Blog — 02 Gennaio 2007

GRAZIA POLUZZI
Condivido l’errore delle immagini televisive, inadatte
ai bambini, ma spettacoli da togliere ai bambini ce
n’è una montagna.

Sulla pena di morte, pur essendo io decisamente
contraria, però ammetto alcune eccezioni, come in
questo caso: un dittatore non è una cosa normale.
E lasciarlo in vita è sempre un grosso problema di
gestione. E può sfuggire di mano. E con quel che è
costato il catturarlo, sarebbe il colmo.

E poi per il popolo iracheno abituato ad un
giustizialismo corrente, come spieghi la clemenza?

Con Mussolini, non siamo stati democratici, ma forse è
andata bene così o almeno io non ci sto a pianger
sopra.

Questo io penso.

MARCO D’ERAMO
Guai ai vinti (Il Manifesto, 2 gennaio 2007)
Ce l’avevano mostrata come un’impiccagione sobria, composta: il video rilasciato dal governo iracheno era muto. Ma poi è saltata fuori la colonna sonora in cui le guardie e gli spettatori sfottono a ripetizione Saddam Hussein; gli gridano come ultras allo stadio il nome di Moqtada al-Sadr, nemico acerrimo del dittatore; gli urlano «Va all’inferno!»; gli intonano una preghiera sciita a lui che è sunnita; finché, subito prima che si apra la botola, Saddam dice: «I veri uomini non si comportano così».
L’esecuzione si rivela dunque per quel che era, una vendetta, per di più vile, abietta. I media anglosassoni ora sono «scandalizzati»: avrebbero voluto un’uccisione asettica. Vige sempre negli Usa l’idea che la pena di morte possa essere comminata come in una sala chirurgica, con il gas, con la corrente elettrica, con l’iniezione, ogni mezzo basta che non ricordi il sangue. Si ritrovano invece con un assassinio da gangsters di strada che infine riescono a mettere le mani sul boss infine inerme della gang avversaria. Così ora i puritani s’indignano. La Bbc è «scioccata». Il New York Times nauseato. L’ipocrisia non ha limite: la colpa dell’obrobrio ricade naturalmente tutta sul premier Nuri Al Maliki. Loro, gli americani, avevano tentato di uccidere Saddam secondo il protocollo, ma quei barbari d’iracheni hanno rovinato tutto.
Al disgustato disagio dei media contribuisce anche la nuova soglia varcata dalle perdite Usa in Iraq che ora hanno superato il muro dei 3.000 caduti. È straordinario come all’improvviso certe cifre diventino soglie. Nessuno dei media americani aveva aperto bocca quando erano stati superati i 1.000 caduti, come erano stati assai discreti ai 2.000. Adesso di botto quota 3.000 diventa una «pietra miliare», come lo è la morte di Saddam Hussein, secondo George Bush il giovane. Ancora non è chiaro perché a partire dall’estate scorsa il sistema dei media Usa si sia svegliato di colpo, dopo anni di ossequioso silenzio, per non dire omertà, con Bush. Ora i media scoprono che la guerra è uno sporco affare, che il sangue si mischia sempre alla merda, come nella disgustosa impiccagione di Saddam.
È in questo contesto che un consigliere di Al Maliki ha redarguito Romano Prodi, l’unico tra i governanti europei ad avere espresso il proprio dissenso con qualcosa di più dell’imbarazzato bofonchiare delle altre capitali. Il consigliere iracheno ha detto: Prodi pensi a Mussolini che a Saddam Hussein ci pensiamo noi, concludendo con una chicca: «Alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta ‘Benito Mussolini’ gli ha detto: il tribunale vi condanna a morte e la sentenza è stata eseguita immediatamente».
Come fantasia non è niente male: non ci fu né processo, né giudice, né condanna, ma Mussolini fu sparato insieme alla sua amante Claretta Petacci vicino Como, il 28 aprile 1945 dai partigiani che li avevano catturati mentre tentavano di fuggire dall’Italia. Fu un gesto spregevole, ma del tutto diverso da un processo farsa conclusosi in un’esecuzione oscena. Somiglia più alla morte dei due figli di Saddam, Udai e Qusai, uccisi nel luglio 2003 dai soldati americani. Guerra è uccidere il nemico, non condannare il vinto solo perché ha perso. Più onesto sarebbe dire: «Guai ai vinti».

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