Prose Recensioni — 24 Novembre 2013

Caterina di plastica
di Nadia Cavalera

su “Piripicchio ladro” di Giulia Licci

 

Ho l’insano sospetto che si aggiri nel leccese, pervasivo, in cielo in terra per ogni dove, un personaggio altolocato mezzo artista che ha la fissa di costruire ex novo cioè nihilo la biografia di qualcun altro, probabilmente una donna, impelagata con le parole, che ha fatto di lui il depositario delle sue aspirazioni frustrate a raggiungere nel suo campo le più alte vette.
L’Innominato fa questo per motivi ignoti, forse per adempiere ad una promessa, forse per tacitare oscuri sensi di colpa o forse e meglio per delirio di onnipotenza: beffarsi degli altri riducendoli a topi obbedienti al comando del suo piffero che, per dare il buon esempio, ha suonato per primo avviando un’ampia campagna di consensi. Tutti giù ad ubbidire zitti e muti.
E finché si trattasse di dare una mano, nel lecito, ad una persona amica, potrebbe anche comprendersi.
Senonché Costui per raggiungere il suo scopo pare non esiti a rubare versi altrui. Non si sa se per utilizzarli personalmente nell’agiografia posticcia o per metterli in bocca a chi, di plastica (inesistente), o altrimenti impedita (un talento morto) non ha voce.
Inganna tutti. Ma non Giulia Licci, anziana e autentica poetessa di Ruffano (Lecce), che con “Piripicchio Ladro” (Gr edizioni, 2013) lo denuncia elegantemente e audacemente tra le righe di una metafora santifica.
Nelle cinque poesie che compongono la silloge, in realtà la Licci narra momenti della vita di una tal Caterina, da piccola sino alla sua beatificazione, ma lo fa con tale sorniona ironia e iperbole irriverente, da lasciare intendere chiaramente che non è della vera Caterina da Siena che ci vuole parlare ma di un illecito processo di beatificazione in atto. Introduce infatti elementi e particolari tali da palesare senza ombra di dubbio il suo intento. A Licci non interessa la vicenda terrena di questa Caterina con le sue traversie, delusioni, liaisons pericolose e aspirazioni frustrate, ma per onestà vuole solo divulgare il furto di poesia di questo Soggetto che chiama Picchio (per la sua ostinazione incrollabile, una vera fissazione); soprannomina Piripicchio (nome per antonomasia di cantastorie nel Salento); lo dice operante sul colle (di Monticchio); lo indica come punto di riferimento e confessore di Caterina, che a lui ritorna («riprese il volo» fa pensare ad un precedente “round”), avendo l’”uscio aperto” (un rapporto compiacente?), ma fa lunga anticamera prima di incontrarlo sul «picco di Monticchio» e confessargli le sue speranze di riconciliazione generale, totale e di tensioni alte nei cieli. Negli ultimi versi della prima poesia Licci definisce apertamente il Picchio “ladro raro di più rari / nobilissimi valori/”. La Poesia appunto, di chi la pratica veramente e onestamente da sempre. Senza infingimenti, senza interposta persona.
E che il rovello di Giulia sia l’appropriazione indebita del patrimonio artistico altrui, è ribadito dai versi dell’ultima poesia dove Piripicchio, nella pifferata celestiale, di taglio del nastro iniziale, fa «un oboe in cielo / trasvolare rubacchiando /raggi al sole di Poesia».
Sole che la Licci degnamente mantiene alto e puro.

Da  Poetrydream il blog di Antonio Spagnuolo

 

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