Blog News — 02 Ottobre 2010
Ciro Vitiello recensisce SPOESIE di Nadia Cavalera
su LE RETI DI DEDALUS Rivista letteraria del Sindacato Nazionale scrittori

 

L’ultimo testo poetico di Nadia Cavalera – intellettuale che ogni volta si spinge nell’incaglio della ricerca per contraddire il grande marasma dell’esistente – è, già nel titolo (Spoesie), di forte impatto ideologico, di tenore provocatorio, di spirito urticante. Se connotare tende massimamente a creare l’inesistente (che è l’aspetto del non ancora visto), secondo il disegno di filosofi e di linguisti, allora necessita partire da qui, dal dire le strane sensazioni provocate e il loro influsso per tutta la estensione della scrittura. Certo, nel nostro lessico esistono lemmi come “spoetare” e “spoetizzare”: l’uno significando: 1) privare qualcuno della fama di poeta, 2) comporre versi con molta faciloneria; l’altro: 1) far dileguare il clima illusorio che avvolge qualcosa, 2) disgustare. Tuttavia il prefisso “s” ha una più larga gamma di valori, negativi, privativi, peggiorativi, intensivi (con una ricchezza di sfumature create dalla sensibilità linguistica dello scrittore ecc. ).

Per rappresentare il suo mondo poetico in una risoluzione eversiva rispetto al panorama asfittico di questo momento storico, Nadia Cavalera si conia il neologismo “spoesie”, a mo’ di denuncia e di sferzante accusa e sarcastica derisione, perché il suo spirito possa illuminare lo scabro della società e incentivare il balbettio prenatale nella formula dell’assurdo e del paranoico (una rivolta contro un sistema che il poeta per deficienza di mezzi non può disintegrare). Sembra che il lemma “spoesie” abbia a connotare una facoltà della poesia espoliata dai toni sublimi ed aulici e attinga dalla storia elementi che elevati a sensi creano una nuova strategia d’urto contro la banalità culturale e l’inganno politico di un Potere che autoreferenzialmente manipola e deforma; ma, per fortuna, contro un tale tipo di Potere la coscienza del poeta – con la sua immane irrisione – si oppone e resiste. Al lirico si privilegia, così, il prosaico, il ritmo dissacratorio della realtà, della società, dell’economia, come prova di un dato oggettivo reale che inquina e dissesta il poco che ancora tiene connessa la collettività.

La Cavalera ha piena consapevolezza di questa degenerazione di corso, fatto destino, onde con acume si protende fino alle estreme conseguenze dei valori e delle conduzioni di un’economia friabile per gestione di un governo malevolo (in quanto univoco e falsamente liberale). La natura teorica del suo esercizio poetico è chiaramente espressa in una sorta di auto da fè, che trovasi a p. 20: “Per essere poeta non basta infilare / paillettes parole versi lustrini rime brillantine / Ci vuole il macero dentro dello spiazzamento / l’affondo chiaro lento nell’emozione / la tempest’indigesta dell’intorno irreale / il rovello pensiero pestello di volerlo mutare”. La condivisione, tra io e mondo, ma soprattutto tra io e noi, è il fondamento dell’essere, privilegio di poter guardare al futuro, per passare dalla “personale unica croce” alla delizia collettiva, trasvolando dal crollo dell’economia alla risoluzione dell’uomo sociale.
Il “macero dentro dello spiazzamento” è investito da frammenti della realtà che mette in moto la scrittura in una produzione aliena e paralitica, fino alla balbuzie più sfrenata, a dimostrazione che in una società malata la democrazia è sempre più fragile a causa di un “premier senza pregi”, che è impegnato esclusivamente a conseguire leggi “ad personam solam”. Sul ritmo di una automatica cantilena la parola da sola non è capace di formare la rappresentazione: “Linguami la lengua longa la milonga di fu lulù il tu ch’arrota la glossa fringuello con mossa la fossa porta già aperta possa d’un expertise tris nel mio iò-iò”, ma deve avvalersi della ragione che sa decodificare gli inganni celati dietro la realtà apparente e toccare la prepotenza dell’altrui volontà, del premier, che “spinge a varare leggi vergognose / a sé solo vantaggiose / s’appropria dei servizi pubblici e radiotelevisivi / per i suoi incentivi recidivi / schiaccia il paese nella discesa dei salari / nei condoni che nutrono / l’evasione fiscale l’abuso edilizio”.
Il grido di avversione si tramuta in monito che investe perfino la massima carica dello Stato, che “non può ridurre di soli ottocento euro / una spesa di duecentoquaranta milioni di soldoni /…/ Perché mille persone di personale?”. Il poeta – in ogni atto, in ogni progetto, in ogni risoluzione – vede incardinato il principio morale di “egalité” in sintonia con il comune sentire a parametro di un comune soffrire e gioire.
Da siffatta tematica sono escluse, chiaramente, emozioni e impressioni, a vantaggio, secondo uno spirito laico, di una scrittura “fredda” e asseverativa: scrittura che appare come una tessitura di svariati modelli cognitivi e spia di sfiducia alla deriva dilagante. Poiché la possibilità di riscatto è irrealizzabile, alla Cavalera non resta – allora – che affidarsi all’ipotesi desiderativa, convinta che ciò sia l’unico modo per dare dignità all’uomo, a quest’essere opaco e avvilito e svuotato: “Brucerei e smantellerei io la mia casa / mattone dopo mattone sin nelle fondamenta(…) / E sradicherei strade e ponti della mia città / che casserei anche dal ricordo / riducendomi lontan’esule in un’umile stanza / se solo potessi ridare l’uomo a se stesso /…/ se solo potessi vederlo cadere e rialzarsi da solo / saperlo sicuro nella vita / anche dopo la mia dipartita”. In questa speranza proiettata sul futuro è da cogliere il desiderio di uscire dal fallo, dalla crisi, della marcescenza di questa età. E pertanto, dalla rabbia – tramite invettive e violente deformazioni linguistiche – si approda alla catarsi apocalittica; e nel superamento dei mostri arroganti (politici, economici, sociali) s’avanza il rinnovamento della civiltà, quale riconversione dei valori dell’esistenza e della storia.

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