Blog — 28 Maggio 2012

http://gazzettadimodena.gelocal.it/cronaca/2012/05/28/news/cosi-la-ricostruzione-fa-gola-ai-clan-mafiosi-1.5168751

«Così la ricostruzione fa gola ai clan mafiosi»

Il procuratore aggiunto Lucia Musti conferma il rischio di infiltrazione Il presidente Errani: servono misure per garantirci. I subappalti nel mirino

di Giovanni Tizian

Ci sono imprenditori in Italia, spregiudicati nella vita e negli affari, che ridono durante devastanti terremoti. Più che imprenditori, sono affaristi. Come quel Francesco De Vito Piscicelli, che poche ore dopo la scossa che distrusse L’Aquila, se la rideva con un collega. Grasse risate sulle macerie e sui morti che per lui avevano l’odore del cemento e degli investimenti. Era la “cricca” di Balducci e compari, della Protezione civile guidata da Guido Bertolaso e delle aziende sospette arrivate per risollevare la città abruzzese. Un sistema scoperto dai magistrati.
Quella fu solo l’ultima catastrofe naturale che diede il via a spartizioni clientelari e mafiose. Prima ci fu da ricostruire il Belice, poi l’Irpinia, e via di seguito. I terremoti nel Paese dei padrini diventano occasioni di accumulazione e guadagno. A distanza di una settimana dal sisma che ha distrutto case e patrimonio storico del Modenese e affossato l’economia della Bassa, aleggia lo spettro delle aziende in odore di mafie, presenti sul territorio, pronte a partecipare ai lavori, protette dallo scudo dell’emergenza dove tutto si deroga e poco si controlla. E sono soprattutto i sub appalti che fanno gola, già in tempi ordinari, alle cosche del Clan dei casalesi, della ‘ndrangheta e di Cosa nostra.
«A partire dalle catastrofi naturali, le mafie si inseriscono e sfruttano i danni della calamità naturale per entrare nei cantieri». Lucia Musti, procuratore aggiunto di Modena, è chiara e ricorda i casi di penetrazione mafiosa nelle diverse ricostruzioni. «E nelle zone ricche e produttive, dove è maggiore la necessità di ricostruire in fretta, immediato sarà il tentativo di inserirsi nell’industria del mattone da parte delle imprese dei clan».
Il pericolo non porta il marchio dei soli clan campani. «Anche la ‘ndrangheta di Cutro, che a Reggio Emilia ha delle cellule molto attive, potrebbe puntare ai lavori della nostra provincia».
A L’Aquila per lavorare nei subappalti dei “Moduli abitativi provvisori”, arrivarono insieme ad importanti aziende emiliane, una reggiana e l’altra modenese che avevano vinto l’appalto, due imprese con sede legale a Reggio Emilia riconducibili, secondo la Prefettura, alla ‘ndrina Grande Aracri. Originaria di Cutro, provincia di Crotone, ma i cui capiclan vivono tra Brescello e Reggio Emilia da ormai tre decenni. Nel Reggiano hanno la loro base economica. E da qui partono per concludere affari in tutto il territorio nazionale. Altre aziende, poi sospese per il sospetto di mafia, sono arrivate a L’Aquila per lavorare in subappalto, non dal sud del Paese ma da nord. Che rappresenta il polmone economico e finanziario non solo dell’Italia, ma anche delle organizzazioni mafiose.
Secondo Lucia Musti, una possibilità di contenimento esiste, a maggior ragione quando si prende atto fin da subito del problema. «Non abbiamo mai nascosto la testa sotto la sabbia per le infiltrazioni mafiose, che ci sono anche in Emilia-Romagna- ha dichiarato Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna – e ora, con il terremoto e i lavori che si annunciano, servono forme ulteriormente specifiche per garantirci». Preoccupazione che dovrebbe aumentare se l’infiltrazione di cui parla il presidente Errani è ormai presenza radicata.
Quali strumenti è possibile adottare? «Con riferimento al terremoto dell’Abruzzo – prosegue Lucia Musti – potrebbe essere preso a modello un protocollo di prevenzione, il “Modello Abruzzo”, volto a ricostruire la filiera dell’appalto. E cercare di utilizzar delle norme antiriciclaggio che fornisce delle direttive precise: si possono utilizzare solo alcuni conti correnti e indica metodi specifici per indentificare il flusso del denaro. E poi esiste il codice antimafia che obbliga la tracciabilità dei pagamenti. Gli strumenti ci sono».
È pur vero che l’imprenditoria mafiosa è in continuo mutamento. «Mentre un tempo c’erano le teste di legno, i prestanome dei boss, ora si verificano casi di imprese apparentemente legali collegate alle organizzazioni. Un metodo raffinato che ne rende più complessa l’individuazione», aggiunge il procuratore aggiunto.
Interessi delle mafie che per realizzarsi hanno bisogno vitale della corruzione. «Il rischio è che si incrocino le due forme di illegalità. Il Governo ha inserito delle nuove fattispecie criminali in tema di corruzione, ma non è ancora sufficiente. Le mafie senza corruzione trovano maggiori ostacoli a penetrare il tessuto economico. Hanno bisogno della corruzione e dei colletti bianchi».

28 maggio 2012

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