Articoli Prose — 20 Agosto 1987

L’Alto Salento

di Nadia Cavalera

Una terra assolata, assetata, sassosa ma pazientemente “spietrata” e rigogliosa nelle campagne ricche di ulivi, di vigne, di mandorli, recintati da muretti a secco e fichi d’india. Una terra ariosa, battuta da venti umidi di mare perché in esso si incunea decisa facendone lo sfondo di ogni più immediato panorama ed evocandolo persino nell’origine messapica del proprio nome: sala come ‘mare’. Una terra millenaria in cui la storia per l’occhio attento del visitatore si sovrappone in esperienze vivamente sensibili, dalle tinte però mai prorompenti, ma composte nel giusto equilibrio di classico lirismo. Una terra definita metaforicamente Porta dell’Oriente perché vi sbarcarono antichissime civiltà per diramarsi nell’interno, e perché tradisce ovunque la sua vocazione naturale a farsi testa di ponte, per un flusso continuo di commerci e di idee, tra l’intera Europa ed i paesi mediorientali e del Mediterraneo
Questo è il Salento, punta estrema della Puglia, con le province di Brindisi, Taranto e Lecce.
E se il Salento è la Porta dell’Oriente, Brindisi sicuramente costituisce la “soglia” di questa singolare realtà, non solo perché è la più a nord dei tre capoluoghi, ma in quanto, unitamente alla sua provincia, ne riassume appieno lo spirito complesso, la varietà dei paesaggi naturali, le contraddizioni economiche e sociali, le stratificazioni storiche nelle abbondanti tracce; soprattutto le pulsioni internazionali.

Dalle origini antichissime, forse cretesi, sicuramente messapiche, per essere poi romana, bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese, borbonica, Brindisi rappresenta il Salento già nell’essere penisola nella penisola. Si protende infatti completamente con il suo borgo più antico sul mare che la circuisce in un abbraccio formando i due seni di levante e ponente. Questi, mediante canale Pigonati, immettono nel porto interno, a vedetta del quale, sull’isola di S. Andrea (l’antica Bara) si erge maestoso, pur nella sua lenta decadenza dovuta alla furia del marosi rafforzati dall’incuria dell’uomo, il castello aragonese, a tutti meglio noto come Castello rosso, per le sfumature che il carparo acquista alla luce del sole. Gli fanno da sfondo lontano, tra il volo dei gabbiani, le colonne terminali della via Appia, il corso dall’aspetto levantino, i muraglioni di quell’altro castello voluto da Federico ii, che pare amasse tanto questa città da chiamarla «filia solis».

Il porto di Brindisi, se per Strabone, Tacito, Livio, non ultimo il Galateo, era tra i più grandi e importanti del mondo, ora di certo è il più sicuro dell’Adriatico occidentale, quello che prima collega con la Grecia, senza temere concorrenti in Trieste, Ancona, Bari. Ogni anno infatti vi transitano oltre 700.000 passeggeri e i tir, per raggiungere Patrasso, si accalcano nelle zone del lido ad essi riservate in file lunghissime, sottolineando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la prevalente funzione commerciale, in palese contrasto con la politica di chi (con le grosse centrali a carbone per complessivi 4000 megawatt, unitamente alla costruzione della diga di Punta Riso) ne vorrebbe fare un terminal carbonifero, perpetrando così nei riguardi della città un’altra madornale violenza. Come quella inferta alla fine degli anni Cinquanta con l’installazione ex abrupto del petrolchimico Montedison, il più grande complesso chimico del sud.

Salutato quale promotore d’un accelerato processo di industrializzazione della città, è risultato soltanto una delle tante “cattedrali nel deserto”, compromessa irreparabilmente alcuni anni fa dal rogo dell’impianto di cracking del P22T, che, insieme a morti e feriti, regalò alla città anche la piena consapevolezza della sua fallimentare politica economica.

Svanito il sogno della chimica, panacea di annosi problemi occupazionali, è rimasta una città più popolosa per l’ovvio fenomeno dell’urbanesimo innescato dal new deal locale, ma non certo più produttiva, anzi ridotta alla stregua di una città di servizi. E proprio lo sfilare lungo e pachidermico del tanti tir non può far pensare a molti che trasportano ancora merce prodotta altrove.

Le vocazioni genuine di questa città e della sua terra permangono così l’agricoltura, che andrebbe maggiormente seguita nelle varie fasi della produzione (dal raccolto alla trasformazione, conservazione e distribuzione del prodotto stesso) ma anche nelle grandi potenzionalità turistiche (pensiamo all’agriturismo, già validamente decollato), e il mare con le molteplici attività ad esso legate, dal commercio al turismo stesso, all’acquacoltura. E in questo senso bene è stata accolta nel 1985 l’installazione a Savelletri, vivace porticciuolo della costa nord di Brindisi, dell’unico impianto di mitilicoltura dell’intera provincia. Retto da una cooperativa (Ittimar Basso Adriatico di Fasano) si pone quale centro di vendita al dettaglio, ma soprattutto all’ingrosso, costituendo un punto di riferimento essenziale per i pescatori e i rivenditori di mitili del territorio circostante, prima dipendenti dalle province limitrofe. L’impianto di Savelletri non costituisce comunque una novità in senso assoluto, in quanto in passato, proprio a Brindisi, esistevano vari allevamenti di mitili (uno inaugurato nel 1956 disponeva anche di depuratore!), emuli nel sapore a quelli di Taranto. Poi, durante l’infezione colerica del 1973, che li vide probabilmente a torto imputati primi, furono smantellati completamente per non essere più riattivati. Per cui, i pergolati, retti da pali infissi nel fondo del seno di Bocca di Puglia, prima ancora di subire la normale evoluzione, sono rimasti prerogative di vecchie cartoline un po’ ingiallite. Mentre sono relegate soltanto alle pagine della Naturalis Historia di Plinio le immagini di una Brindisi dagli arenili biondi, ricchi di fascine di ostriche così prelibate da vincere la concorrenza di quelle di Baia (in Campania) ed essere le preferite da Giulio Cesare per la sua mensa.

In compenso però (si fa per dire, e con tanta amarezza!), alcune spiagge a sud della città, in prossimità degli sbocchi di scarico del Petrolchimico, si sono ricoperte di particolari “frutti marini”: le palline multicolorate di “vipla”, cioè il polietilene a bassa e media densità, che, molto richiesto in vari settori, subito creò un nuovo mestiere, gli “spigolatori plastici”, oriundi del vicino quartiere ghetto del Perrino, con un’intensa attività a conduzione, diremmo, familiare. Si ricorda ancora oggi l’eccezionale record raggiunto da uno di questi nuclei operativi: ben sette quintali in un solo giorno! Con la raccolta, i setacci, la paziente divisione delle palline in base ai colori, che testimoniano dei gradi di resistenza al calore, hanno costituito in anni recentissimi una sorta di novelli contadini.

A ricordarci i vecchi, quelli tradizionali, propri di una cultura dai ruoli fissi e statici, più autentici e senz’altro meno inquietanti, esiste a Brindisi una collezione privata aperta però al pubblico, tra le più importanti del Salento. Sita in alcuni locali al piano terra dell’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste, la collezione Agrifani rappresenta tanti flash sul tempo andato della civiltà contadina, che non può non suscitare in tutti ammirazione e rispetto verso chi, pur tra notevoli difficoltà, ha saputo realizzare veri capolavori di ingegneria semplice, ma funzionale e ricca di squisita fantasia. Non si tratta di ricordi vuotamente nostalgici, ma di interrogarsi e riflettere. Tornando comunque ai litorali, bisogna dire che per fortuna non sono tutti compromessi, tant’è che subito a nord di Brindisi — prima ancora di raggiungere i rinomati villaggi turistici di Monticelli, Rosa Marina, Pilone e numerosi altri centri di villeggiatura tra cui non ultimo Torre Canne (complesso termale all’avanguardia che vanta acque prodigiose, dette di Cristo) —, ebbene, ad appena 15 chilometri da Brindisi s’incontra, su una laguna protetta da alcuni isolotti, un brandello di natura selvatica: Torre Guaceto, l’antichissima Gawsit dei Saraceni, per Waldi, l’acqua, il fiume insolito in una terra assetata e ora ridotto nell’alveo del Canale Reale.

A percorrerlo in lungo e in largo nei suoi sentieri, dal molo di un porto ormai inesistente sino alla torre che svetta sul promontorio dal xv secolo (dove sono stati accertati insediamenti umani sin dalla preistoria), è tutto un susseguirsi di fitta vegetazione dominata dalla macchia mediterranea: i lecci e le querce, misti alla fillirea, al pungitopo, all’alaterno, s’intervallano sulle dune a ginepri secolari, giganteschi nei loro rami contorti spesso mummificati dalla salsedine. Attraverso fitti rosmarini, tamerici e pini si arriva ai giunchi della zona bassa, dove nei canali talora profondi, tra le canne, pullula l’intensa e nascosta vita della palude: regno soprattutto di rane, bisce, tartarughe di terra, rifugio di svariatissimi uccelli stanziali e sosta isolata dei migratori. Qui infatti le stagioni sono segnate dai passi delle cicogne, degli svassi, degli aironi, dei fenicotteri, delle gru, dei falchi e così via, in un elenco lunghissimo di preziosi esemplari. E durante l’estate, nell’aria cheta di sole, è tutto uno sgargiante svolazzare di rarissime farfalle come la Peloso Plumosa, la Spilosoma Urticae, la Leucania arbia nottuide.

Questa preziosa zona umida, seppur protetta da leggi nazionali e internazionali, viene ancora tallonata dal progetto di una centrale nucleare nelle immediate vicinanze, dalla speculazione edilizia e da dissennati piromani, la cui azione è tanto più grave in quanto inferta contro una terra povera di verde boschivo. Infatti il verde che la ricopre è dovuto quasi interamente alle colture agricole, tra cui primeggia in assoluto quella dell’ulivo. Lo si può constatare chiaramente sorvolando la zona dall’alto, grazie agli aerei da diporto che si possono noleggiare presso l’Alibrin di Brindisi.

Tutta la zona appare, tra colline dolci solcate da lame, un manto quasi uniforme di ulivi argentei, nodosi, secolari, che solo sulla costa cedono completamente il passo alla macchia mediterranea, lì tra le dune, frutto del capriccio dei venti.

E fra gli ulivi, ricamati dai vigneti dei trulli e delle masserie, occhieggiano nel sole Ceglie Messapico, Fasano con la Selva e Lauretto, Oria, Cisternino, Ostuni: bianchissime nella calce delle casette abbarbicate sulla collina, intorno ai loro castelli medievali e alle cattedrali di ridondante tufo, lungo un groviglio di viuzze, scalette, archi e balconcini d’una suggestività arcaica indescrivibile, appena tocca di un profumo orientale.

A saperlo, la campagna intorno a questi nuclei urbani si indovina popolata di grotte trogloditiche con pitture ieratiche, vissute da eremiti e monaci, cultori della civiltà rupestre, di tempietti bizantini, di megalitiche specchie, dei Dolmen, entrati nella leggenda come Tavola dei Paladini, delle possenti mura messapiche, di scavi romani così estesi da interessare, ad Egnazia, una intera città, la cui storia è ampiamente leggibile nel museo creato al suo interno.

Tutti elementi questi comuni, nei limpidi richiami ambientali e storici, alla provincia di Taranto, dove però, pur tra una maggiore presenza di verde, i fenomeni carsici del terreno si esasperano, offrendo il panorama d’una fertile terra rossa che si alterna a sassaie e a burroni orrendi, profondi e tortuosi. Si tratta delle note gravine, ottenute dall’incessante e impetuoso scorrere dei torrenti nel terreni calcarei e tufacei: Massafra, Castellaneta, Mottola, con le pareti sempre dotate di grotte, di cripte impreziosite d’affreschi e spesso celate dai carrubi e dagli sterpi.

L’altopiano delle Murge poi si stempera, a terrazzi digradanti, nella pianura, lungo la costa dove le acque, risucchiate a monte, sbucano improvvisamente in sorgenti sottomarine (i famosi Citrelli del Mar Piccolo). L’intera zona, che ruota a semicerchi concentrici verso il capoluogo, presenta una lunga serie di paesi vivacemente attivi, tra cui s’impone per bellezza architettonica e importanza commerciale, oltre che culturale (con i suoi premi e il rinomato Festival della Lirica!) la barocca Martina Franca. Sviluppatasi ellitticamente su un alto margine della fiabesca valle d’Itria, Martina Franca sfoggia, tra le volute di palazzi e chiese, un fascinoso nucleo antico d’impronta mediterranea, con le case piccole a terrazza, bianche, povere di finestre e spesse nei muri.

Importante, inoltre, più dappresso alla “conca tarantina”, la cittadina di Grottaglie, dove fiorente nei secoli si mantiene l’industria della ceramica, alimentata dai terreni argillosi della pianura intorno. A ricordare questa sua peculiarità in campo artigianale viene allestita ogni anno, in piena estate, una grande mostra, dove gli strulli, le capase, i piatti, le ciarle, le scudette, i vucali, i magici fischietti dalle forme più svariate e multicolorate, si alternano a prodotti di imitazione delle terrecotte d’origine greca e ad interessanti prove di moderna creatività. Ma se le storie di putee, di stumpatori di furni, di cotte — seguìti da attesi festeggiamenti noti, come “la cotta di S. Maria”, che si teneva il giorno prima di ferragosto, con l’abbuffata di ntrame di cavaddhu — appartengono ormai a un lontano passato, viva rimane però la figura del figulo, con la sua forte passione esaltata nell’abilità delle sue mani.

Attività tradizionali che vanno salvaguardate perché genuine, proprie dell’identità di una realtà territoriale. Come a Taranto, la mitilicoltura che continua con successo ad essere praticata nelle secche della costa del Mar Piccolo, nonostante l’insidia incalzante dell’inquinamento delle acque.

Ma ben più grave è a Taranto l’inquinamento dell’aria che talora, dall’alto, può non consentire una panoramica del tutto chiara ed ampia, facendo pensare ben tristemente a Marghera.

È lo scotto che la città ha dovuto pagare per la sua recente industrializzazione, cui ha dato un decisivo contributo l’installazione nel 1960 della Italsider, uno del maggiori stabilimenti siderurgici d’Italia, risultata anch’essa un’altra “cattedrale” dei nostri tempi.

Ma al di là della zona prettamente industriale, diradatesi le nubi dei vapori di scarico, emerge la Taranto cantata da poeti e scrittori: mitica nella sua origine risalente a Taras, figlio di Nettuno, forte nelle ascendenze spartane, splendente nella sua mollezza mediterranea che la vide capitale della Magna Grecia, fiera oppositrice dell’emergente Roma, e oggi alla ribalta in tutto il mondo con la raffinatezza arcaica dei suoi “Ori”, conservati nel ricco Museo Nazionale.

Adagiata tra il mar Piccolo e il Mar Grande, su un’isoletta, collegata alle sue ampie propaggini sulla terraferma da un ponte in pietra da un lato e girevole dall’altro, Taranto conserva intatta l’immagine singolare del suo più vecchio borgo con le viuzze strette più delle calli veneziane e tali da sembrare piuttosto degli sfiatatoi d’un unico compatto corpo murale, erto anticamente contro qualsiasi insidia venisse dal mare.

E intatta, nonostante una lunga congiuntura nel settore, si perpetra l’immagine di Taranto quale base navale e arsenale militare, tant’è che le navi da guerra sfilano sempre nel canale di collegamento tra i due mari per ancorarsi nella laguna, tagliata in due da Punta Penna e presidiata dal Castello aragonese e, nel golfo, dalle isole Cheradi, quasi un minuscolo arcipelago. Là, nello Ionio, che dal capo di San Vito, lungo una costa orlata di dune altissime (come Monte Arena), tra i più invitanti d’Italia, giustificando appieno l’incremento sempre maggiore dei centri turistici, già molto famosi e ricercati, quale l’attrezzatissimo Lido Silvana, protetto alle spalle da un’ampia pineta. Mentre nell’entroterra le vaste paludi fino all’agro di Arneo sono diventati vigneti e frutteti. Ma si sentono sempre forti tra i sassi bianchi il mentastro e la ginestra.
da Il Rosone, anno X, numero 3-4 , maggio-agosto 1987

 

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