Come ricostruire dopo i terremoti? Meglio la fretta di ripartire o la certezza di poter resistere in futuro a nuove scosse? Esiste una mediazione seria tra queste due esigenze? È il dilemma al centro dell’ammonimento che viene dai geologi italiani, i quali raccomandano ancora una volta l’importanza della prevenzione. Un tema non da poco, dal momento che oggi ci sono migliaia di edifici privati dichiarati inagibili. Per quegli edifici, il decreto 74 prevede un “saldo” dei contributi solo se la ricostruzione o il restauro risponderanno alla normativa antisismica del 2004 e seguenti.
In altre parole: lo Stato concede un aiuto solo se gli edifici raggiungeranno un certo standard antisismico. Come questo principio sarà tradotto in concreto non è questione solo teorica. È questione concreta, perché migliaia di famiglie – basta pensare a quelle che abitano nei centri storici, potrebbero essere costrette a rendere antisismici i loro edifici lesionati, con spese che si annunciano improponibili.
L’alternativa è riparare comunque gli edifici, non raggiungere lo standard antisismico e rinunciare così ai rimborsi (previsti comunque con una cifra massima – si parlava di 200mila euro – e per una quota massima dell’80%).
Perché se per gli edifici produttivi da riparare lo stesso decreto “attenua” l’antisismicità al 60%, per le case non dice nulla. Lasciando intendere una antisismicità al 100%, spesso impossibile, e lasciando spazio a preoccupazioni le più disparate. Così da settimane, in attesa della conversione in legge e dei chiarimenti della Regione, questa incognita (così come quella sull’entità e disponibilità dei rimborsi, visto che le cifre stanziate sulla carta sono già di per sè insufficienti) rallenta di fatto i tecnici, i progetti, e la riparazione.
La gente si sta arrangiando con “fai da te” spesso avventurosi, e chi vuole chiarezza è costretto ad attendere, perdendo tempo prezioso.
Per i geologi la strada da percorrere è chiara: «Fare una completa ed esauriente classificazione sismica dei Comuni; costruire seguendo precise norme antisismiche; adottare comportamenti corretti e realizzare piani di emergenza comunali necessari per organizzare un tempestivo soccorso alla popolazione colpita. I terremoti non si possono evitare. L’unica vera arma che abbiamo per la mitigazione del rischio sismico è la prevenzione attraverso tali azioni».
Lo affermano in un comunicato stampa congiunto, a due mesi dalle scosse, Gianvito Graziano, Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi (Cng), Maurizio Zaghini, Presidente dei Geologi dell’Emilia-Romagna, Paolo Spagna, Presidente dei Geologi del Veneto, Lamberto Griffini, Presidente dei Geologi della Lombardia.
«Pur riconoscendo l’ovvia necessità di attuare un rapido ed efficace soccorso alle popolazioni colpite – affermano i presidenti – e di garantire la continuità di un importante tessuto produttivo del Paese che diversamente rischia seriamente di perdere competitività, ci aspettavamo dopo il terremoto una maggiore attenzione verso i problemi del sottosuolo, non solo delle strutture in elevazione, coerentemente con le dichiarazioni rese in audizione presso l’VIII Commissione della Camera. Invece, ancora una volta assistiamo alla resa dello Stato ai poteri forti e la totale miopia verso le reali esigenze della società civile e le più elementari regole di buon governo del territorio».
«L’urgenza di interventi strutturali – sottolineano i presidenti – che non comportino per le popolazioni colpite dal sisma di fine maggio ulteriori oneri in futuro, per soluzioni emergenziali che non corrispondono effettivamente alle necessità di una stabile ripartenza dell’economia, avrebbero dovuto comunque tenere conto delle risposte sismiche locali, coerentemente con la normativa tecnica vigente, e verificare l’esistenza di possibili rischi per fenomeni cosismici indotti».
Una frase quest’ultima, che suona a sua volta come un ammonimento, pur generico: prima di permettere interventi pesanti sul territorio occorre pensarci bene, per i rischi di indurre altri terremoti.
«L’urgenza – è comunque la conclusione – non può ancora una volta costituire l’alibi per soluzioni che poco hanno a che vedere con la sicurezza
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