Multimedia — 28 Gennaio 2026

DEMOCRAZIA, AUTORITARISMO E L’ABITUDINE ALL’ECCEZIONE
di Nadia Cavalera

Negli Stati Uniti è in corso, da tempo, un processo di irrigidimento delle pratiche di governo in materia di ordine pubblico, sicurezza e immigrazione. L’uso estensivo di forze federali, la militarizzazione degli interventi, la repressione delle proteste e l’indebolimento delle garanzie civili pongono interrogativi seri sullo stato della democrazia americana.

Questi fatti vanno presi sul serio.
Ma proprio per questo vanno analizzati, non assorbiti dentro una narrazione totalizzante che trasforma ogni abuso in prova di una tirannia già compiuta.

Il primo rischio, quando si affrontano questi temi, è confondere la denuncia con l’allarme. L’allarme mobilita emozioni forti, ma spesso oscura le responsabilità concrete, le catene decisionali, i meccanismi istituzionali che rendono possibili determinate scelte. Senza questa distinzione, la critica perde forza politica e diventa pedagogia della paura.

Non tutto ciò che è autoritario equivale a una tirannia in senso pieno.
Ma tutto ciò che è autoritario deve essere contrastato politicamente, dentro lo spazio democratico, non al di fuori di esso.

Il problema centrale oggi non è stabilire se ci troviamo già in un regime compiuto, ma riconoscere un processo più sottile e più pericoloso: la sottrazione progressiva di potere decisionale ai cittadini, accompagnata dalla normalizzazione dello stato d’emergenza come forma ordinaria di governo.

Questo processo non riguarda solo gli Stati Uniti. È una dinamica più ampia, che attraversa l’intero spazio occidentale: governi sempre più svincolati dal controllo parlamentare, decisioni strategiche presentate come inevitabili, cittadini chiamati non a deliberare ma ad adattarsi.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere bene questo linguaggio.
Ci è stato detto che bisognava accettare sacrifici “necessari”, perché le alternative non esistevano. Ci è stato chiesto di fidarci, di resistere, di stringere i denti. Il risultato è stato un impoverimento materiale e una perdita di sovranità democratica che raramente vengono messi in discussione.

Oggi lo stesso schema viene applicato al piano politico.
Non più solo sacrifici economici, ma rinunce democratiche: meno controllo, meno conflitto, meno possibilità di incidere. Il tutto giustificato in nome di un pericolo onnipresente che renderebbe impraticabile il normale funzionamento della democrazia.

Qui sta il punto più critico.
Una democrazia non muore solo quando viene rovesciata con la forza. Muore anche quando i cittadini vengono progressivamente abituati all’idea che essa sia un lusso da sospendere nei momenti difficili.

Quando il discorso pubblico invita a “non farsi trovare impreparati”, ma non chiarisce a cosa, da chi e soprattutto con quali strumenti democratici, non sta rafforzando la vigilanza civica. Sta spostando l’attenzione dalla decisione collettiva alla disposizione psicologica: accettare, adattarsi, fidarsi.

Prepararsi senza poter decidere non è esercizio democratico.
È addestramento all’eccezione.

Il vero pericolo, oggi, non è una tirannia futura evocata in termini assoluti, ma l’assuefazione presente a un modello di governo che riduce sistematicamente lo spazio della rappresentanza e del dissenso. Una democrazia che si difende solo in nome della paura finisce per svuotarsi delle sue stesse ragioni.

Se vogliamo davvero contrastare le derive autoritarie, dobbiamo fare l’opposto di ciò che ci viene spesso suggerito: non restringere ulteriormente lo spazio democratico, ma riaprirlo. Restituire centralità ai parlamenti, rendere reversibili le decisioni, riconoscere il conflitto come elemento costitutivo della democrazia, non come una minaccia.

La democrazia non si salva preparandosi alla sua sospensione.
Si salva praticandola, anche – e soprattutto – nei momenti di crisi.

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