Blog — 04 Gennaio 2026
C’è del marcio negli Stati Uniti che viene da molto lontano e che, nei secoli, non si è rarefatto ma si è incrementato, consolidato, moltiplicato, fino a esplodere nella putredine della politica trumpiana: una politica che non è diversa dalle precedenti, ma solo più veritiera, finalmente a volto scoperto, senza maschere.
Gli Stati Uniti vogliono sottomettere il mondo. E mantenere fede alla dottrina Monroe – “l’America agli americani” – è solo una parte del loro composito progetto imperialista. L’assoggettamento dell’Europa e la sua riduzione a cane da guardia contro la Russia, mentre si decimano gli ucraini venduti dal guitto inetto Zelensky, ne è una prova recente. Così come la stretta alleanza con il criminale Netanyahu, che continua imperterrito la sua azione genocidaria contro il popolo palestinese, cui riserva l’inferno in terra.
Ed ora questa aggressione al Venezuela.
Che non è una “crisi”, non è una “deriva”, non è una “decisione controversa”. È l’applicazione coerente di una dottrina imperiale che da oltre due secoli assegna agli Stati Uniti il ruolo di padrone politico, militare ed economico dell’intero continente americano.
La dottrina Monroe del 1823 non ha mai significato autodifesa o cooperazione: ha sempre significato esclusione violenta di ogni sovranità alternativa. Ogni Stato latinoamericano che ha tentato di sottrarsi al dominio economico, al saccheggio delle risorse, alla subordinazione geopolitica è stato punito: con colpi di Stato, sanzioni, guerre civili indotte, interventi militari diretti o indiretti.
Il Venezuela rientra perfettamente in questa lunga sequenza criminale. Non perché “autoritario”, non perché “corrotto”, ma perché possiede risorse strategiche e non si piega completamente.
E Donald Trump, sia chiaro, non rappresenta una rottura con il passato. Rappresenta la sua verità nuda.
Dove i suoi predecessori parlavano di “democrazia”, lui parla di petrolio. Dove altri inventavano “missioni umanitarie”, lui dichiara apertamente l’obiettivo: controllo delle riserve energetiche venezuelane, le più grandi del pianeta.
Le accuse di narcotraffico, terrorismo, minaccia alla sicurezza sono pura propaganda di guerra, smentita dagli stessi documenti statunitensi precedenti all’aggressione. Ma la menzogna è parte strutturale dell’imperialismo: serve a costruire consenso interno, a paralizzare le coscienze, a rendere “normale” l’illegalità.
L’Occidente non ha alcun titolo per parlare di diritto internazionale.
Chi ha bombardato Belgrado, distrutto Baghdad, annientato la Libia, occupato l’Afghanistan, sostenuto il genocidio palestinese, non può ergersi a giudice di nessuno.
Il principio è semplice:
• la sovranità vale solo per gli alleati,
• l’autodeterminazione è concessa solo ai governi obbedienti,
• chi disobbedisce viene rovesciato.
Il Venezuela oggi smaschera definitivamente questa farsa. E smaschera anche l’Unione Europea, che si conferma strutturalmente subalterna, incapace non solo di opporsi, ma persino di nominare l’aggressione per quello che è.
In questo quadro di servilismo generalizzato, ha fatto bene Travaglio a ricordare un fatto che la narrazione dominante tenta di rimuovere.
Nel 2019, di fronte al tentativo statunitense di imporre un presidente fantoccio a Caracas, il governo italiano guidato da Giuseppe Conte rifiutò di riconoscere Juan Guaidó come “presidente ad interim” del Venezuela.
Fu una posizione isolata in Europa, condivisa solo da papa Francesco, e rappresentò un raro atto di non allineamento rispetto ai diktat di Washington.
Conte affermò esplicitamente che spettava al popolo venezuelano decidere il proprio destino, non agli Stati Uniti né ai loro alleati.
Quella posizione oggi è stata completamente rovesciata dai governi successivi, che hanno trasformato l’Italia in un esecutore automatico della volontà atlantica, pronta a giustificare perfino bombardamenti e colpi di Stato in nome di una “autodifesa” inventata.
Ricordarlo non significa assolvere nessuno, ma ristabilire la verità storica: alternative all’obbedienza cieca sono esistite. E quindi possono esistere ancora.
Tanto più oggi. L’aggressione al Venezuela segna l’ingresso in una fase storica ancora più pericolosa: il ritorno esplicito della legge del più forte, senza più neppure la copertura ideologica del liberalismo.
È una dinamica che ricorda da vicino gli anni Trenta del Novecento: aggressioni tollerate, silenzi compiacenti, escalation inevitabile. Quando l’imperialismo non incontra resistenza, avanza. Sempre.
Per cui difendere il Venezuela non significa difendere un governo.
Significa opporsi senza ambiguità all’imperialismo, riconoscere il diritto dei popoli a esistere senza bombardieri, sanzioni e commissari politici.
Ogni giustificazione dell’aggressione è complicità.
Ogni silenzio è corresponsabilità.
Perché l’imperialismo statunitense non si ferma mai da solo: va fermato.
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