Articoli Prose — 08 Mar 2013

23 aprile 1988

PER L’ABOLIZIONE DELL’8 MARZO, di Nadia Cavalera

Che in una società ancora decisamente ed abbondantemente maschile nella sua remota matrice culturale (sul perché sia così non sta a noi parlarne: moltissimi si sono già pronunciati, altri lo faranno ancora), ebbene che in una società così strutturata le donne nelle varie categorie si incontrino, discutano, programmino per rafforzare sempre più la loro presenza e interrogarsi sul loro essere felicemente differenti e come tali potenziali produttrici di altri valori e di altri modelli culturali (non oziosi certo ma indispensabili oggi ai fini della stessa specie cui apparteniamo); ebbene ciò è per me un fatto altamente positivo e sono contenta perciò di essere qui.

Ma sono tanto più contenta in quanto l’incontro non coincide con la festa della donna. Perché? Perché anch’io ritengo (come tante altre e me ne compiaccio) che la festa della donna abbia ormai fatto il suo tempo. All’inizio ci è parsa una vittoria, quand’era invece (e dobbiamo ammetterlo con rammarico) una sconfitta, la sigla di una sudditanza. Le feste vengono istituite dai potenti per i sottomessi e che il sottomesso le accetti equivale a sottoscrivere la propria condizione, tant’è che proprio la festa della donna si è sempre più configurata nel tempo come una valvola di sicurezza (penso anche al carnevale) con cui i cittadini si serie A, permettendo ed anzi favorendo (con squisite dilazioni temporali di più giorni sino ai folleggiamenti di un mese) lo sfogo delle iniziative per quelli di serie B, in realtà ne smorzano la carica dirompente, riaffermando così ulteriormente il loro predominio.

E se passi avanti sono stati finora fatti, questi non sono stati sanciti dalle feste delle mimose ( inutilmente saccheggiate: rispettiamole per carità), ma dalle donne che hanno vissuto l’8 marzo tutti i giorni, i minuti, i secondi della loro vita. La mia speranza a questo punto? Che proprio da questo autorevole convegno possa essere formulata una richiesta ufficiale per l’abolizione dell’8 marzo, una festività retrograda, pericolosa nella misura in cui frena per lo spicciolo appagamento, e offensiva. Offensiva sì in quanto ci riduce a livello delle sagre del maiale, del pesce o bene che ci vada dei fiori. Questo però senza mollare di un solo passo nella conquista di un posto adeguato e pari a quello dell’uomo, per quanto ovviamente la parità possa essere possibile, perché sappiamo che in natura è tutto splendidamente differente e il concetto di uguaglianza è solo una delle nostre produzioni culturali. Così che l’ideale permane l’essere uguali nella diversità.

Tornando comunque al discorso della festa, se proprio una ne vogliamo, proponiamo quella della specie umana. Ma sinceramente pensando a quanto sia stata aggressiva, distruttiva, compromettente del sano equilibrio con la natura la parte maschile, e remissiva permissiva compiacente, in fin dei conti corresponsabile la parte femminile con le conseguenze ambientali terribilmente preoccupanti sotto gli occhi di tutti, non so in verità con che coraggio ci si potrebbe celebrare. L’unica cosa è tacere sperando che forze nuove, utilizzando meglio il nostro sorprendente cervello (i limiti delle cui prestazioni sono legati a quelli di chi lo usa, come il computer ci insegna) possano rimediare quanto prima.

NOTA
Il 6 marzo scorso si è svolto a Bari la IV edizione del convegno nazionale “donne e poesia”, a cura dell’associazione culturale “Poeti la Vallisa”. Vi hanno partecipato, per recitals, interventi, dibattiti, puntualizzazioni sulla scrittura poetica femminile, presentazione di libri: Mariella Bettarini (Firenze), Nadia Cavalera (Brindisi), Gabriella Maletti (Firenze), Gilda Musa (Milano), Anna Panaccione (Roma), Adriana Scarpa (Treviso), Anna Santoliquido (Bari), Albarosa Sisca (Salerno), Maria Grazia Zamparini (Milano), Cinzia Zungolo (Potenza).

In quell’occasione Nadia Cavalera ha lanciato una proposta che, pur esulando apparentemente dai temi dell’incontro, ne dovrebbe costituire in realtà un sostrato culturale. La riportiamo per offrirle ulteriore eco.

Da GHEMINGA, anno 1, n. 1, Aprile 1988

 

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