006. Solo il 5% delle persone intervistate dichiara che oggi l’Iraq è migliore rispetto al 2003; l’89% di loro dice che la situazione politica si è deteriorata; il 79% vede un declino della situazione economica; il 12% trova che le cose siano migliorate e il 9% sostiene che non c’è stato alcun cambiamento.
Il 95% degli intervistati – la cosa non sorprende – pensa che, per quanto riguarda la sicurezza, la situazione sia peggiorata rispetto a prima. È interessante notare che il 50% circa gli intervistati si sono definiti solo «musulmani»; per il 34% si sono definiti «sciiti» e per il 14% «sunniti». Si aggiungano le cifre fornite dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati: dal marzo 2003 sono fuggiti all’estero 1,6 milioni di iracheni (il 7% della popolazione), e ogni mese 100.000 iracheni lasciano il paese: cristiani, medici, ingegneri, donne, ecc. Ve ne sono un milione in Siria, 750.000 in Giordania, 150.000 al Cairo. Questi profughi non suscitano la simpatia dell’opinione pubblica occidentale perché la causa del fenomeno è l’occupazione degli Usa (con l’appoggio dell’Ue). In questo caso non si fa il paragone con le atrocità del Terzo Reich (come accadde invece per il Kosovo). Forse sono state queste statistiche (e le stime di un milione di morti iracheni) a richiedere l’esecuzione di Saddam Hussein?
Che Saddam fosse un tiranno è indiscutibile, ma si preferisce dimenticare che ha commesso la maggior parte dei suoi crimini quando era un fedele alleato di quelli che oggi occupano l’Iraq. Come egli ha ammesso durante il processo, fu l’approvazione di Washington a farlo sentire al sicuro nel gassare Halabja con agenti chimici, in piena guerra Iran-Iraq. Meritava un processo e una punizione appropriati, in un Iraq indipendente. Non questo.
I doppi binari applicati dall’Occidente non cessano mai di stupire. L’indonesiano Suharto, che governava su una montagna di cadaveri (almeno un milione, se accettiamo le stime più basse) è stato protetto da Washington. Lui non ha mai dato noia come Saddam.
E che dire di coloro che hanno creato il caos nell’Iraq di oggi? I torturatori di Abu Ghraib, gli spietati macellai di Fallujah, i fautori della pulizia etnica a Baghdad, il direttore del carcere curdo che si vantava di avere come modello Guantanamo.
Bush e Blair saranno mai processati per crimini di guerra? C’è da dubitarne. E Aznar, ora ingaggiato come docente presso la Georgetown University a Washington DC, dove la lingua d’insegnamento è l’inglese di cui lui non parla una parola. La sua ricompensa è una punizione per gli studenti. Il linciaggio di Saddam potrebbe far correre un brivido lungo la spina dorsale collettiva, seppure artificiale, delle élite di governo arabe. Se Saddam può essere impiccato, altrettanto può accadere a Mubarak, al joker hascemita ad Amman, e ai reali sauditi, purché coloro che li spodesteranno siano felici di collaborare con Washington.
Traduzione Marina Impallomeni

(Il manifesto 31/12/2006)«Ora ha pagato il suo debito», dice il governo inglese
Dall’Europa Reazioni tiepide di condanna per l’esecuzione
La sostanziale ingnavia del mondo laico – sia a occidente che a oriente con l’Europa in mezzo – ha fatto da contraltare alla protesta del mndo religioso, dal Vaticano ai paesi musulmani, per l’impiccagione di Saddam Hussein. E la forte reazione di condanna dell’esecuzione da parte di Romano Prodi è stata in occidente l’eccezione che conferma la regola.
Un falso capolavoro diplomatico è stata la risposta britannica alle immagini di Saddam Hussein con il cappio al collo. Il premier Tony Blair è rimasto zitto in vacanza a Miami nella casa del cantante Robin Gibb, facendo parlare a nome suo e dell’intero governo un’ora dopo l’esecuzione il ministro degli esteri Margaret Beckett: «Ora ha pagato il suo debito», ha detto la signora, ricordando solo successivamente e dopo molti se e molti ma, che tuttavia «il governo britannico non è favorevole alla pena di morte, né in Iraq né altrove». Naturalmente «abbiamo esposto con chiarezza il nostro punto di vista alle autorità irachene, ma rispettiamo la loro decisione che è stata quella di uno stato sovrano». Forse ancora più esplicito il silenzio di Blair, primo alleato di George W. Bush nella guerra all’Iraq e a capo del Partito laburista che non è solo è stato ed è fortemente critico contro questa querra ma è anche contro la pena di morte.
Muhammed Abdul Bari, segretario generale del Muslim Council of Britain, è stato invece diretto: sia nel condannare Saddam Hussein, reo di di crimini contro la popolazione irachena e per avere invaso il Kuwait, sia nel condannare «un processo che è stato condotto in un Iraq ancora sotto occupazione straniera» e una esecuzione durante una festività religiosa che «sarà considerata come un atto di insensibilità e di provocazione da parte del governo iracheno appoggiato dagli Usa». Parole dure apparse con altre argomentazioni anche sulla stampa anglosassone. Se il Guardian ha pubblicato un editoriale in cui definisce «la pena di morte una punizione inaccettabile e crudele, anche in Iraq», sull’Indipendent il noto inviato di guerra Robert Fisk parla della fine di «un dittatore creato e poi distrutto dall’America».
In Germania, il vice ministro degli esteri Gernot Erler ha detto di comprendere «il sentimento del popolo iracheno» e il fatto che «non ci sono dubbi sull’entità dei crimini di Saddam Hussein», «ma noi ci opponiamo alla pena di morte ovunque». Ancora più annacquata la reazione della Spagna di Zapatero, che condanna l’esecuzione di Saddam Hussein ma si dice anche subito pronta a «collaborare con le legittime aurorità irachene», cui esprime «sostegno».
La Francia è sulla linea della Germania – condanna della pena di morte – ma per avere delle parole più forti bisogna andare a leggersi l’editoriale di Le Monde, titolato «No alla pena di morte»: «George W. Bush – si legge – che non sa né perché far restare 140.000 soldati in Iraq né come ritirarli, ha salutato l’esecuzione come una “tappa importante sulla via della democrazia”. E’una concezione della democrazia. Non è la nostra». In un comunicato, il ministero degli esteri russo ha espresso «rammarico» per l’esecuzione di Saddam Hussein e per il fatto che siano stati ignorati tutti gli appelli alla clemenza levatisi da più parti nel mondo.
Durissimo invece il giudizio sulla esecuzione in Iraq del commissario europeo allo sviluppo, il belga Louis Michel, che ha parlato di «atto barbaro». «Non si combatte la barbarie con atti che io considero di barbarie», ha detto Michel. «Pena di morte e democrazia sono incompatibili. Saddam Hussen, purtroppo, ora rischia di sembrare un martire, e non lo merita».

(Il manifesto 31/12/2006)Il Vaticano durissimo: «Una notizia tragica»
La Santa Sede «L’uccisione del colpevole non porta giustizia»
Roma
Il commento del Vaticano all’esecuzione di Saddam Hussein è arrivato di primo mattino, quando la notizia ha aperto il notiziario della Radio Vaticana immediatamente seguita dal commento lapidario di padre Raffaele Lombardi, portavoce del papa: «E’ una notizia tragica».
Reazione tanto forte da fare immediatamente il giro del mondo. Nel pomeriggio l’Osservatore Romano la motiva così: «L’esecuzione di una persona è motivo di tristezza anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti». Il giornale del Vaticano ricorda come «la posizione della chiesa cattolica contraria alla pena di morte sia stata «più volte ribadita». E nel commento ufficiale non si sottolinea tanto il valore sacro della vita umana, quanto considerazioni più pragmatiche: «L’uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società». In definitiva dunque alla riprovazione per la condanna a morte si aggiunge la preoccupazione che l’esecuzione di Saddam «alimenti lo spirito di vendetta e semini nuova violenza». Nella nota pubblicata dall’Osservatore si aggiunge poi che «in questo tempo oscuro del popolo iracheno non si può che auspicare che tutti i responsabili facciano veramente ogni sforzo perché in una situazione drammatica si aprano spiragli di riconciliazione e di pace».
Se le parole pronunciate ufficialmente dal Vaticano sono dunque molto forti, resta il fatto che il papa abbia scelto di non intervenire direttamente per condannare l’esecuzione di Saddam Hussein. E’ probabile che Benedetto XVI non potrà fare a meno di parlarne oggi durante l’abituale messa domenicale di piazza San Pietro, specie per il timore che la morte dell’ex dittatore iracheno possa alimentare vendette tra la popolazione, alimentando le tensioni già esistenti tra sciiti e sunniti e coinvolgendo anche la minoranza cristiana. «Avevo sperato fino all’ultimo che non venisse eseguita la condanna a morte», è stato il commento espresso dal cardinale Renato Raffaele Martino, ministro della «pace» di Benedetto XVI. «Spero e prego – ha aggiunto – che quest’ultimo atto non contribuisca ad aggravare una situazione già critica».
Chi evita di fare previsioni, è monsignor Jean-Benjamin Sleiman. Da Baghdad il vescovo si dice sicuro solo di due cose: che Saddam «non diventerà un martire» e che la sua morte ostacolerà «il processo di riconciliazione nazionale che si stava compiendo a gran fatica». Infine l’opinione di padre Jean Marie Benjamin, il sacerdote che nel 2003 organizzò la visita di Tarek Aziz ad Assisi e in Vaticano, e che ieri ha fatto sapere dell’esistenza di trattative per liberare l’ex braccio destro di Saddam, attualmente in carcere a Baghdad. L’esecuzione di Saddam, ha detto, «provocherà un ca

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