Prose Recensioni — 11 gennaio 2007

MICHELE MARI, Cento poesie d’amore a lady LadyHawke , Einaudi, 2007

Recensione di Nadia Cavalera

Con Cento poesie d’amore a lady LadyHawke, Michele Mari, ricorrendo alla forma puntualmente autobiografica, per aver massima libertà d’intervento e commento, riprende, chiosa e stigmatizza in forme parodiche, una qualche famosa storia d’amore dei nostri giorni, il cui fidanzamento extramondano, nel senso di virtualmente “etereo”, costituendo sostanza, ha presentato, «l’incriticabile bellezza delle fiabe». Ma che come tale, maestri in primis Dante col suo Cavalcanti e Petrarca, è soprattutto unilaterale: lo si precisa nel prologo («un uomo che non suscitò in chi amava l’amore»), e con tanto di classico canzoniere conclusivo che pur prevedendo un avvio cortese con «compita angiolella» si direbbe in seguito degeneri duramente, sotto il peso di un’esperienza gravosa. Altrove lo scritto poetico è richiamato quando l’io narrante ricorda di aver fissato «ogni volatile istante/ a futura memoria» o quando lo inquadra come «quattro pisciatine essenziali» in plein air al tempo in cui il sentimento scemava. Infatti «solo al muto il battito del cuore è rimbombante».
Ma vediamo alcune carattertiche di questi protagonisti, soprannominati LadyHawk, donna falco e Knigthwolf, cavaliere lupo, conosciutisi sui banchi di una scuola superiore, peraltro dissestata, una «Death Valley» californiana, (il punto più basso dell’America). Erano gli anni Settanta, al tempo di Paolo VI. Si perderanno di vista, per ritrovarsi poi, lungo un rapporto durato 33 anni e conclusosi nel 2005, alla morte di papa Wojtyla.
LadyHawk, la destinataria delle cento poesie, appare, nello sfondo, irrangiungibile, diafana, indefinibile. Ma alquanto superficiale, attratta infatti all’inizio da persone appariscenti («le cromature della Ducati»), ma insipienti («chi non distingueva un cip da una parole) piuttosto che dalle performances straordinarie del nostro Knigthwolf che al liceo sbaragliava nei giochi gli altri della compagnia («i compagnucci»), e in seguito, pur da borderline, avrebbe fatto «miracoli di eleganza ed ironia», senza per questo evitare di diventare per la sua stessa storia «un mostro» . Inoltre si direbbe fredda, contenuta, egoista e così presa e compresa di sé, nella posizione di grandissimo prestigio raggiunta (ha un’aureola), da non poter dedicare attenzione agli altri («neppure due mezzorette al mese» al povero cavaliere). Da madonna permette giusto la contemplazione, che nel nostro lui determina un condizionamento totale («Ho pensato i tuoi occhi/ così tante volte/ che alla fine il pensiero/mi è rimbalzato addosso/ e non ho più avuto un gesto/ che non fosse riflesso/ dal tuo sguardo»).
Comunque la star fa un’eccezione. E dai poeti della beat generation, passa a leggere lui, che, a furia di sentirsi pensato da lei, diventa a sua volta un personaggio che riesce ad interloquire audacemente disinvolto, « bellamente», con lei, sebbene “aurata”, «da icona ad icona.».
Il comportamento di LadyHawk è nel complesso fortemente contraddittorio, non esente da frivolezze ed opportunismi: lo ignora; si accorge di lui; gli dà corda («mi hai slacciato il bottone del colletto/perché ti sembravo un impiccato »); stabilisce una qualche relazione («ci siamo dondolati su un’altalena sola »); forse ha in comune addirittura una figlia o qualche attività; lo dimentica per sopraggiunta lobotomizzazione che le farà scordare anche vecchie benemerenze («avevi una giacchetta di pelle scamosciata/piena di frange svolazzanti/e la mettevi sempre»); lo riscopre, con scambio di anelli; ne fa cavia da esperimento galileiano; civetta a chi fosse tra i due l’ultimo dei romantici; non concede intimità, solo posti nel cuore e silenzi pieni di lui e quando va a trovarlo a casa non varca mai la soglia del bagno, per evitare tentazioni.
Non solo, se lo gioca in famiglia a tavolino e rompe da dietro le quinte tutti i di lui giochi, portandolo in fin di vita per poi praticargli in extremis, coprendolo, una respirazione bocca a bocca, a processo agonico inoltrato.
Probabilmente per continuare alla scacchiera una partita che non ammetteva la patta. Per più paure: che non riuscisse lei la vincente; che l’amore di lui non fosse sincero; che una storia rimossa, da cantina o soffitta, diventasse «la cosa più importante della sua grande e bella e luminosa casa»; che potesse essere sconvolto il suo «confortevole averno», alias casa-mulinobianco, tenuta salda dalla «cazzuola » del marito «porcellino in salopette» e « filisteo ».
Una storia feroce e inconcludente fino all’addio. Lei va a trovarlo all’Università, dove lui insegna e dove si è formato, solo quando ha deciso di lasciarlo (forse per rendere più domestico il suo fantasma) e mentre si congeda insiste irridente che l’avrebbe cercato sempre sperando di non trovarlo mai. Mentre lui, candido all’osso, le ribatte che non l’avrebbe cercata mai sperando sempre di trovarla.
Non c’è da meravigliarsi a questo punto che tra le tantissime e varie evocazioni e citazioni, che inzeppano il testo tanto da imporsi nella valenza interpretativa di una ripresa (un rifare il verso a), abbondino per lui quelle più cruente: c’è il Norman/Norma Bates di Psyco, il serial killer cannibale Jeffrey Dahmer, gli “scheletri” nella stanza dell’Overlook Hotel; duelli all’ultimo sangue da Far West; strangolamenti a catena, dall’illusione di non restare deluso da lei a tutte le domande relative alla loro bambina; previsioni di comportamenti assassini con le altre («che hanno la colpa di non essere lei») e la tentazione di seppellire il loro fidanzamento morto nel vecchio cimitero indiano per l’ovvio zombie antropofago futuro. Opta poi per il campo/testo scritto, con la speranza però che lei ci passi vicino e impazzisca.
LadyHawk e Knigthwolf sono su piani sentimentali diversi. Evidentemente lei, quando si sono ritrovati, voleva sviluppare altrimenti il loro rapporto mentre lui voleva regredire alla passione iniziale.
Conseguenza? Il dialogo tra una sorda ed un muto, entrambi ciechi, tanto che a lei sfugge di mano la situazione e ne soffre.«Tangibile realtà/dev’essere il mio amore/se alla fine/ci hai sbattuto contro/e ti sei fatta male».
Un dialogo fatto di fraintendimenti, allusioni, sorrisi, struggimenti, messaggi rapidi e pungenti («sputnik »), addestramenti, mancate anche se agognate singolar tenzoni con chi era poi solo un «orco buono», elucubranti contorsionismi mentali. Soprattutto fugaci e casti incontri, all’insegna della frettolosità, sotto la minaccia incombente che la carrozza ridiventi zucca per il povero Cenerentolo di turno.
Appropriati dunque i soprannomi scelti per loro: Ladyhawke e Knightwolf, i protagonisti di un famoso film degli anni Ottanta, che per un maleficio non riuscivano mai ad incontrarsi: « (donna di notte lei/e con la luce falco/ lui con la luce uomo/e nottetempo lupo) ».
Ma se Etienne Navarre ed Isabeau, gli amanti medievali, riescono alla fine a vincere la maledizione del vescovo-signore e ricongiungersi, i protagonisti della vicenda narrata da Michele Mari in Cento poesie d’amore a Ladyhawake non concludono mai, rimangono in sospensione infinita. Logorante tra l’eroicocomico e il patetico per lui, insostenibile anche per lei, che dà un aut aut («o si va oltre/ o non ci si vede mai più/»). Ma Knightwolf, seppure innamorato folle, s’impunta. Inspiegabilmente. Disgustato quasi che potesse concretizzarsi il vero manzoniano, e fedele ormai al solipsismo puro (quanta ironia!), fa un contrappasso da pokerista e perde tutto. Disperandosi ulteriormente (come un detenuto che abbia perso al vento i dollari di un grosso bottino a lungo agognato).
Alla consumazione regolare del suo amore, preferisce la consunzione e imbalsamazione dello stesso nella tensione di un permanente inizio, vincendo la palma che si contendeva con lei, del novissimo, alias ultimo dei romantici dei nostri tempi. O, per dirla con Mari, l’ultimo degli imbecilli.
L’amore, è la lezione che si trae da questa breve raccolta, è una forza straordinaria che va vissuta fino in fondo, nella pienezza dei sensi e non ammette tentennamenti, patteggiamenti, cimenti indebiti, opportunismi, né rimpianti di sorta.
Il tutto in versi brevi con un ritmo fluido veloce costantemente ironico e sarcastico, una sorta di nuovo poemetto eroicomico cavalleresco (tra cavalieri, uomini cavallo trafitti a sangue e cavalline), molto tassoniano. Dissacrante.
Tra tutte le figure retoriche impera la similitudine che, lungi dall’indicare povertà di mezzi espressivi, diventa chiave interpretativa. Il “come” disseminato ovunque è spia dell’operazione compiuta dall’autore nell’interpretazione di una storia irrisolta, forse già nell’immaginario collettivo (o in qualche oscuro scritto, un ectoplasma «riverbero azzurrino»), e che rischia peraltro di rinnovarsi ancora. Ma, sia chiaro, per un semplice sfioramento ad oltranza: «tertium dabatur/ e sarebbe stato vivere/ sfiorandoci». E anche a distanza. In quanto se Gozzano amava le rose che non aveva colto, il Knigthwolf di Mari preferisce addirittura non sfiorarle. Lo ribadisce, nella stornellata che chiude la silloge, in versi di sapore anche carducciano: «il fiore mio più bello, il fior della mia vita/il fior che non sfiorisce /è il fiore che non sfioro».
Il tema, si vede, è oscuro, controverso e soprattutto incredibile sino alla fine. Aperte molte interpretazioni. E sarà per questo che l’io narrante Knigthwolf prevede grande interesse: «una folla di fantasmi incuriositi/ starà pensosamente esaminando/ i pezzi di cerimonia/che abbiamo abbandonato dalla loro parte». L’autore Mari tra questi? In un travestimento e capovolgimento parodico di ruoli che coinvolge anche i protagonisti? Chi è veramente LadyHawke?

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