Multimedia — 24 Ottobre 2025

In occasione dell’uscita del suo libro postumo, “L’ultima volontà di Dante esiste?”, un mio ritratto di Federico Sanguineti,  pubblicazione su Malacoda.
FEDERICO SANGUINETI. IL CORPO E IL CANONE DEL FUTURO

di Nadia Cavalera

«E non ho mai ascoltato una sola lezione in cui agli studenti sia stato consigliato o detto ‘sarebbe opportuno che’… o ‘se ne avrete voglia’… oppure ancora ‘se avrete la pazienza’…
Non mi era mai capitato fino a ieri di non sentire pronunciato almeno una volta il verbo ‘dovere’… di non assistere ad imposizione alcuna… meno che mai ricordo un professore che abbia cancellato alla lavagna con la sua sciarpa.
[È questo, scritto undici anni fa, l’unico e solo preciso ritratto col quale vorrei esser ricordato.]

I.Il gesto e la memoria

Con queste parole, scritte il 6 marzo 2025, venti giorni prima della sua morte, Federico Sanguineti ha consegnato il proprio ritratto definitivo: non un elenco di titoli o successi, ma un gesto minimo e luminoso — la sciarpa che, invece del cancellino, pulisce la lavagna.
È un gesto che contiene un mondo. La sciarpa è la cura, la dolcezza, la libertà: un modo di insegnare e di vivere che rifiuta l’imposizione e sceglie l’affetto. In quella semplice immagine, Sanguineti raccoglie il senso di un’intera vita di docente, poeta, filologo e cittadino del sapere: un uomo che non ha mai imposto il verbo “dovere”, ma ha aperto il verbo “volere”.

Questo autoritratto postumo vale più di qualsiasi biografia. Dice che Federico Sanguineti non voleva essere ricordato per la carriera accademica o per la genealogia familiare, ma per la sua umanità trasmessa attraverso il linguaggio. La parola, per lui, non era mai un’arma o un marchio di potere, ma uno strumento di avvicinamento: il mezzo attraverso cui ricucire la frattura tra chi sa e chi impara, tra il maschile e il femminile, tra il passato e il futuro.

Nel suo ultimo gesto simbolico, c’è anche la sintesi della sua idea di letteratura: la cultura non come dominio, ma come ospitalità.
L’insegnante che cancella con la sciarpa compie un atto poetico. Pulisce con ciò che riscalda: non con la rigidità di un attrezzo, ma con la morbidezza di ciò che appartiene al corpo. È l’esatto contrario della violenza patriarcale che egli ha denunciato nei suoi ultimi libri — quella violenza che nasce sempre da un sapere che pretende di “insegnare”, di “correggere”, di “spiegare” e di “imporre”.

Federico, invece, insegnava amando, e la sua filologia era una forma di compassione.
Così lo ricordano i suoi studenti, i colleghi, chi lo ha letto: un maestro che non ha mai separato la parola dall’esistenza, che sapeva dire Dante e vivere Dante, senza mai trasformarlo in monumento o dogma.

II. Il corpo del verso

Chi lo aveva incontrato attraverso 1–23, il libro di poesia pubblicato poco prima della malattia, aveva già intuito che in Federico il linguaggio non era più un territorio di dominio, ma un corpo vivente.
Quel libro, composto di ventitré componimenti numerati, è una lunga meditazione sulla perdita, sul dolore, sul padre, sulla morte, sulla sopravvivenza.
Lì il poeta non nasconde la fragilità, ma la espone come unica forma di verità.
Federico Sanguineti è stato uno dei rari autori italiani capaci di portare la filologia nel dolore: di tradurre in precisione formale ciò che è più disordinato, intimo, vulnerabile.

Se il padre Edoardo aveva fatto della lingua un laboratorio di avanguardia e di intelligenza critica, il figlio ne ha fatto un campo di riconciliazione, una cura attraverso la parola.
La differenza è sottile ma abissale: in Edoardo la poesia è una macchina pensante, in Federico è un respiro ferito.
Là dove il padre smonta il linguaggio per mostrarne l’inganno, il figlio lo attraversa per ritrovare l’essere.
Non c’è competizione, ma una tensione dialettica che ricorda quella tra i due Dante della Commedia: il viandante e il poeta, il corpo che soffre e l’intelletto che trasfigura.

Federico, come Dante, scende all’Inferno del proprio corpo e ne fa esperienza estetica.
Il dolore, nella sua scrittura, non è mai spettacolo, ma fonte di conoscenza.
“1–23”, più che il suo Rerum vulgarium fragmenta , è il suo De vulgari eloquentia, autobiografico: un trattato sulla lingua come sopravvivenza, scritto con la pelle e con l’anima.
E proprio per questo, nella sua poesia, la parola non è più neutra né astratta, ma sempre incarnata: come la sciarpa sulla lavagna.

III. Il filologo e il futuro

Ma sarebbe riduttivo pensare a Federico Sanguineti solo come poeta. La sua grandezza si compie nella filologia, che per lui è un atto etico e interpretativo, non solo tecnico: una forma di dialogo tra tempi, testi e lettori. Ne è testimonianza tutto il suo lavoro su Dante — dalle edizioni critiche per Garzanti e Il Melangolo alle indagini su Lorenzo il Magnifico e sulle oscenità linguistiche della Commedia —, confermato dal suo recente libro postumo L’ultima volontà di Dante esiste?.
Non è una domanda retorica, ma una provocazione metodologica: suggerisce che cercare un’unica versione definitiva di Dante è forse un’illusione, perché la Commedia vive nella sua storia, nelle sue varianti, nelle sue riscritture, nelle sue letture — oggi anche digitali.
Il suo non è mai stato mero esercizio erudito: dietro ogni verso, Sanguineti cercava un atto politico, un gesto di libertà, una scintilla umana.
Nel commentare Dante, trovava l’antidoto al dogma: il poeta che parla con una donna — Beatrice — e che nella voce femminile trova la guida verso la verità.
Questa intuizione — che Dante non è il padre della lingua, ma il figlio di una donna che lo conduce — è la chiave di tutta la sua ricerca.
Federico Sanguineti ha letto Dante come il primo anti-patriarca della nostra letteratura.
Da quella prospettiva, la sua opera critica si è fatta rivoluzionaria: riscrivere la storia letteraria non come una sfilata di padri, ma come un dialogo di voci.
Così, da dantista rigoroso, è diventato uno dei più coraggiosi fondatori di un canone paritario.
Per lui, la storia della letteratura italiana non è mai stata solo maschile: è stata resa tale da secoli di cancellazioni.
E la sua missione, negli ultimi anni, è stata proprio riempire quei vuoti — non per vendetta, ma per giustizia.

 IV.Per una nuova storia letteraria

Già con Per una nuova storia letteraria (Argolibri, 2022), Federico Sanguineti aveva aperto un varco che oggi riconosciamo come decisivo.
Quel libro, il primo della collana «Rosa fresca aulentissima», da lui diretta insieme a Sara Lorenzetti, è un manifesto e un laboratorio.
Lì nasce l’idea di una storia letteraria paritaria, non più fondata sul principio di esclusione, ma sulla reintegrazione delle voci dimenticate.
Il progetto era chiaro e radicale: ricostruire la genealogia culturale italiana come spazio comune, dove scrittrici e scrittori potessero coesistere in pari dignità.

Non si trattava solo di aggiungere nomi di donne ai manuali scolastici, ma di ripensare l’intero paradigma del sapere letterario.
Sanguineti, da vero filologo, andava alla radice del problema: la cancellazione femminile non è un incidente, ma una strategia del potere.
Dietro la costruzione del canone — da De Sanctis in poi — si cela una gerarchia simbolica che rispecchia la struttura patriarcale della società.
Ristabilire l’equilibrio, per lui, non era un gesto accademico: era un atto politico, una forma di liberazione.

Nel libro, il saggio Le donne nella storia letteraria si apre come una dichiarazione di guerra contro l’ideologia del “dovere” anche nella cultura.
“Pura ideologia è, alla luce dei fatti, la convenzionale divisione in epoche storiche”, scriveva, mostrando come la linearità del racconto letterario sia stata costruita a immagine della storia dei vincitori.
Rileggere Dante, Boccaccio, Petrarca attraverso la lente delle scrittrici e delle donne del loro tempo significava decolonizzare la lingua.
Non più il mito dell’autore solitario, ma una costellazione di voci intrecciate.
Non più l’idea di “capolavoro”, ma quella di “condivisione”.

La critica di Federico non nasceva dal risentimento, ma da un senso profondo di responsabilità storica.
Rileggere le scrittrici non era un atto di “riparazione”, ma un passo necessario verso una nuova verità del linguaggio.
Ecco perché la sua filologia non era mai neutrale: era un’etica del ricordo, un tentativo di rendere giustizia alle voci messe a tacere.

V. La storia letteraria del futuro

Con La storia letteraria del futuro (Edizioni Dell’Orso, 2024), Federico Sanguineti ha trasformato quella intuizione in visione.
Il libro, pubblicato pochi mesi prima della sua morte, è il suo testamento intellettuale, la summa del suo percorso umano e scientifico.
Nelle prime pagine, egli scrive:

“Gli esseri umani hanno bisogno di immaginare un futuro luminoso per trovare significato nel presente. Tuttavia, il futuro appartiene più al regno della fantasia che a quello della realtà, poiché non è stato ancora vissuto.”

In queste parole c’è l’eco di Dante e di Gramsci insieme: la speranza come forma di conoscenza.
Ma la vera rivoluzione del libro è altrove — nell’idea che una nuova storia letteraria “non più maschilista” sia non solo possibile, ma urgente.
È una “storia del futuro” perché mette in dialogo scrittrici e scrittori di ogni tempo, riconoscendo che la cultura non può esistere finché una metà dell’umanità è espulsa dal racconto.

Federico compone una vera e propria contro-storia del canone:
dal Trecento di Cristina da Pizzano, «prima scrittrice italiana paladina femminile», al Seicento di Moderata Fonte, dal Settecento di Luisa Bergalli all’Ottocento di Fortunata Sulgher e Guacci Nobile, fino al Novecento delle poetesse scoperte e tradotte anche in Cina (ad opera di Chen Ying della Sichuan International Studies University di Chongqing).

Non è un elenco di nomi, ma un atlante affettivo, una mappa di libertà.
Le sue pagine dedicate a Isotta Nogarola e Laura Cereta risuonano come atti di giustizia storica: “Il peccato originale era colpa di Adamo, non di Eva.”
In quella frase, che riprende l’ironia delle umaniste rinascimentali, Sanguineti rovescia secoli di retorica e riscrive il mito della colpa in chiave umana e politica.

Nella sua prospettiva, la letteratura è sempre una forma di liberazione collettiva.
Come Joyce Lussu in Padre, padrone, padreterno, egli vede nella famiglia patriarcale il microcosmo del dominio sociale.
Il canone, per lui, è l’equivalente simbolico di quella famiglia: una costruzione che decide chi può parlare e chi no.
Smontarlo, allora, non è un atto estetico, ma un gesto di disobbedienza etica.

Eppure, La storia letteraria del futuro non è un libro arrabbiato.
È un libro luminoso, pieno di amore per la conoscenza e per le donne che l’hanno incarnata.
La sua voce, limpida e accogliente, non accusa: invita.
Scrive:

“Le maggiori scrittrici e i maggiori scrittori di ogni tempo possano felicemente convivere insieme.”

In quel “felicemente” si riconosce tutto Sanguineti.
Non la rivendicazione, ma la gioia della parità, la convinzione che il sapere, quando è condiviso, diventa un bene comune.

VI. L’uomo libero

Chi ha conosciuto Federico Sanguineti di persona, o anche solo attraverso le sue lezioni, sa che dietro il rigore del filologo si nascondeva una leggerezza quasi infantile.
Non la superficialità, ma la leggerezza di chi non ha paura di spogliarsi dell’autorità.
Era, come ha scritto Rosaria Lo Russo, “un uomo davvero libero”: libero dalle mode, dai conformismi, dai linguaggi istituzionali.
Ma soprattutto libero dal verbo “dovere, che egli considerava la radice linguistica di ogni oppressione.

Il suo ultimo post, quello della sciarpa sulla lavagna, non è un vezzo sentimentale: è una teoria pedagogica incarnata.
In quell’immagine si riassume tutto ciò che ha insegnato: che la conoscenza non è trasmissione verticale, ma circolazione affettiva; che non si educa imponendo, ma contagiando il desiderio di capire.
Federico cancellava con la sciarpa perché sapeva che ogni parola lascia tracce di calore: anche il silenzio può essere lezione.

Lui, che aveva attraversato l’accademia con la lucidità del dantista e la delicatezza del poeta, non ha mai separato la vita dal pensiero.
La filologia, per lui, non era un mestiere, ma una forma di amore — verso i testi, verso le persone, verso la verità nascosta dietro le parole.
La sua era una filologia del cuore, che non rinuncia alla precisione ma la sublima in empatia.

VII. Il lascito: una filologia dell’eguaglianza

Con La storia letteraria del futuro, Federico ha compiuto ciò che molti sognano e pochi riescono a fare: ha restituito alla cultura la sua dimensione etica.
Ha mostrato che non può esserci critica senza giustizia, né canone senza compassione.
Ha portato la filologia fuori dalle aule e l’ha fatta entrare nella vita, facendone uno strumento di democrazia linguistica.
Come Dante nel Paradiso, Sanguineti ha tentato di riscrivere la storia “dal punto di vista della luce”: una luce che non acceca, ma illumina gli invisibili.

Il suo pensiero attraversa secoli di patriarcato per approdare a una visione nuova: la coabitazione felice delle differenze.
In un tempo in cui la cultura tende ancora a dividersi per gerarchie, lui ha immaginato un futuro in cui la letteratura è il luogo dell’incontro, non della selezione.
Nel suo canone del futuro, uomini e donne convivono come Siri Hustvedt e Paul Auster: nella reciprocità, non nella competizione.
È un sogno, certo, ma anche una direzione concreta.
Sanguineti sapeva che ogni cambiamento comincia nel linguaggio.
Cambiare il modo di dire “storia letteraria” significa cambiare la storia stessa.

Non è un caso che la sua riflessione si intrecci con quella di Joyce Lussu, Luisa Muraro, Ágnes Heller, e con il pensiero della SIL.
In tutte queste genealogie femminili, Federico riconosceva una verità non ancora detta: che la libertà di parola non si misura dalla quantità di voci, ma dalla qualità dell’ascolto.
E lui, più di molti, sapeva ascoltare.

VIII. La dolcezza della verità

Federico Sanguineti ci ha lasciato la lezione più difficile: che la cultura può essere dolce, senza perdere rigore; e che la verità può essere mite, senza perdere forza.
Il suo sorriso ironico, la sua calma pazienza, il suo amore per i testi più ostici (da Dante a Lorenzo il Magnifico, da Petrarca alle poetesse dimenticate) rivelano una coerenza profonda: credere nella conoscenza come forma di giustizia.

Chi oggi rilegge Per una nuova storia letteraria o La storia letteraria del futuro scopre che non si tratta solo di saggistica, ma di atti di fede laica.
Ogni pagina è un piccolo atto di resistenza al potere, un gesto di restituzione.
Federico non voleva riscrivere la storia per aggiungere qualcosa: voleva riaprire lo spazio del possibile.

E forse è proprio questa la sua grandezza: aver unito la precisione del filologo all’immaginazione del poeta, la disciplina dello studioso alla pietà dell’uomo.
Ha fatto ciò che nessuno, dopo Dante, aveva più osato fare: rimettere una donna al centro del cammino.
Non Beatrice questa volta, ma tutte le scrittrici escluse, tutte le voci cancellate, tutte le “sciarpe” che hanno asciugato il dolore della lingua.

IX.Epilogo

E per chiudere questo ritratto, una sola immagine, la stessa in apertura: Federico davanti a una lavagna, che cancella con la sciarpa ciò che ha appena scritto.
Non per negarlo, ma per lasciare spazio al prossimo segno.
In quel gesto c’è la sua idea di sapere: la conoscenza non come possesso, ma come apertura infinita.
E c’è anche la sua idea di giustizia: nessuna parola vale se non crea posto per un’altra.

Nel tempo che verrà, la Storia letteraria del futuro sarà ricordata come uno dei gesti più alti del pensiero italiano contemporaneo.
Un libro che unisce filologia, femminismo e poesia in un unico respiro; un libro che parla non del passato, ma del destino.

E allora sì, caro Federico, ti ricordiamo come volevi tu:
non come professore o figlio, ma come colui che ha cancellato con la sciarpa —
per insegnarci che la conoscenza, come l’amore, non si impone, si offre.

 

 

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