Critica — 08 gennaio 2017

 

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Doveva essere l‘altro testo critico di “Casuals”, ma per una fatalità non è rientrato nella pubblicazione

CONTRO LA VANITA’ DELLE ATTUALI OSSESSIONI

di Ciro Vitiello

  • Si impone, preliminarmente, la necessità di affrontare una questione di carattere linguistico per impostare subito, motivatamente, le ragioni di un utilizzo di termini- a fondamento del presente discorso- quali occasioni, casual, tragico, gioco (ecc.). L’occasione indica, per l’etimo originario, un fatto o  un’opportunità che accade ad un individuo, il cui spirito, per tanto,  è sollecitato a sentire, a provare  e a raffigurare il sentimento in semantica immaginativa; è- in sostanza- la spinta alla creazione formativa. E la sua natura esprime, secondo Kierkegaard, “la transizione dalla sfera dell’idea a quella della realtà”, chiarendosi così che essa non è mero accidente esteriore, bensì intrinseca energia propositiva. E’, allora, merito del poeta se  sa cogliere tali avvenimenti. Pur se somigliante,  casual propriamente, secondo l’accezione vulgata, esprime una forma che il soggetto volontariamente privilegia giacché con essa evidenzia uno stile notabile. Nel campo di questi termini sono efferenti svariati valori, dall’ironia alla parodia al comico, con  prevalenza del tragico che si annida ovunque nella realtà al cui centro, per dirla con Pareyson, “non c’è il principio della contraddizione ma la contraddizione” medesima, con le infinite gioie e spine,  illusioni e finzioni, mutamenti e passioni (ecc). Perciò si appalesa una sorta vivace di ontologia conflittuale e persuasoria, di cui la saggezza del poeta denuncia le alienazioni, le devianze, le allucinazioni,  insomma costituisce una messa in accusa della società che nella mancanza di lucidità e di conoscenza si sta rivelando una mera vanità. Nella perpetua e costernante depressione di questa civiltà- morale, politica, sociale- il ludo trova il suo ruolo ideale, di monito e di sarcasmo. Il ludo nel  divertissement cela il senso tragico dell’essere.

 

  • Nadia Cavalera afferma che i componimenti di questo libretto “sono testi, quasi tutti, d’occasione, già pubblicati in antologia e siti”. E però a titolo predilige “Casuals” ritenendolo più appropriato, per la disposizione non cronologica, per distinguersi dall’abusato termine di “occasioni” e soprattutto per far aleggiare, nel richiamo dei vari movimenti dagli anni Ottanta, la sottocultura della controcultura.
    Siamo in un altro mondo,  navighiamo  in una liquida circolarità?  ci viene, allora, da domandarci: che senso ha il poeta? E’  utile alla società o è un povero illuso?  O meno che il mozzo di una ruota? Cavalera con tono sarcastico, quasi di compiacente commiserazione,  smaschera l’inutilità del poeta il quale è “un innocuo che gioca col fuoco/ ma non cambia niente/ lascia tutto uguale/ immantinente” (echeggia, qui, dalla lontananza,  la palazzeschiana immagine dell’incendiario). Davvero la poesia è fallita, finita? O ha mutato aspetto, funzione e fine? In verità il mondo borghese e finanziario, un tempo asse portante dell’alta società, oggi è culturalmente deviato e degradato,  quindi  del poeta non sa che farsene, semmai ha bisogno di un adulatore, di un vile mimo. Cavalera riporta in vita, a questo scopo, una figura antica in Meglio il giullare, sarcasticamente accentuata in virtù di una feroce performance: “Scrivere in nome di un potente/  dargli spessore di voce/ in servizio di maquillage permanente/ (: lifting mentale comportamentale per approvazione generale)/  fortemente condizionante/ (: Autopromozione marchetta umiliante) /non puoi sgarrare/solo leccalecca leccare”: è da sottolineare, qui, la rimarcata violenza di tratti semantici, una costante nella scrittura cavaleriana, quali “maquillage permanente”, “lifting mentale”, “marchetta umiliante”, “leccalecca leccare”. In una immediatezza di formazione Cavalera  introietta in sé lo spirito del mimico e, con la lucidità di efferata irruenza, attacca, aggredisce, denuncia, disintegra sistemi degeneri e fondi di ipocrisia, di viltà, di inganni. Talché si trasfigura, si dissemina nella realtà, si incarna nelle cose, negli oggetti, oscilla tra persona e personaggi, si presenta nei processi delle azioni, sempre- tuttavia- governando le parole da una distanza apparentemente glaciale ma intimamente appassionata  in una sistematica di scritture ribelli ed irregolari. Nadia Cavalera sta sul margine delle visioni, perciò ne può modulare i ritmi, soppesare i termini, utilizzare sintagmi che sono duri e fanno male più di un sasso scagliato con forza. Ora si rispecchia nella sibilla cumana (“fui vittima dell’amore d’Apollo/ che mi donò regalo amaro”, “fui decrepita giovinezza/ brezza di pura coerenza/ e cicale senz’ala in gabbietta”), ora  ansima all’azione (“Eliminiamo il parlamento lallamento tout court//A che serve dimmi tu a che serve dimmi tu scupidù”), ora denuncia comportamenti viziosi del mondo di Facebook, spesso sotto la sua lente d’ingrandimento (“Mi voglio abbuffare con la pesca d’una rete a strascico ampio”, “Per me seghe seriali con avanzi coniugali/ e il risparmio ogni tanto di andare a puttane”), ora dà voce al dolore delle donne colpite dal femminicidio, cui sono dedicati tutti i “Landai targati” per via dei riferimenti precisi ai luoghi interessati : “Sono Marta stuprata filmata/ giuro puro che non me la sono cercata”), ora è osservatrice, appassionata ma incredula della tragedia di Lampedusa(“Non lo sapevo perché il mare/muggisse così quella notte/ nell’albergo sugli scogli/ a Selinunte/ Ora lo so/ Erano le urla strazianti dei migranti/ che ci tendevano supplici le mani”): esterna disgusto per taluni viscidi soggetti immorali scoperti nei social network (“Posso capire l’emozione/scoppiata da una reale frequentazione/ma mi viene la nausea /per certi pippaioli di professione”), rabbrividisce, si sente stordita per la terribile coincidenza nello stesso giorno di avvenimenti sconvolgenti luoghi a lei molto vicini e cari (il terremoto in Emilia e l’attentato alla scuola di Brindisi): “Mi sento un pendolo suonato/ da due poli avvitato/strangolato”;  e pensando a tutti i bambini dell’Aquila coinvolti in una medesima situazione, palpita, per la loro esistenza distrutta e la rievoca(“avevo una città il mio parco giochi gli amici la bici/ e il mondo che mi girava intorno/ giocondo/ ora mi trascino tra loculi e tendopoli/ siamo tutti sradicati/ siamo tutti mondi soli”). Ma non tutto è perduto e così in “Sferza pece la bufera”, dopo l’evocazione del male imperante sulla Terra (“l’orizzonte è giurassico bisonte”) invita alla speranza , alla riscossa, al cambiamento, con un ritornello dal sapore di filastrocca che da un lato echeggia i lontani giochi infantili e dall’altro sembra rivelare che il gioco è il senso permanente della vita “ (: Tu dammi la mano in girotondo fantasvoliamo sul mondo che vogliamo/ Forse solo così ci arriviamo) ”. Lo spirito spinge la volontà a sfuggire a incalzanti automatismi nominali, che, fatti autonomi, darebbero senso alla dinamica della scrittura come prodotto di un semplice scatto preterintenzionale (è il pezzo di legno che denota la corrente e non la corrente che denota il pezzo di legno).
    Ma nella scrittura di Nadia Cavalera nulla è in realtà affidato al caso. Neppure nell’ambito del presunto gioco, persino feroce, dove, avendo come interlocutore, probabilmente, il potere politico che ha fatto dei cittadini “peso morto” augura, in richiami danteschi, una triste fine : “tutti giù  a terra/ ultima deiezione merda certa/ che con la coda a moda di ruota soda/ v’attorco tre volte tre il porco collo/ il capicollo e l’atollo/ del corpo molle”.
    Insomma a scrivere  è l’io pensante non la mimica  della coazione, come risulta chiaramente nel componimento Il genio : “Ci vogliono i fatti strafatti/ non contraddetti/ i referti reperti degli esperti/ i tracciati certi”. Ed è in questo testo che Cavalera mette in guardia che si aggira per il mondo “un sinistro figuro/ che nella claque di débacle/ sprofonda il poeta/ al ruolo medioevale/ di frivolo intrattenitore/ reo cicisbeo/ della dama del signore/ si finge eunuco/ ma è solo un plurieluso/ che tenta di mettere a lucro/ la recente scelta esistenziale/ per suscitare un interesse personale/ mai avuto”.
    Se il poeta deve ridursi a questo meglio allora (è la sua amara conclusione) il vecchio giullare.

 

  • In verità è nel processo della scrittura che vibra la provocazione di tipo ideologico e politico, nella quale la parola si presenta funzione “assoluta” (sciolta da connessioni) in quanto “ipsità” del proprio essere unicità di valore.  Alla formazione di  tale procedimento concorre l’automatismo del gioco: in questa complessione d’azione è presente il sentimento tragico (a volte comico). Ordunque il gioco (jeur de mots) è un evento o un risultato che ha in sé  lo scopo e la dimensione speculativa, implica esclusivamente il fatto e non il prodotto come modello del mondo.  Si deve a Gadamer la separazione del giocatore dal gioco onde per tale supremazia il giocare equivale a essere giocati, nozione che nel campo letterario privilegia, di necessità, l’opera sull’autore- visione che qui si cita come indice del comportamento  totalizzante del linguaggio in Casuals.  La parola tuttavia da sola è inerte, una scansione di lettere,  quindi esprime un’assenza. Eppure si proietta verso di noi e ci sollecita, noi diveniamo- quantunque estranei- sensibili e ci industriamo a fondare la realtà. E’ Heidegger a dirci che “il linguaggio parla, Ma come ci parla? Innanzitutto in una parola già detta. In ciò che è stato detto il parlare resta custodito”.  I due filosofi non si contraddicono ma si integrano. Appunto nel”parlare la parola” il lettore si identifica con il soggetto assente, e (ri)prova il senso del tragico. Cavalera è in sintonia con questo, se in La parola contr’aria  coscientemente afferma: “E’ lì nella lingua/ che s’annida il nemico di donne santi e incanti/ fritt’aria riccia e spiccia/ ci vuole inermi ubbidienti solerti/ tra gli sterpi certe serpi (ecc.)”; se in La pentola di parole con tono di ilare distanza afferma: “Alda grande pentola calda/ in continua ebollizione di parole/Basta sollevare appena il coperchio/e schiumano fuori da sole/ scivolano rivole pesanti o frivole/ ratto si compongono nel piatto”. Contemporaneamente in “Casché letale” paventa la triste fine del pianeta Terra, un martellamento, tra innocuo e rabbioso, in una litania laica e ossessiva: “Terra sistemico trittico corpo ellittico/ galleggiante lo spazio sovrastante/figlia del sole sua prediletta prole di cose e viole/ incanto santo biosfera ross’amaranto/perforata insaccata frantumata per un pugno di neri ori”.
    Non cede al puro gusto ludico nemmeno nell’unico acrostico della raccolta, dove ogni singola parola illustra un momento ed una sfaccettatura della vita della rivista “L’area di Broca”, che celebra un lungo anniversario: “Luce luma leader lob lazo love lata loca”…
    La congruità della significazione, anche sotto la veste ludica, evidenzia il senso tragico dell’esistenza ricordandoci che tutto è vano, della durata di un lampo.
    Ma, come il titolo della stessa poesia indica, c’è una strada da percorrere: la Resistenza. 

    Ciro Vitiello

 

 

 

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