Prose Recensioni — 07 Luglio 2012
Su CLIC Donne 2000 (Luglio 2012), il giornale delle italiane in Germania
Le “Radici” di Gragnaniello nel maestoso corpo di una Napoli inedita
di Nadia Cavalera
Il docu-film “Radici” di Carlo Luglio, su e con Enzo Gragnaniello (uscito a ottobre 2011, per la società di produzione indipendente “I figli del Bronx”), di primo acchito, potrebbe sembrare una comune operazione pubblicitaria per rilanciare, in omaggio alla multimedialità, “Radice”, l’ultimo Cd audio (del gennaio 2011) del cantante partenopeo. Un suo supporto ed estensione, rimarcati dallo stesso titolo al plurale, e dall’avvio del “Mala Vista Social tour” che (dopo la partecipazione alla 68^ Mostra Internazionale del Cinema di Venezia) presenta entrambi in varie tappe internazionali: Londra, Mosca, Parigi… Io l’ho visto a Francoforte sul Meno, l’8 maggio, nell’ambito del Festival della poesia europea, che quest’anno, per la passione del suo direttore artistico Marcella Continanza, presentava una sezione dedicata a “Cinema e poesia” (il 5 infatti era stato presentato il documentario “Poesia che mi guardi” di Marina Spada e dedicato a Antonia Pozzi, la poetessa suicidatasi a 26 anni).
Ma a fugare subito questa eventuale impressione intervengono poi i retroscena dei fatti, per i quali l’opera si configura invece come l’omaggio sincero del regista verso il cantautore, conosciuto pochi anni fa col video “L’erba cattiva” e considerato poi, con l’approfondimento della conoscenza, come il più viscerale, autentico e fuori dai canoni del sound mediterraneo che la canzone d’autore registri a Napoli, e che meglio la rappresenti nei suoi umori profondi e meno noti. Un interprete che, per lui, non è da meno di un  Leonard Cohen o Tom Waits, se non nella popolarità. Offuscata. Una preziosa risorsa musicale e poetica da mettere a fuoco dunque e da salvaguardare.
Di qui  la decisione di  Carlo Luglio di seguire tutte le fasi  della realizzazione di “Radice” (un album immediato, dal suono definito da Gragnaniello “sporco”, perché non raffinato per rendere meglio, in diretta, la forza delle vibrazioni) e intesserle in una trama composita, che predilige, nell’impianto narrativo del film, l’idea del viaggio, con richiami alla “Divina Commedia” tanto più evidenti quanto innocentemente giocosi.  La ripresa è così leggera che, lungi da qualsiasi parodia dissacrante del poema, vuole solo ribadirne l’alto valore e calarlo, per amore, in una contiguità fisico-antropologica.
E mentre Dante autore, a metà della sua vita, si fa personaggio e va alla ricerca della salvezza di sé e del genere umano, Gragnaniello artista, in anni avanzati, grazie allo sceneggiatore e regista Luglio, diventa attore e testimone della sua storia personale, impastata in quella della città, per averne piena contezza, e nella speranza che anche i suoi concittadini si riapproprino della loro  illustre identità smarrita e la difendano ad oltranza.
Il viaggio, come conoscenza e svelamento di sé in paso doble con la scoperta della Napoli ignorata,
si snoda (tra  dubbi, contestazioni, domande, collaborazioni, stupori, vaghezze), in rievocazioni dell’infanzia di Gragnaniello (a partire da lui scugnizzu di vico Cerriglio, nei quartieri spagnoli, che l’hanno visto nascere e da cui non si è mai allontanato) e delle sue esperienze salienti sino alla visione del protagonista, che, seduto sulla sabbia, davanti ad un’ampia distesa di mare, guarda il cielo sull’orizzonte, “a riveder le stelle”. Ad accompagnarlo, quale novello arguto Virgilio,  il percussionista Tony Cercola.
Le varie scene sono intervallate da immagini della città di ieri e di oggi, di superficie e sotterranea.
Ed ecco in un carosello, dal ritmo ora incalzante ora pacato, scorci di quartieri significativi; spezzoni di vecchi film; l’ampia suggestiva Solfatara nei campi Flegrei; il gruppo dei Sud Express (Franco del Prete, Piero Gallo e Francesco Iadicicco) e momenti esecutivi  nella sala d’incisione; monacielli recuperati, fantasmi e spiriti guida; la raffinata Casa Vanvitelliana sull’isola del Lago Fusaro; siparietti canori di altri autori; la traghettata in barca su acque profonde; luoghi millenari come la grotta di Seiano nel tufo della collina di Posillipo, la Piscina Mirabilis a Baia, il tempio di Mercurio a Bacoli e l’antro della Sibilla Cumana; la stessa profetessa impersonata da una cupa enigmatica Ida Di Benedetto.
Il tutto lungo la colonna sonora di Gragnaniello che canta il suo mondo poetico, dove predomina il tema dell’amore nonostante tutto, con rabbia, come aspirazione ad una felicità perduta e sempre agognata. Come purificazione di un mondo allo sbando, snaturato nelle migliori primordiali emozioni.
Un mix spazio temporale e musicale, che oscilla tra il realistico e l’onirico (con echi di Wim Wenders e Antonioni),  straordinario, da cui  risalta la grandezza di una terra e dei suoi figli, ben lontana dalle solite proposte mediatiche stereotipate, vuote, senza spessore culturale. Niente pizza, camorra e mandolino, conditi dal degrado di caterve di rifiuti  che invadono anche il sottosuolo.
Solo l’anima e il corpo di una Napoli augusta, sontuosa, misterica, nella cornice e nel dna di un notevole artista che ben può dirsi d’avanguardia, per il suo antagonismo al potere capitalistico, la sua attenzione verso i focolai di emarginazione, la sua tensione costante verso il miglioramento della realtà sociale della sua città, umiliata e mortificata nei secoli; per i suoi arrangiamenti musicali innovativi, attenti a captare sonorità ancestrali, insolite o solo rimosse dalla coscienza collettiva; per la sua voce che supera spesso l’articolazione di un preciso linguaggio geograficamente contestualizzato, per diventare pura phoné, allegoria di una volontà di riscatto millenaria.

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