Blog — 10 Gennaio 2007


L’HOMO POETARTRITRONICUS E LA GALETTERATURA, disegno di Gianni Toti

FRANCESCO MUZZIOLI
PER TOTI
Quando qualcuno, finalmente, metterà mano con competenza al profilo della letteratura del secondo Novecento, dovrà per forza dare un posto importante a Gianni Toti, e dovrà trovarglieliene uno appositamente per lui. Perché con le sue scritture (dei più svariati generi: dalla poesia al romanzo, alla “pagina” di prosa, alla videopoesia e all’arte elettronica), Toti ha attraversato tutte le stagioni letterarie, quella dell’impegno politico, quella dell’avanguardia e anche la cosiddetta postmodernità, tenendo sempre fede a una sua particolare linea di tendenza, rigorosa anche a costo dell’isolamento, incentrata – se dovessi esprimermi in una formula – sulla creatività del linguaggio. Volendo, si potrebbe condensare tutta l’opera di Toti nella sua sviscerata, “radicale”, passione per le parole-valigia. Ma è chiaro che non si tratta solo di un singolo procedimento, sia pure di quello che trascina in una metamorfosi incessante, con il linguaggio in genere, il nome stesso dell’autore e della sua attività (la sua «po-etica»). Né si tratta semplicemente di un gioco con le parole, di una mera liberazione dei significanti. C’è molto di più. A partire dall’assunto che il corpo del linguaggio contiene in potenza (ma oggettivamente) interi nuovi universi, l’esercizio della scrittura deve compiersi senza sosta, al modo di una estrazione inesauribile. Con varie conseguenze di rilievo: primo, un attacco alla logica della fiction, in quanto ogni scenario testuale non deriva più dalla “mimesi” di una “similrealtà”, ma appare come un’avventura verbale che arriva a creare i più diversi “mondi possibili” e quindi agisce secondo la chiave del fantastico e dell’utopia; secondo, un attacco all’identità, in quanto l’io stesso non può che rispecchiarsi in innumerevoli doppi e consegnarsi all’assoluta indecisione e precarietà; terzo, un attacco alla letteratura stessa, continuamente messa in questione nello svuotamento della scrittura, rivelata nella sua consistenza o inconsistenza “cartacea”, soprattutto grazie all’intervento decisivo degli ossimori (tra le parole-valigia, quelle più totiane di tutte sono quelle che racchiudono insieme due significati contrapposti). L’esito è il paradosso, l’ironia, la contraddizione, l’allegoria. Costringendo il lettore a continue acrobazie e costanti inseguimenti del senso, Toti lo mantiene “in forma” e lo addestra a non fidarsi delle significazioni troppo stabili. Che poi, negli ultimi tempi, tali lettori (o «illettori», avrebbe detto l’autore) siano diventati particolarmente rari, non è un problema di chi scrive, ma è un problema gravissimo del contesto sociale e dell’immaginario collettivo odierno.
Per me che sono stato, soprattutto nell’ultimo periodo, un insaziabile divoratore delle sue “inenarraviglie” (poesie-prose, narrazioni-invenzioni: tutto insieme), non resta, ora che Toti ci ha lasciati, continuare a viaggiare sulle catene delle sue parole-valigia. Totiusque tandem, secondo la scatenata ironia del poesimista poetotale.
Riporto, qui, per una prima conoscenza, una breve bibliografia essenziale: La coscienza infelice, Guanda, 1966; L’uomo scritto, Sciascia, 1965; Penultime dall’al di qua, Sciascia, 1969; L’altra fame, Rizzoli, 1970; Chiamiamola poemetànoia, Carte segrete, 1983; Il padrone assoluto, Feltrinelli, 1977; Per il proletariato o della poesicipazione, Umbria editrice, 1977; Il poesimista, Rebellato, 1978; Compoetibilmente infungibile, Lacaita, 1979; Strani attrattori, Empiria, 1986; Racconti da palpebra, Empiria, 1989; I meno lunghi o i più corti racconti del futuremoto, Fahenheit 451, 2003; Inenarraviglie, 2006.

GIAN MARIA MOLLI
mi aspettavo da un giorno all’alro di ricevere questa notizia, ma quando è arrivata, con il tuo messaggio, mi ha colto di sorpresa. Non vedevo Gianni da un decennio, ma quanto mi veniva riferito era sempre più triste. Ricordo la sua arte di raccontare. Anche quando parlava, magari a cena con gli amici, i suoi erano racconti. Uno in particolare si riferiva al tempo delle riprese di Saùl. Una sera disse che la troupe aveva perso l’orientamento e vagò di notte per ore attraverso il deserto, finché scorsero una luce, lontana, all’orizzonte e subito si diressero verso quell’unica sorgente luminosa, credendo si trattasse di un villaggio. Proseguirono sempre in direzione di quell’àncora di salvezza, finché si accorsero che quella luce su cui avevano risposto le loro speranze – erano davvero preoccupati, data la scarsità di acqua e di cibo che avevano – altro non era che la luna. Ecco, raccontata male, una storia che sulle labbra di quello straordinarioaffabulatore che era Gianni Toti diventava uno dei suoi tanti racconti, una delle sue poesie migliori. Ci mancherà.

Mercoledì 10 Gennaio 2007 ( Il Messaggero, in Nazionale)
Lo scrittore e giornalista Gianni Toti, uno dei fondatori della poesia elettronica, è morto a Roma, dopo una lunga malattia. Aveva 82 anni. Tra i suoi libri figurano I meno lunghi e i più brevi racconti del futuremoto (Fahrenheit 451) e il romanzo Il padrone assoluto (Feltrinelli). Tra le raccolte di poesie precedenti alla scoperta della videopoesia è soprattutto da ricordare Per il proletariato o della poesiaciazione.
In ambito internazionale, Toti è noto per essere stato uno degli iniziatori della poesia elettronica e i suoi lavori di videoarte sono stati spesso definiti “videopoesie”. Agli inizi degli anni 80 Toti aveva scoperto il mezzo video, l’immagine che sostituisce la parola e che diventa un “poetronico”. Erano così nate le VideoPoemOpere. Tra le opere di questa fase spiccano Poetronics e Videocosmologia.
Toti, che nel 1967 aveva fondato e diretto per molti anni la rivista «Carte segrete», era stato anche tra i promotori e dirigenti del Sindacato Nazionale Scrittori. Come giornalista aveva lavorato all’“Unità” come inviato e aveva diretto il settimanale “Vie nuove”.

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