Blog — 07 Ottobre 2025
LA CONDIZIONE DEI PALESTINESI E LA RETORICA DELLA FALSA SIMMETRIA
Nel discorso pubblico sull’attuale tragedia in Palestina si ripete spesso l’invito alla “pace in due”, alla comprensione reciproca, al riconoscimento delle sofferenze di entrambe le parti. È un linguaggio che appare equilibrato, civile, persino pacificatore. Ma dietro quella apparente equidistanza si nasconde una manipolazione profonda: la cancellazione delle cause e delle proporzioni.
Oggi i palestinesi non vivono una guerra tra uguali, ma una condizione di dominio totale: occupazione militare, colonie illegali, assedio permanente, espulsioni, negazione dei diritti fondamentali. Gaza è ridotta a un cimitero a cielo aperto; la Cisgiordania a un arcipelago di bantustan isolati. Parlare di “conflitto” è già una distorsione linguistica: ciò che accade è una politica di annientamento, non uno scontro tra due Stati.
Eppure gran parte della narrazione occidentale continua a pretendere una simmetria morale che non esiste. Mette sullo stesso piano chi impugna un fucile e chi non ha nemmeno l’acqua potabile; chi dispone di eserciti e chi di corpi; chi decide e chi subisce. Questa falsa equivalenza trasforma la giustizia in opinione, e la responsabilità in sentimento.
Non si tratta di negare il dolore degli israeliani — che è reale e umano — ma di riconoscere che esso non può più essere usato come schermo etico per giustificare la distruzione di un intero popolo.
La pace non è un gesto bilaterale: è un atto di restituzione. Finché i palestinesi resteranno senza terra, senza libertà e senza voce, ogni appello alla “pace in due” resterà un esercizio retorico, utile solo a chi vuole che tutto resti com’è.
Oggi la verità più semplice e più censurata è questa: la pace comincia quando finisce l’occupazione. Tutto il resto — compassione selettiva, equidistanze, sentimentalismi morali — serve soltanto a prolungare la catastrofe.
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