COME SI CONVIVE CON UN GENOCIDIO
(A partire da Gaza, passando per un film che non era un film)
Gaza brucia, ancora.
E il mondo guarda, ancora.
Si contano i morti come se si trattasse di una tassa da aggiornare ogni giorno. Un aggiornamento di sistema. I bambini muoiono interi o a pezzi, ma muoiono in modo statistico, sotto etichette come “effetti collaterali”, “terrorismo”, “autodifesa”.
Intanto le ruspe avanzano, i pozzi d’acqua vengono avvelenati, le ambulanze saltano in aria. I padiglioni oncologici vengono ridotti in polvere insieme ai neonati. Le famiglie, intere, si dissolvono in sabbia e schegge.
Tutto questo è accaduto sotto gli occhi dell’ONU. Che ha parlato. E non è bastato.
Sessanta paesi, secondo il recente rapporto della splendida Francesca Albanese, sessanta, continuano a ritenere “legittimo” che un popolo venga strangolato giorno dopo giorno, bombardato, affamato, umiliato.
Sessanta paesi complici.
E la gente vive lo stesso.
La gente vive. Fa colazione. Pensa già ai regali di Natale. Guarda serie tv. Porta a spasso il cane.
Non è colpa loro. Ma è colpa nostra.
Perché siamo vivi mentre altri vengono sepolti vivi. Perché abbiamo smesso di tremare.
E allora mi torna in mente un film. Non perché il cinema ci debba salvare, ma perché quel film era già un urlo, una premonizione.
Era “La zona d’interesse”, e non era una finzione. Era un esperimento clinico sulla coscienza occidentale.
Era — è — Gaza raccontata dal lato sbagliato del muro.
Nel film, il comandante del campo di Auschwitz vive con sua moglie e i figli in una casa elegante, con giardino.
Ci sono fiori, orti, giochi, picnic.
Il forno crematorio si vede appena. Il fumo c’è, ma fa parte del paesaggio. Le urla si sentono, ma sembrano un suono qualsiasi.
La vita prosegue.
Edwig, la moglie, si specchia con gioia nei suoi abiti nuovi, che appartenevano a prigioniere scomparse. “Forse a quella per cui facevo le pulizie” dice.
Riconosce il nome. Non riconosce la persona.
E questo basta a non sentire niente.
Così si vive accanto a uno sterminio.
E allora mi chiedo: quante Edwig ci sono oggi? Quanti Rudolf Höss leggono le favole ai figli mentre fuori il mondo crolla?
Quante case occidentali sono costruite su un rumore di fondo, su un muro che separa la pietà dal privilegio?
Gaza non è solo Gaza. È un test morale planetario.
E noi lo stiamo fallendo.
Quando ho visto “La zona d’interesse” non ho pensato subito all’Olocausto. Ho pensato al presente.
Alla nostra zona di comfort.
Alla capacità quasi miracolosa di chiudere il cuore mentre gli altri muoiono.
Alla forma perfetta del male: quella che si veste di normalità.
Nel film tutto è ordinato. Anche la crudeltà.
Non c’è rabbia, non c’è isteria. Solo efficienza. Solo logistica. Solo piani ottimizzati.
Così oggi si parla di Gaza: con linguaggio tecnico. “Ridurre le capacità”, “eliminare infrastrutture nemiche”, “neutralizzare minacce”.
Sotto queste parole ci sono bambini senza occhi, madri con le viscere all’aria, ospedali senza corrente.
Ma le parole pulite coprono il sangue.
Non è diverso da allora.
Il genocidio, quando è amministrato, non si vede più. Diventa funzionale, “giustificabile”, compatibile con i valori.
Così anche la sinistra occidentale, in alcuni suoi spezzoni, si è convinta che il sionismo — cioè un progetto coloniale armato — sia un diritto. “È autodeterminazione”.
E se la chiamano autodeterminazione, allora puoi cancellare un intero popolo e sentirti ancora progressista.
Ecco perché questo film mi perseguita.
Perché mostra una verità intollerabile: il male più grande ha spesso il volto più calmo.
Il male non è il boia. È la madre premurosa che disprezza i deboli. È il funzionario gentile. È il buon cittadino che non vuole “complicazioni”.
Il male è quel che succede quando si smette di sentire.
E il mondo ha smesso di sentire.
Nel film, la figlia più piccola cammina di notte per la casa. È agitata. Sente qualcosa. Ha paura.
Nessuno la ascolta. Le leggono una favola. La mettono a dormire.
Ma la sua paura è la verità che bussa, il trauma che sfonda la siepe.
È la stessa verità che oggi bussa sotto forma di immagini: bambini amputati, case sventrate, padri che scavano a mani nude.
E noi rispondiamo cambiando canale.
Il film non mostra Auschwitz. Lo lascia fuori campo.
Come Gaza, che vediamo solo in pochi secondi: un drone, una mappa, un missile.
Non è che non lo sappiamo. È che non vogliamo vederlo tutto intero.
E intanto i sessanta paesi.
Sessanta.
Complici per convenienza, per alleanza, per viltà.
Sessanta paesi che danno legittimità all’occupazione. Che chiamano terrorismo la resistenza. Che parlano di pace mentre finanziano la guerra.
Sessanta paesi che vivono nella loro zona d’interesse.
Che non è Gaza.
È il petrolio. È l’industria delle armi. È l’ideologia che separa vite che contano da vite che pesano solo nelle fosse comuni.
E il resto del mondo?
Il resto del mondo scrive post, firma appelli, marcia, prega. Ma poi, a sera, si lava i denti e va a dormire.
Come si può convivere con un genocidio?
Come Edwig. Come Höss. Come tutti noi, se ci abituiamo.
A un certo punto, nel film, il comandante ha un conato di vomito.
È un lampo. Il corpo si ribella. Per un secondo, qualcosa buca il diaframma della sua zona di sicurezza.
Poi torna a sedersi.
Anche noi, forse, abbiamo avuto quel conato. Lo abbiamo sentito.
Ma lo abbiamo ingoiato.
Abbiamo ripreso a vivere.
“La zona d’interesse” non è un film da ricordare: è uno specchio. E quello specchio oggi riflette Gaza.
Riflette noi.
Non è una pellicola su ciò che fu. È una profezia su ciò che è.
E la domanda finale, che il film non pone ma lascia vibrare come un suono lontano, è questa:
quante persone devono morire prima che il nostro giardino smetta di fiorire?
E noi, cosa saremo stati, quando verrà il giorno del giudizio, e scopriremo che siamo stati solo bravi giardinieri?
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