Blog — 02 Giugno 2010

Lo scandalo dell’odio di classe
di MARCO SFERINI (Lanterne rosse.it, 8 gennaio 2007)

Edoardo Sanguineti, poeta genovese illustre, candidato per le forze della sinistra comunista e di alternativa alle primarie per le elezioni amministrative della sua città, ha scatenato gli animi dei riformisti e dei rivoluzionari. Citando Walter Benjamin, filosofo e pensatore tedesco che morì suicida nel 1940, ha riportato in auge un difficile argomento per molte coscienze pulite, linde, nitide e che vorrebbero essere immacolate davanti ai poteri e al perbenismo. L’argomento è: l’odio di classe, inserito in una più vasta lezione su un rinnovamento della lotta di classe oggi, in un mondo che non riesce quasi più a distinguere le classi sociali, ma dovesono in brutta mostra la povertà dilagante e, dall’altra, la ricchezza che prospera nel concentrazionismo capitalistico. Era da tanto tempo che anche sui giornali comunisti questa locuzione mancava: lotta di classe. Non stava bene parlarne troppo, faceva troppo “retrò”, vetero, poco no-global e molto poco si prestava come biglietto da visita di un perbenismo imperante e dilagante nella sinistra riformista che, comunque, nessun interessa aveva e tutt’oggi ha a dichiararsi come sinistra che si batte per il prevalere del proletariato sulla borghesia.
Proprio pochi giorni fa, ricordando Antonio Gramsci e le accuse che gli venivano mosse dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, citavamo le parole del presidente del tribunale, un generale che domandava all’intellettuale comunista cosa significassero le parole “impossessamento del potere da parte del proletariato”. Rispondeva Gramsci che le sorti dell’Italia dovevano essere prese in mano dai lavoratori, dai proletari al fine di risollevare le sorti di tutti dopo la dittatura bellica fascista.
Sanguineti butta sul tappeto non una provocazione, ma una provocante e attuale riconsiderazione dei rapporti di classe, ci costringe in qualche modo ad una riflessione accurata sul classismo nel moderno capitalismo globalizzato. E, a ben vedere, la società di oggi è notevolmente più complicata, stratificata nelle differenze per l’appunto di “classe”, ma pur sempre due settori grandi esistono nel differenziare chi detiene i mezzi di produzione e chi invece vi è occupato e sfruttato. Qualcuno ancora si ostina a dire che la classe operaia non esiste quasi più: eppure in tutti i continenti, Europa compresa, sono milioni i lavoratori delle fabbriche, e milioni anche quelli che – pur non essendo direttamente espressione dell’operaismo – sono dipendenti pubblici, di enti morali, statali, ecc. Anche questi sono moderni proletari, perchè vivono del proprio lavoro e non grazie al lavoro altrui.
Dove si colloca, allora, questo “odio” di classe che Sanguineti cita, e – soprattutto – è giusto parlare di “odio”?
Piero Sansonetti, su Liberazione del 7 gennaio scorso, dice che sì, che si può e si deve salvare il conflitto classista, ma che l’odio non va bene, che va cancellato, dimenticato. L’odio è nemico della non-violenza e quindi non sarebbe terreno fertile per le lotte movimentiste e comunque di classe che i comunisti e le sinistre del nuovo millennio devono e possono fare.
La parola “odio” viene da Sansonetti letta come espressione di un furore distruttore di una classe sociale rispetto ad un’altra, come spinta propulsiva di tutto questo e, pertanto, viene messo al bando. Ci permettiamo di dissentire, perchè secondo noi l’odio di classe altro non è, e non può essere se non uno sviluppo interiore di una rabbia – che non va materializzata, tanto per capirci, in una riedizione di un luddismo generalizzato, padrone delle azioni dei lavoratori tutti – che è cemento per l’edificazione della coscienza di classe, per una passione sociale che alimenti la possibilità concreta di costruire quelle colonne su cui poggiare i nuovi architravi di una unità delle forze anticapitaliste.
L’odio di classe non deve essere sinonimo di violenza, di aggressione. Tutto il contrario. L’odio di classe è il collante speciale, unico e imprescindibile che fonde e canalizza la rabbia contro le ingiustizie padronali verso l’espressione più alta della lotta: la costruzione del “partito comunista”, di quella “partes” che nella sua autonomia e nelle sua unità trova gli strumenti per combattere chi, dall’altra parte, è già strutturato in una solida difesa del privilegio di classe, del mantenimento del profitto come modello finale della produzione.
Chi ha dedicato e dedica la propria vita al comunismo, scevro da burocratiche interpretazioni statalistiche, da deviazioni autoritarie, da contaminazioni con un adeguamento perverso alle logiche di comando e di ubbidienza della società borghese, chi dunque ha sempre visto, come noi, nel comunismo un grande fenomeno sociale di liberazione umana dal mondo delle merci e dei profitti, verso una società in cui l’economia medesima scemi sino a scomparire e a lasciare posto ad una produzione sociale (socialista), che possa dimenticarsi per sempre della profittualità; chi come come noi, pertanto, non ha accettato come riformabile il capitalismo, non ha mai pensato che possa essere adattato ai bisogni di ogni singola persona, chi ha pensato e continua a pensare tutto questo non può che vedere nell’ “odio di classe” solo un humus fertile per un autoriconoscimento sociologico, una presa di coscienza piena, compiuta e forte.
Nell’epoca della celebrazione del terrorismo come nemico primo di chi lo pratica sotto le mentite spoglie della “democrazia esportabile”, in una fase storica come quella in cui viviamo, dove la guerra ha permesso nuovamente di affermare di essere la prosecuzione della politica con altri mezzi, in questo desolante scenario di morte, di sopraffazione e di torture su interi popoli, parlare di lotta di classe vuol dire saper vedere un pò più in là della angusta condizione nazionale o locale; vuol dire separarsi per un attimo dalla politica politicheggiata e prigioniera dei tecnicismi, e rivolgersi una volta tanto ai sentimenti delle persone, dei moderni proletari. Dire loro, dunque, che si analizzino, che osservino la loro condizione e che cerchino di comprendere come mai l’imprenditore, il padrone sta sulle copertine dei giornali scandalistici con belle modelle, yatch, feste private da mille e una notte, e gli operai dell’Alfa di Arese, ad esempio, no.
Ci sarà un motivo, banale quanto si vuole, per cui Montezemolo e soci sono sempre più ricchi (a discapito non solo del lavoro dei loro dipendenti e operai, ma anche del Tfr, dello sfruttamento di incentivi concessi dallo Stato in nome del risanamento delle industrie… ma chi le porta sull’orlo del fallimento? Gli operai o i simili di Montezemolo?) e milioni di famiglie italiane sono invece sempre più precarie nella povertà, in una condizione di cronica difficoltà a sbarcare il lunario?
Se la parola “odio” può fare paura, è solo perchè da troppo tempo ci siamo dimenticati che anche i padroni ci odiano. Ci odiano nel senso che la loro unione industriale sà quel che vuole e non si divide mai. Marcia spartanamente sui governi, per “invitarli” a rivedere le loro politiche economiche, perchè la redistribuzione dei surplus sia a favore delle imprese e non di altri soggetti sociali.
Rispetto a tutto quanto abbiamo detto, ci viene alla mente una frase di Marx, un suo pensiero circa lo sviluppo umano: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”. Se oggi i movimenti contro la precarietà esistono e sono sempre più diffusi, è perchè cresce una nuova coscienza di classe che, per l’appunto, si sviluppa laddove il lavoro non c’è da anni, oppure dove le forme di lavoro sono le più lontane dalle più elementari e minimali tutele sindacali. I metalmeccanici della Fiom, i senza lavoro, i precari sono e possono continuare ad essere la punta avanzata di uno schieramento sempre più vasto.

«Il partito democratico? Nasce sulla sabbia «Cari leader non siete più credibili»
Dibattito sul riformismo, nuovo contributo dell’economista che ha lasciato polemicamente i Ds
di NICOLA ROSSI (ICorriere della sera, 8 gennaio 2007)

Conviene partire dalla sera dell’ultimo dell’ anno. Conviene partire dalle parole del Capo dello Stato sulla distanza fra la politica e la società e dal suo invito agli italiani a colmare quella distanza, a tornare a guardare alla politica non più come altro da sé. E dal corrispondente invito alla politica a dare di sé un’immagine tale da giustificare una ritrovata fiducia da parte dei cittadini. Parole sante, come si dice. Ma, sia detto con il massimo rispetto per chi le ha pronunciate, forse anche parziali. Perché il punto non è tanto – a mio modestissimo parere – quello del rumore della politica (che, sia chiaro, c’è ed è spesso molto sgradevole) ma quello, assai più serio, della qualità della politica che quel rumore sottende. Una qualità che porta oggi gli italiani non già all’irritazione e all’invettiva ma all’indifferenza. A considerare la politica come un peso di cui non è possibile liberarsi ma che, appunto, è solo un peso. Fastidioso e spesso ingiustificato. Maprima di affrontare quel punto, una premessa è essenziale, a scanso di equivoci. Chi scrive pensa non solo, come si dice con una punta di retorica, che i partiti sono uno strumento essenziale della democrazia, ma che la politica si fa, in primis, dentro e con i partiti. Comprendendone il ruolo, interpretandone i rituali, rispettandone le forme, ricordandone la storia, percorrendone tutte le articolazioni. Tutte attività non sempre gratificanti e a volte anche un pochino noiose ma senza le quali non si comprende, al tempo stesso, la durezza e la ricchezza della politica.
E chi scrive ne è tanto convinto che nel 2001 – memore della indicazione di Mitterrand ad un noto intellettuale francese del suo tempo – non ha chiesto di essere candidato a Siena o a Modena (nessuno si offenda, per favore, ho fatto solo due esempi) ma in un collegio meridionale saldamente tenuto da parecchi anni dagli avversari. Ciò detto, torniamo alla qualità della politica. Allentatosi il vincolo della ideologia, la politica è oggi più di tante altre cose, credibilità. Credibilità della classe politica nel suo insieme e credibilità dei singoli che fanno politica. E una politica credibile è quella che crede in quello che dice ed in quello che fa, o che cerca di fare. E’ tutto qui il dibattito sul riformismo che andiamo facendo da qualche tempo o, meglio, da qualche anno. Non riguarda solo i risultati – che pure sono piuttosto magri – ma la convinzione che dovrebbe animare i protagonisti di quel dibattito. Cosa pensereste di un grande manager che oggi indica nel mercato cinese una opportunità da non mancare e promette, di lì a qualche tempo, di sbarcarci in forze e poi, qualche tempo dopo, vi dice che sì, poi, in fondo, il mercato cinese non è così importante? E cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio conclude che, in La citazione fondo, la cosa non è poi così urgente? Non pensereste quello che pensano molti italiani? E, gentilmente, non si tiri fuori l’argomento francamente un po’ deboluccio relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica. Alla fatica – che c’è, lo sappiamo – della costruzione politica. Alla incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può perdere. Il punto è un altro: da una classe politica si chiede – avrei voluto scrivere, si pretende – che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare quelle difficoltà. La politica – mi si perdoni la franchezza – non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace. E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci. Le difficoltà in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l’odierna azione di governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui – anche grazie a qualche editoriale domenicale non sempre illuminato – non un solo giorno è stato speso per costruire la cultura e le condizioni che sarebbero servite a governare e non è lecito, oggi, usare quelle difficoltà come un’attenuante. (E l’argomento vale, mutatis mutandis, per il governo della passata legislatura.) Si è seminato male e quindi si raccoglie poco. E si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si diceva di voler fare. Una politica credibile è una politica che rischia e che si assume responsabilità. Che si espone al pericolo di perdere perché solo così si vince.
Che non trasforma un grande progetto politico come quello del Partito democratico – evidentemente difficile e rischioso – in un piccolo espediente tattico. Per quel pochissimo che capisco di politica mi sembra di poter sommessamente dire che non si costruisce un partito con un solo punto nell’agenda: consolidare gli equilibri esistenti. Politici e di potere (benedetti intellettuali! continuo a non riuscire a non tenere separate le due cose). Vedere per credere come, a livello locale, si vanno preparando i prossimi congressi. In molte regioni d’Italia (almeno una la conosco piuttosto bene) l’attività politica oggi prevalente è quella relativa alla attenta allocazione delle tessere ed al relativo “traffico”. Perché il congresso non comporti il minimo rischio. Perché tutto sia noto e definito in anticipo. Perché le minoranze non manchino e le maggioranze siano definite per residuo. Nulla di nuovo e tanto meno di sorprendente. Lo si faceva anche negli anni d’oro della Prima Repubblica. Per quel che ricordo, spesso con più stile e certamente con più fantasia. Il punto grave è che tutto questo accade non già in vista di congressi di routine ma addirittura nella prospettiva di scelte che dovrebbero cambiare il modo stesso di essere della politica italiana. Che dovrebbero chiudere una transizione (che, ovviamente, non a caso è infinita). Come si può – lo chiedo a Michele Salvati – contemplare senza battere ciglio una abdicazione della politica di questa portata? Come si può, con il sorriso sulle labbra, esporre il sistema politico italiano – prima ancora che alcune sue parti – a pericoli fin troppo evidenti, perché partiti così sono costruiti sulla sabbia e possono scomparire al primo risultato elettorale non troppo esaltante, lasciando dietro di sé – e nel migliore dei casi – solo macerie? Come si può non vedere che l’Italia cresciuta, economicamente e socialmente, nell’ ultimo quindicennio di un partito costruito su basi culturali e politiche così fragili non saprebbe che farsene e cercherebbe altrove le risposte alle proprie domande?
Se il Partito democratico fallirà – mi rivolgo ancora a Michele Salvati – non sarà a ragione di subdole ed infide iniziative trasversali (e, sia detto per inciso, è più subdolo ed infido discutere con Bruno Tabacci di pensioni o trattare sulla legge elettorale con Roberto Calderoli?), ma sarà a causa della mancanza di coraggio di chi pensa che il rischio sia pane quotidiano per le famiglie e per le imprese ma non per la politica. Una politica credibile è una politica che rispetta le regole. Che non si limita, giustamente, a chiedere giornalmente ai cittadini di rispettare le regole ma che rispetta essa per prima le regole che alla politica si applicano. E ce n’è una, in molti paesi e soprattutto in quelli che il maggioritario ce lo hanno da tempo, che non è nemmeno scritta: chi perde abbandona il campo. Definitivamente (salvo straordinarie eccezioni). Sia che perda elettoralmente, sia che perda politicamente (chiedere, per ulteriori dettagli, a Margaret Thatcher). E non è una astruseria. Ma una semplice – rozza, lo ammetto – norma di garanzia. Intesa ad evitare che chi c’è usi del proprio indubbio potere per rimanere. E, gentilmente, si eviti a questo punto di alzare il dito per osservare che nuove classi politiche all’orizzonte non si vedono. Perché non sappiamo se l’impresa entrante ci offrirà prodotti di qualità migliore e a un prezzo inferiore, ma consideriamo un bene pubblico il fatto che possa provarci e lo tuteliamo come tale. La politica italiana – credo di averlo detto e scritto in tempi non sospetti – è oggi guidata (al di là dei meriti o dei demeriti dei singoli) da due leadership entrambe sconfitte. E quindi automaticamente, inevitabilmente, al di là della loro volontà e delle loro capacità, non più credibili. Della politica non possiamo fare a meno. Quindi, quel che fa la differenza è la qualità della politica. Si può fare politica per una vita intera senza mai farla veramente e farla per un giorno solo mettendoci la passione di una intera vita.


Polemica con Sanguineti

Salvare il conflitto cancellare l’odiodi PIERO SANSONETTI (http://www.liberazione.it, 8 gennaio 2007)

Esiste l’odio di classe, è attuale, è utile, è compatibile – o addirittura identificabile – con la politica della sinistra? Queste domande erano ieri su molti giornali, per via di una dichiarazione di Edoardo Sanguineti, che è uno dei maggiori poeti italiani viventi, ed è uno degli intellettuali più significativi dell’ultimo mezzo secolo. Sanguineti è il candidato della sinistra alle primarie dell’Unione di Genova (in competizione con Marta Vincenzi, candidata-sindaca di Margherita, Ds e altri). Ed è stato lui, l’altro giorno, a rilanciare una vecchia idea, che già qualche mese fa aveva espresso sulle pagine di ”Liberazione”. L’idea è semplice e un po’ ruvida: Sanguineti dice che sarebbe utile restaurare l’odio di classe, cioè dichiarare la legittimità di un sentimento che svolge una funzione di impulso alla lotta di classe, e dunque aiuta la politica della sinistra. Perché c’è bisogno dell’odio di classe? Perché – dice il poeta – i potenti odiano i poveri e il proletariato deve rispondere all’odio della borghesia con lo stesso sentimento. ”Il nemico di classe è una realtà”. Sanguineti per sostenere queste tesi cita Walter Benjamin, grande pensatore tedesco della prima metà del ’900, morto suicida nel 1940.

Io penso che sia possibile e legittimo esprimere il proprio disaccordo con un poeta, anche se si ama molto quel poeta, e se se si subisce, da anni, il fascino di una vita e di un pensiero coerenti, limpidi, anticonformisti, sempre arguti.

Capisco – credo – qual è il succo del pensiero di Sanguineti. E cioè che non è possibile immaginare la politica moderna – che pure si è fatta assai più complicata di quella del secolo scorso – cancellando il conflitto di classe. Cioè immaginandola come una pura competizione di programmi, ricette economiche, capacità amministrative, tecniche di mediazione, strutture di finanziamento. La politica – dice Sanguineti – comunque esprime lo scontro tra i grandi interessi di classe, e speso questi interessi non sono compatibili e mediabili; di conseguenza, se avviene che su uno dei versanti di questo scontro – quello borghese – c’è piena consapevolezza del conflitto ( e si esercita ”odio”), mentre dall’altro versante si tende a negare il conflitto, e a progettare una politica di difesa dell’interesse generale, cosa succede? Che la partita finisce male, diventa una partita truccata, e la squadra più smaliziata – cioè, in parole semplici, la borghesia – vince sempre.

Trovo che sia un ragionamento tutt’altro che infondato. Guardate allo scontro politico di oggi. Come avviene? Con uno schieramento di centrosinistra che cerca la mediazione e la conciliazione di tutti gli interessi, in nome di una specie di interesse superiore e collettivo; e Confindustria – assistita da un robustissimo schieramento di partiti, correnti, giornali, Tv – che punta solo a fare cassa, e chiede la sconfitta dei ceti più deboli e il ridimensionamento dei loro diritti e dei loro strumenti politici (contratti di lavoro, sindacati, eccetera). E’ chiaro che c’è uno squilibrio. E il problema va affrontato. Con le sue forze modestissime questo giornale, per esempio, da molto tempo denuncia questa situazione e la natura vera del rischio centrista che è esattamente questo: un assoggettamento della parte maggioritaria del sistema politico agli interessi della borghesia, dell’impresa, della rendita finanziaria.
Quello che non condivido nella denuncia di Sanguineti è proprio quella parola – odio – che io, scusatemi, trovo orrenda.
Chiede il poeta: loro ci odiano, perché noi non dovremmo ricambiare? Io un perché lo intravedo. Perché il motivo principale per il quale noi – diciamo così: noi di sinistra, noi che non amiamo il liberismo, noi che non crediamo al pensiero unico e alla fine della storia, e della differenza tra destra e sinistra – vorremmo smantellare il potere e il sistema politico della borghesia, è esattamente la ripulsa per la gerarchia dei valori che quel sistema difende e proclama. E in quella gerarchia dei valori c’è l’arricchimento, c’è la conservazione, c’è l’odio. L’odio per l’altro. L’odio di classe – come concepito dalla borghesia – è esattamente questo: l’odio per l’altro. Ed è il massimo elemento di corruzione della civiltà. Forse noi, per qualche investimento divino, abbiamo la possibilità di trasformare l’odio di classe ”di sinistra” in qualcosa di diverso dall’odio di classe ”di destra”? Forse – nella sua natura e nelle sue conseguenze – l’odio dal basso è diverso dall’odio dall’alto? Non lo credo. Io penso che la nostra forza politica possa derivare solo dal sapere indicare la possibilità di una lotta politica che esalti il conflitto – il conflitto di genere, il conflitto di classe, il conflitto di culture – ed escluda l’odio, lo consideri l’esatto opposto di un valore. Più o meno, suppongo, è la porta di ingresso alla nonviolenza.


L’odio di classe di Sanguineti

di IDA DOMINIJANNI (il manifesto, 7 gennaio 2007)

«I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato». Perciò, sostiene Edoardo Sanguineti, bisogna «restaurare l’odio di classe», per contrastare l’oblìo di sé in cui la classe operaia, «inibita da una cultura dominata dalla tv», è immersa. Pronunciate venerdì sera a Genova, alla conferenza stampa di presentazione del programma della lista «Unione a sinistra» che sostiene la candidatura di Sanguineti a sindaco della città, le parole del grande intellettuale colpiscono gli astanti e le agenzie, e dalle agenzie rimbalzano sui giornali in una serata avara di notizie. Scandalo: che c’entra l’odio di classe, o anche solo la lotta di classe, mentre si montano pagine e pagine sulla separazione di Nicola Rossi e si celebrano funerali su funerali dei «D’Alema boys» orfani del loro leader? Che c’entra quel richiamo ortodosso di Sanguineti alla forza-lavoro, «la merce uomo, che oggi è la più svenduta», mentre la pietra filosofale della politica sociale sono diventati i tagli alle pensioni? Che c’entra quell’abbozzo di analisi del postfordismo, per cui «oggi i proletari sono anche gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari», mentre si parla di categorie sociali solo nella lingua asettica e fiscale della finanziaria? Il poeta dell’avanguardia, il protagonista del «Gruppo 63», il materialista storico non pentito ha colpito ancora, e ha colpito giusto: fanno stridore solo le parole che l’ordine del discorso decide a un certo punto di rendere impronunciabili, indicibile e indecenti. Lotta di classe e odio di classe fanno parte di questo serbatoio di indicibili oscenità: sono letteralmente fuori scena nel teatrino politico corrente, e perbenisticamente censurate dal discorso corrente della sinistra. E non foss’altro per questo è bene che qualcuno torni a pronunciarle.

Sanguineti in verità non aveva aspettato di essere candidato a sindaco di Genova dal correntone Ds, dal Prc e dai Comunisti italiani per tirarle fuori. Meno di un anno fa le aveva pronunciate con la stessa convinzione a Roma, nella solenne Sala del Refettorio della Camera, durante la sua Lectio Magistralis (oggi pubblicata da Ediesse) in onore dei 91 anni di Pietro Ingrao organizzata dal Centro studi per la riforma dello Stato. Allora aggiunse anche «rivoluzione», e spiegò come qualmente «oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano, in cui il 98% delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria». Sgarbati, ecco. Che non vuol dire violenti, aggiunse allora e ripete oggi il poeta.Significa semplicemente non stare a danzare quel garbatissimo minuetto di parole che vorrebbe convincerci che tutto va bene e che quello in cui viviamo è l’unico nonché il migliore dei mondi possibili. Significa tenere aperta non la speranza per le prossime generazioni – di quella si riempiono la bocca tutti, tanto non ci tocca – ma la responsabilità che lega le generazioni adulte di oggi a quelle che le hanno precedute e a quelle che seguiranno. Senguineti pensa a Walter Benjamin e lo dice: il compito della sinistra non è quello di accodarsi all’idea del progresso e alla promessa della felicità futura, ma di rivendicare e vendicare le ingiustizie passate e presenti perpetrate sugli oppressi. E’ la «debole forza messianica» di cui Benjamin scriveva nelle Tesi sul concetto di storia. La sinistra senza alcuna forza messianica di oggi, divisa in tre tronconi e tre candidati a Genova come ovunque ci sia un posto in palio, potrebbe provare a rileggersele.

E il poeta disse “L’odio di classe ci salverà”
Intervista a Edoardo Sanguineti
di JACOPO IACOBONI (http://www.lastampa.it, 6 gennaio 2007 )

Maestro, ci è andato giù pesante.
«Forse mi potevo spiegare meglio – sorride Edoardo Sanguineti – ma sì… serve l’odio di classe».

Non era stato così diretto neanche con Umberto Eco.
«Nooo, lui lo chiamo cardinale ma per scherzo! Però da tempo ho rinunciato a parlargli di politica. L’ultima volta che ci siamo visti, circa un anno fa a un convegno, mi voleva tessere l’elogio di don Bosco, come emancipatore dei lavoratori. Gli dissi che quelli come don Bosco non facevano altro che fornire la materia bruta per il mondo sorgente dell’industria».

Diceva che si sarebbe potuto spiegare meglio sull’«odio di classe».
«Vede, alla teoria dei bisogni radicali di Marx credo da quando ho l’età della ragione. E chiunque abbia una posizione “di sinistra”, a mio giudizio, non può non crederci. Diverso è il discorso sull’odio di classe. Quella era una citazione quasi testuale di Benjamin».


Maestro, è meglio che non l’abbia citato, un mucchio di gente non sa chi sia.

«Forse ha ragione lei, il chiarimento sarebbe stato ancora più criptico della citazione. Però le ripeto, è stato Walter Benjamin, credo di citare testualmente, a parlare del “valore filosofico dell’odio di classe”. Questo concetto non ha niente di barricadero, non è questo ciò a cui penso. Benjamin – un po’ come faceva Antonio Gramsci in Italia – lamentava che quando l’accento è posto meccanicamente, positivisticamente, sull’idea di progresso, si perde di vista che il compito di una politica “di sinistra” non è la felicità futura, è la rivendicazione dell’ingiustizia passata e presente, fatta in nome della classe oppressa. L’odio è un motore».


Ma chi sono i proletari oggi?

«Tutti, anche lei e io. Il problema del proletariato attuale è che comprende i tre quarti della popolazione, ma molti non lo sanno. Se un piccolo materialista storico come me potesse aiutare qualcuno a prenderne coscienza…»

A Genova penseranno che le questioni da lei poste sono, come dire, inattuali.
«L’inattualità nel senso di Nietzsche?»


Esattamente quella.

«Io credo che viviamo in un mondo interconnesso, in cui anche i problemi piccoli dipendono da quelli filosofici, e quelli locali dal resto del mondo».

Ecco, se arriva da lei sindaco un musulmano e le chiede di costruire una moschea in città cosa gli dice?
«Rifiuto un’immagine di opposti integralismi, di conflitti di civiltà. Dunque è un dovere, anche costituzionale, che un comune provveda a una richiesta di questo genere. Solo in questo modo poi posso pretendere un autocontrollo e una responsabilizzazione da quella comunità».

Non è che farà come Cofferati a Bologna sulla sicurezza?
«Io a differenza di lui credo che le città debbano aprirsi. Poi sono un vecchio comunista, berlingueriano, togliattiano, dunque sono per l’ordine, il decoro, la sicurezza. La notte non si può fare chiasso alle 4 sotto casa di chi la mattina dopo va a lavorare».

Con i figli di Berlinguer, D’Alema-Fassino-Veltroni, ha mai discusso?

«Con D’Alema sì, sul Kosovo. Io la ritenevo una guerra incostituzionale. Fu un dialogo tra sordi. Andò persino meglio con Prodi».


Che vi siete detti?

«Gli feci dei rilievi, mi pare sulla flessibilità, che io avverso; e lui interloquì, ammettendo che alcune istanze erano da ascoltare. È un cattolico, da cui so di non potermi aspettare certe cose; dai berlingueriani D’Alema o Veltroni invece mi aspetterei qualcosa di più del partito democratico, che tra l’altro alla fine forse neanche faranno».

Repubblica 6.1.07
La provocazione del poeta candidato sindaco di Prc, Pdci ed ex-Ds alle primarie
Sanguineti: restauriamo l’odio di classe
I padroni ci odiano e non lo nascondono, noi dobbiamo aiutare i proletari a prenderne coscienza
di Raffaele Niri

GENOVA – Edoardo Sanguineti, 76 anni, candidato sindaco per il “Forum delle sinistre”, da poeta sceglie accuratamente antiche parole: «Bisogna restaurare l’odio di classe. Bisogna promuovere la coscienza del proletariato: i padroni ci odiano e non lo nascondono, noi dobbiamo aiutare i proletari ad avere coscienza della propria classe».
E’ mezzogiorno e nella sede nuova di zecca di “Unione a sinistra” – il movimento che raccoglie i “fuoriuscenti” dai Ds, che proprio ieri hanno mandato una lettera di dimissioni collettiva – cala il gelo: l’espressione “odio di classe” è assente dal programma elettorale firmato da Rifondazione, Comunisti italiani e “Unione a sinistra” che hanno scelto il Professor Edoardo Sanguineti come candidato sindaco.
E, in vista delle Primarie del centrosinistra del 4 febbraio, anche al centro del centrosinistra genovese si registrano grosse novità: l’ex presidente dell’Assindustria ed ex deputato ulivista Stefano Zara starebbe per sciogliere, positivamente, la riserva. Così la griglia di partenza comincia a farsi interessante: partendo da sinistra, Edoardo Sanguineti, l´eurodeputata Marta Vincenzi (scelta dai Ds e sostenuta, ufficialmente, anche dalla Margherita), probabilmente Stefano Zara (fondatore dell’Associazione per il Partito Democratico, sostenuto dal petroliere Riccardo Garrone e da ampi settori della società civile).
Ma se Zara scioglierà la riserva solo lunedì, l’uscita di Edoardo Sanguineti provoca smottamenti anche nella sua alleanza: la formula “odio di classe”, in campagna elettorale, non si ascoltava dai tempi di Giancarlo Pajetta.
Il professore, naturalmente, argomenta le sue considerazioni: «Le condizioni di vita di un conducente di autobus genovese dipendono dalle oscillazioni della Borsa di Hong Kong. Oggi la merce-uomo è la più svenduta, nostro dovere è raccogliere la bandiera e difendere il proletariato. Naturalmente non penso alle armi, com’è noto sono assolutamente contrario alla violenza. Parlo di odio di classe a ragion veduta: i proletari devono odiare i loro padroni come i padroni odiano loro».
Così, nel giorno in cui 63 dirigenti cittadini dei Ds ufficializzano la sofferta uscita dal partito (tra gli altri, il presidente del consiglio regionale Mino Ronzitti, gli assessori Sassano, Massolo e Briano, tredici consiglieri su sedici della Valpolcevera) basta una battuta del candidato sindaco per spostare l’attenzione. Mugugnano gli alleati: il capogruppo dei Comunisti Italiani in Regione, Tirreno Bianchi, ha chiesto un immediato vertice, già convocato per martedì.

La Stampa 6.1.07
Il poeta e l’odio di classe
di Riccardo Barenghi

La provocazione di Edoardo Sanguineti ha quel suono ottocentesco che non si sentiva da parecchio tempo, un sapore nostalgico che fa anche tenerezza. Dice il Poeta, che però parla da politico visto che si candida alle primarie dell’Unione per scegliere il candidato a sindaco di Genova, che è giunta l’ora di «restaurare l’odio di classe perché i potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato». Facce attonite in sala, ma il Poeta prosegue: «Oggi la merce uomo, il suo lavoro, è la più svenduta e chi dovrebbe averne coscienza, ossia la classe proletaria, non lo ha, inibita da una cultura dominata dalla tv». Parla con cognizione di causa, Sanguineti, lui non è «solo» un poeta ma anche un profondo intellettuale marxista: la materia, anzi il materialismo lo conosce. Ormai tredici anni fa, chi tirò fuori dalla storia l’odio di classe fu un personaggio che, secondo Sanguineti, ha contribuito non poco a «inibire i proletari» sommergendoli con la cultura dominata dalla tv. Fu infatti Silvio Berlusconi, nel suo discorso della discesa in campo, a spiegare che il suo «sogno» era quello di «una società libera…dove non ci sia la paura, dove al posto dell’invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita». Paradossalmente, Berlusconi aveva torto mentre ha ragione Sanguineti. Nel senso che quell’odio di classe, sbandierato e paventato dal Cavaliere ed evocato oggi dal Poeta, non esisteva nel 1994 e tantomeno esiste oggi.
Per fortuna, si dirà. O forse purtroppo, se si toglie alla parola «odio» quella carica violenta che contiene e che allude a rivoluzioni che non sono «un pranzo di gala ma atti di violenza» (Mao Tse Tung). E lo si derubrica a coscienza (di classe), consapevolezza di essere appunto una classe sociale e non un’altra, con una capacità di lottare per emancipare se stessi dalla condizione in cui si è ma senza voler a tutti i costi diventare qualcun altro, saltando il fosso e trasformandosi in poco probabili borghesi. Messa in questi termini, il Poeta non avrebbe tutti i torti. Se non fosse che proprio quel verbo da lui utilizzato non a caso – restaurare – dice che stiamo parlando di un qualcosa che assomiglia a un monumento, se vogliamo un’opera d’arte, forse un vecchio palazzo (d’inverno), insomma di un pezzo di antichità. Il quale, diroccato o restaurato che sia, resterà comunque un testimone del passato. Lo si può visitare, studiare, qualcuno lo potrà anche ammirare o rimpiangere, ma nessuno lo potrà resuscitare. Nemmeno un sindaco poeta.

Corriere della Sera 6.1.07
GENOVA / Il poeta è candidato dalla sinistra radicale. Pronto a scendere in campo l’imprenditore sostenuto da Garrone
Sanguineti rilancia l’«odio di classe»
«I ricchi detestano i poveri». E nella corsa a sindaco sfiderà l’industriale Zara
di Erika Dellacasa

Basta nascondersi, l’odio di classe esiste e va dichiarato. Lo ha detto il poeta Edoardo Sanguineti nella veste di candidato sindaco di Genova alle primarie dell’Ulivo, presentando il suo programma. Sanguineti è sostenuto dai fuoriusciti ds del correntone, da Rifondazione comunista e dai Comunisti italiani, mentre l’europarlamentare Marta Vincenzi è presentata da Ds e Margherita.
L’ODIO — «L’odio di classe — ha detto Sanguineti — è come il segreto di Pulcinella: c’è ma non se ne parla. Allora io propongo la sua restaurazione. I potenti odiano i poveri e il proletariato deve rispondere all’odio della borghesia con lo stesso sentimento». Bisogna avversare le logiche del capitale e dell’industria perché, insiste il poeta e intellettuale dell’avanguardia italiana, «il nemico di classe è una realtà. I poveri sono considerati il nemico dal potere dominante. Essere poveri è considerato un crimine. La logica brutale dell’industria è: ringraziami perché ti faccio lavorare. E chi dovrebbe averne coscienza è offuscato dalla cultura della tv». Necessario quindi dare voce al proletariato «oggi costituito anche da ingegneri e laureati precari e sottopagati. Esente dal discorso di Sanguineti ogni incitamento alla violenza. Il richiamo è alla lotta di classe in termini marxisti. Ciò non toglie che fra i sostenitori di Sanguineti qualcuno sia impallidito e riunioni sono state indette.
LA LISTA CIVICA — Mentre nella vicina sede dell’Associazione industriali si barcollava, grossi punti interrogativi si formavano sulla testa dei dirigenti ds e dl che preparano le primarie uliviste di febbraio. Primarie molto più frizzanti di quanto ci si poteva aspettare in una città dai poteri consolidati come Genova. Dopo l’indicazione di Ds e Margherita di Marta Vincenzi, il petroliere Riccardo Garrone, scontento, ha infatti annunciato di preparare una lista civica per candidare Stefano Zara, ex presidente dell’Associazione industriali di Genova ed ex deputato DL. «Mi lascia perplesso — ha commentato Adriano Sansa, ex sindaco di Genova — che qualche Berlusconi di sinistra scelga un suo candidato sindaco».
Zara si è riservato di decidere (scioglierà il nodo lunedì) ma si sa che scenderà in campo e che ha già un suo programma. Ieri si è incontrato con il sindaco di Genova Giuseppe Pericu e domani incontrerà Garrone. «Sono e resto ulivista — ha detto Zara —. Ma c’è un diffuso disagio per i metodi della politica e per come si è arrivati a queste primarie prive di un vero programma». Ha accettato così di rendersi interprete delle preoccupazioni degli industriali. Che, dopo le dichiarazioni di Sanguineti, si sentiranno preoccupati. «È legittimo che Zara si candidi per le primarie — ha commentato Sanguineti — anche se questo renderà più evidenti le differenze nella coalizione».
IL CONFRONTO — Si prospetta quindi un confronto tra il marxista puro Sanguineti, l’interprete delle esigenze degli industriali sostenuto da Garrone, Zara, e l’europarlamentare ds Marta Vincenzi uscita vittoriosa dal confronto con Mario Margini, ex segretario regionale ds e assessore della giunta Pericu. Il match fra Vincenzi e Margini, che aveva coinvolto tutte le sezioni dei Ds, sembrava il punto di massima tensione raggiunto nell’Ulivo per individuare il candidato sindaco. Da lì in poi tutto doveva andare in discesa.

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