Poesie — 29 Novembre 2025

Bravissimi Massimo Pamio e Adam Vaccaro ad aver realizzato questa preziosa antologia che denuncia lo scempio di qualsiasi possibile dignità unana. Ora perché non cada nel vuoto i suoi partecipanti dovrebbero sostenerla e rilanciarla al massimo con presentazioni recensioni menzioni e coinvolgimenti vari. Poiché Gaza ancora muore di genocidio. E l’umanità sfoggia sempre la sua parte più putrida.

 

 

 

CONTRO L’ORDINE INGIUSTO: VOCI POETICHE E DIGNITÀ UMANA

di Nadia Cavalera

“Non nel nostro nome” (Edizioni Mondo Nuovo), a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro,  non è un’antologia “a tema”: è un atto. È la decisione di non lasciare che la lingua pubblica — quella dei comunicati, delle giustificazioni, dei distinguo, dei “forse” — continui a passare come innocente. Qui la poesia si mette in mezzo, non per decorare la storia, ma per contraddirla, per incrinare la sua superficie liscia. E lo fa nel punto più scoperto: la dignità.

Di che parla, dunque? Parla della disumanizzazione come tecnica moderna. Non solo delle bombe, ma dei dispositivi che rendono le bombe accettabili: l’abitudine, la neutralità, l’assuefazione, la parola addomesticata. La poesia, qui, registra che si uccide anche senza sparare. Qui la poesia arriva a una consapevolezza che sento mia e che, non a caso, ho formulato anche altrove: non si uccide solo col fuoco, ma togliendo il nome a chi soffre. È una verità che attraversa molti testi di questa raccolta: la violenza non è soltanto l’ordigno, ma il modo in cui viene raccontata, attenuata, normalizzata. Quando “difesa” significa sterminio, quando la parola diventa anestetico, siamo già dentro una grammatica criminale.

Per questo l’antologia insiste ossessivamente sul nome, sul corpo, sul dettaglio, contro la statistica e la nebulosa. Il reale è chiamato per intero, e spesso datato. In Stermini, Alessandro Fo porta Gaza nella stanza senza allegorie: “sbobba gialla distribuita a mestoli”, “Una bambina si dispera / perché per lei non è rimasto più niente”, e poi l’affondo che non lascia scampo: “dove non annienti con le bombe, / miri a cancellare con la fame”. Qui la poesia non si limita a “commuovere”: accusa, fa nomi, mostra la struttura del crimine (non l’eccezione, ma il metodo). Lidia Sella chiama in causa anche noi, spettatori confortati dal virtuale: “Il pubblico planetario, affacciato alla finestra del virtuale / scambia per finzione cinematografica / lo sterminio dei palestinesi”. È il vero cortocircuito del presente: vedere tutto e non sentire nulla, perché tutto viene consumato come immagine.

E tuttavia la raccolta non cade nella tentazione di ridurre il mondo a un’unica guerra. Gaza è il cuore atroce, ma la mappa è più ampia: l’ Ucraina di Luca Alvino (“Nel nostro cielo c’è la stessa luna” ), le migrazioni di Antonio Alleva (“Il rosario delle chiavi”, lasciate ai vicini per “quando si rincaserà / da tutte le migrazioni”), lavoro sfruttato e razzismo quotidiano come in Maria Attanasio (Tarek/Tano “Mort’ammazzato sempre nella serra”), donne e oppressioni (il “velo di sangue che uccide”), corpi ridotti a merce, e — sopra tutto — la logica economica che presiede al massacro. Qui l’antologia è chiarissima: la guerra non è un raptus, ma un sistema produttivo. Antonio Spagnuolo lo dice in forma di sentenza: “Forse la guerra ha un suo marchio: / una banca, un’arma, un fondo senza onore”. Mauro Macario, con un’immagine che fa ridere e subito gela, scrive degli “oligranchi” che “contano i cadaveri / più si accumulano / più cresce il reddito”. L’orrore diventa contabilità: è la modernità che ha perso pudore.

Come ne parla? Con una pluralità di registri, perché una sola voce non basta a reggere il peso. C’è invettiva, elegia, satira, cronaca, frammento, dialetto, preghiera laica. E questa pluralità non è semplice “varietà letteraria”: è strategia. Quando il potere si presenta con un’unica lingua (pulita, tecnocratica), la risposta deve essere policentrica, intermittente, imprevedibile.

La satira, per esempio, è usata come lama. Angelo Gaccione, rivolgendosi ai capi del mondo, rovescia l’ipocrisia in un paradosso feroce: “Preparate i vostri missili nucleari / metteteli in posizione di lancio / puntateli con precisione millimetrica. / È tempo di annientamento”. Non è apologia: è esposizione del non detto, è portare alla luce la logica ultima di chi governa con la guerra. Serena Piccoli spinge la caricatura fino alla blasfemia politica (“habemus papam signore delle guerre”, “AMEN / and god piss merica”) per mostrare la religione contemporanea del bellicismo e dell’industria, dove il sacro è marketing e il comando è spettacolo.

La cronaca poetica, invece, inchioda la materialità: Ferraresso definisce la guerra “una bara di errori / un fare e disfare le vite degli altri” e poi denuncia la carta, la burocrazia: “e firma carte zeppe di parole / che non hanno nemmeno il peso delle nuvole”. È una poetica anti-aerea: l’opposto delle dichiarazioni ufficiali, pesanti di nulla. Angela Passarello, nei suoi frammenti, mostra il calcolo: “intenzioni precisamente calcolate / radere al suolo ogni cosa”. Niente destino, niente fatalità: progettazione.

Poi c’è la linea più intima, necessaria, perché senza interiorità il dissenso diventa propaganda speculare. Candiani non fa discorsi: compie gesti. “Faccio piccoli gesti domestici / piccole cure che cuciano / i mondi silenziosi nascosti in tasca” e, nello stesso respiro, tiene “le guerre e le segrete paci”, “le frontiere di spalle murate”. È un’idea decisiva: il politico non abita solo le piazze, abita la quotidianità; o, meglio, se non abita la quotidianità, non regge. Marco Guzzi lo afferma esplicitamente: la vera opposizione a questo mondo nasce “dentro le grotte del proprio cuore”, perché “la violenza non è tanto una questione / di ideologie, ma di psicologie, e ancora più in profondità,/ di stati della mente, e cioè di quale spirito / animi le nostre idee. È una chiamata a non semplificare: la lotta esterna, se non si accompagna a un lavoro interno, produce nuovi violenti.

E allora: può questa poesia avere incidenza sul reale? Se per “incidenza” intendiamo l’immediato, l’effetto-martello, la risposta è nella stessa antologia: Vaccaro avverte che ogni parola rischia di essere “una patetica foglia / che il vento di questo distempo infame / sbatte dove non pensavi dove non avrai il/ tempo di capire dove sarai e che sera sarà”. Ambra Simeone è ancora più netta: “no le parole / non salvano come i medici, il cibo, i fucili non venduti”, e “il dito del cecchino è più forte del dito sulla tastiera”. Questo realismo è sano: impedisce alla poesia di farsi autocelebrazione.

Ma proprio perché non si illude, questa raccolta può incidere in tre modi concreti. Innanzitutto, incide sulla lingua. Se accettiamo che si può “uccidere con la grammatica”, allora la poesia diventa uno strumento di contro-linguaggio: rimette peso alle parole, restituisce i nomi, rifiuta e smonta gli eufemismi. È un atto politico in senso stretto: sottrae consenso alla propaganda.
Incide anche sulla memoria. Simone Sibilio ribalta il cinismo attribuito a Ben Gurion: “I vecchi moriranno: è certo. / Ma i giovani non dimenticheranno”. Un’antologia così lavora contro l’oblio organizzato, contro l’archiviazione morale. Produce “testimonianza” anche quando non è reportage: perché custodisce un rifiuto.
Incide soprattutto creando comunità di dissenso. “Non nel nostro nome” non è uno slogan estetico: è un confine etico. Tamburini lo ripete come formula di resistenza: “non a mio, non a nome nostro”. È un modo per sottrarsi alla complicità passiva, per dichiarare pubblicamente una separazione.

E cosa si potrebbe fare per incidere di più? La risposta è già nei testi: bisogna far uscire la poesia dalla stanza e dalle nicchie. Bisogna trasformare i versi in strumenti ripetibili, non come semplificazioni, ma come inneschi. Prendere frasi-nucleo — “Non si uccide solo col fuoco”, “la guerra è una cambiale”, “la dignità muore per sottrazione”, “dove non annienti con le bombe, miri a cancellare con la fame” — e portarli in letture pubbliche, scuole, circoli, luoghi del lavoro, piazze, reti sociali, accanto a gesti concreti: raccolte fondi, campagne, pressione sulle redazioni, contro-narrazioni locali. Non “poesia per poesia”, ma poesia come innesco di azione.

Infine, c’è una verità che attraversa tutto il libro: la dignità non è un sentimento; è una pratica. È ciò che resta quando la bellezza non salva. E infatti qui si dice senza illusioni: “La bellezza non ha salvato e mai salverà / nessuno”. Ma resta la parola, non come ornamento: come rifiuto di acconsentire. Non perché basti, non perché salvi, ma perché segna un confine. Perché la dignità si aggrappa al respiro di chi rifiuta l’ordine ingiusto, di chi non accetta la neutralità imposta, di chi scrive — e non acconsente.

Ecco l’incidenza possibile: non un miracolo, ma una resistenza. Una lingua che non firma. Una voce che non si presta. Una comunità che, almeno, può dire: non nel nostro nome.

 

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