Blog Multimedia — 18 Settembre 2025
«Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si farà con pietre e bastoni».
La frase di Einstein taglia il presente come una lama. Non è soltanto profezia: è una lente per leggere il mondo. Quando la modernità si scopre senza freni — con leader che tradiscono qualsiasi morale, con decisioni che cancellano vite e paesaggi — la mente torna, per contrappeso, alle origini. Di un continente che muore se ne cercano gli albori. Sarà per questo che ho sentito non più procrastinabile la visita ai parchi archeologici della Valcamonica, capitale dell’arte rupestre (e primo sito Unesco in Italia, nel 1979). Ce l’ho fatta con Luine, a Darfo Boario, ma mi è stato impossibile visitare, a Capo di Ponte, quello più grande di Naquane, raggiunto in un giorno di chiusura che coinvolgeva anche il masso di Cemmo. In compenso però, sempre a Capo di Ponte, ho potuto scorrazzare in quello recente (2005) di cui non sapevo nulla, di Seradina-Bedolina. A caccia dell’arte rupestre dei Camuni, delle loro pietre, dalle incisioni spesso sfuggenti, quasi inesistenti, tutte da immaginare, ricreare. In un paesaggio di verde pace. Una nicchia naturalistica tra castagneti, sambuchi, frassini, aceri e qualche fico e opuntia. Anche un salice su una pozza di laghetto.
La Valcamonica è una conca chiusa nelle Alpi centro-orientali lombarde: a sud il lago d’Iseo, ai lati queste alte montagne, a nord pochissimi varchi praticabili se non quando la neve lo permette. Per millenni questa condizione topografica isolò i suoi abitanti — non li rese muti, ma li obbligò a una voce singolare. L’isolamento fu il grembo della loro originalità: non la povertà di uno scambio, ma la possibilità di una grammatica propria, di una scrittura rupestre che attraversa ottomila anni e parla direttamente al cuore dell’Europa che sarebbe venuta dopo.
I Camuni non hanno lasciato libri di papiro o grandi architetture di pietra sollevate a memoria degli dèi. Hanno inciso. Hanno graffiato il cuore della valle con segni che assomigliano a preghiere, a elenchi, a mappe, a gesti di guerra e a gesti di pietà. Oltre trecentomila figure — numeri che stordiscono — che si succedono dal Mesolitico al Ferro. È un archivio a cielo aperto, stratificato come la geologia stessa della valle: ogni epoca sovrappone, corregge, dialoga con la precedente. Un palinsesto di mani e macine, di lance e aratri, di danze e processioni votive.
Il Parco di Luine, considerata la collina sacra, a Darfo Boario Terme, non è un luogo spettacolare nel senso turistico del termine. È una collina che domina la confluenza tra il torrente Dezzo e il fiume Oglio. Ma già questa posizione dice molto: un punto di controllo, un balcone naturale, una vedetta che nei millenni ha visto transitare uomini e animali, cacce e battaglie, scambi e riti.
Qui, su poco più di cento rocce, si affollano circa ventimila immagini incise, dal Mesolitico fino all’età del Ferro. Un arco di tempo che va dai cacciatori-raccoglitori del decimo millennio a.C. ai villaggi fortificati prima della romanizzazione. Come se la collina fosse stata il diario collettivo di generazioni e generazioni: ognuna lasciava il proprio segno, a volte sovrapponendolo al precedente, come fanno oggi i graffiti urbani.
Le figure raccontano un popolo che, pur isolato dalla conformazione geografica della valle, non era chiuso: sapeva osservare, ricordare, trasformare. Dapprima sono gli animali ad occupare lo spazio: cervi giganteschi, alci, stambecchi. Poi compaiono aratri, simboli solari, scene di sacrificio. Infine, con il Calcolitico e l’età del Ferro, ecco i guerrieri: armati, danzanti, vittoriosi o caduti.
Ma il fascino di Luine non è solo nel contenuto delle incisioni, bensì nella loro persistenza. Quelle figure sono ancora lì, nonostante il vento, la pioggia, i licheni. Più deboli forse, ma testarde. Come se le pietre avessero fatto voto di resistenza: “sopravviveremo più di voi”.
Mi sono sorpresa a pensare che forse Einstein aveva ragione: se l’umanità dovesse autodistruggersi con le proprie armi sofisticate, resteranno queste rocce a testimoniare il nostro inizio. Non i computer, non i satelliti, non gli algoritmi: ma cervi, aratri e pugnali incisi nella pietra. Pietre e bastoni, appunto.
Passando al Parco di Seradina-Bedolina, situato a Capo di Ponte, sul lato opposto di Naquane, il paesaggio si apre, le rocce affiorano tra i terrazzamenti, e l’occhio corre tra il Pizzo Badile Camuno e la Concarena. È un teatro naturale che sembra fatto apposta per accogliere le incisioni.
Il parco custodisce oltre 170 rocce incise, con decine di migliaia di figure databili tra il Neolitico e l’età del Ferro. Ma non è solo la quantità a sorprendere: è la qualità narrativa. A Seradina, sulla Roccia 12, si rincorrono cervi inseguiti da arcieri, scene di villaggio, arature. Sulla Roccia 21 si vedono duelli e danze. È come se un’intera epopea fosse stata raccontata a puntate, tavola dopo tavola, per secoli.
E poi c’è la celebre Mappa di Bedolina: una raffigurazione topografica dell’età del Ferro, che molti considerano la più antica “carta geografica” d’Europa. Case, campi, sentieri: un paesaggio inciso con precisione sorprendente. Un atto che tradisce non solo il bisogno di orientarsi, ma la volontà di possedere simbolicamente il territorio. Disegnare è un modo di prendere: la mappa non è solo strumento, è dichiarazione di possesso.
Anche qui presente, la rosa camuna, divenuta nel 1975 simbolo della Lombardia. A me sembra più una farfalla, la consapevolezza della brevità della vita, ma per tutti è un fiore di pietra che sboccia eterno, mentre i fiori veri appassiscono a ogni stagione.
Sì, le rocce parlano ancora. Non con la chiarezza che vorremmo — i significati sono spesso ambigui, plurali, contraddittori — ma con una forza che nessun documento scritto possiede. Perché sono immagini scolpite all’aria aperta, esposte a chiunque passasse. Non libri per pochi, ma messaggi collettivi.
C’è un paradosso che mi colpisce: mentre oggi siamo sommersi da parole e immagini digitali che evaporano in un istante, qui le immagini sono durevoli, scolpite con colpi di martello e scalpello, levigate per resistere. L’uomo antico lavorava per l’eternità, noi per l’effimero.
E forse è proprio questa la lezione più inquietante: le incisioni ci parlano di una lunga durata, di un pensiero che voleva sedimentarsi, stratificarsi. Noi, invece, costruiamo sull’instabile, e rischiamo di distruggerci con la stessa velocità con cui inviamo un messaggio sul telefonino.
Una visita questa che non si poteva più rimandare. Perché siamo in un tempo in cui il presente vacilla, il futuro spaventa, e allora l’unica via è risalire all’inizio. Ripensarsi. Non per nostalgia, ma per riconoscere ciò che resta essenziale.
Le incisioni rupestri ci dicono che l’uomo è sempre stato lo stesso: capace di preghiera e di violenza, di coltivare e di distruggere, di danzare e di uccidere. I valori che crediamo traditi oggi erano già lì, nella loro nudità. Forse non siamo peggiorati: siamo rimasti uguali. È la pietra a ricordarcelo, con la sua indifferente durezza.
Einstein aveva previsto le pietre e i bastoni dopo la catastrofe. E io, guardando quelle pietre incise, ho avuto la sensazione che il ciclo sia già scritto: la fine ci riporterà all’inizio, e l’inizio non sarà altro che pietra, di nuovo.
Visitare questi luoghi non è stato un atto turistico. È stato un atto quasi rituale. Ferma davanti alle rocce, ho lasciato che le figure mi guardassero. Ho lasciato che ci confrontassimo. E ho capito che in quelle linee, in quelle curve, spesso sfuggenti, in quei colpi ripetuti c’era non solo la memoria di un popolo antico, ma anche un forte avvertimento. A noi coglierlo ed ascoltarlo.
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