Blog Multimedia — 11 Agosto 2025
L’articolo dell’esperto in geopolitica Lucio Caracciolo, pubblicato il 28 luglio su Repubblica (col titolo “La mia idea sullo Stato palestinese”) colpisce per la sua durezza contro l’ipocrisia occidentale e per la condanna dell’azione israeliana a Gaza. Tuttavia, dietro la retorica di denuncia, esso contiene una proposta — l’evacuazione di gran parte della popolazione gaziana verso altri Paesi — che, pur mascherata da umanitarismo, si inserisce nella stessa logica di pulizia etnica perseguita dal governo Netanyahu.
Quindi la sua idea, analizzata punto per punto, dimostra come, lungi dall’essere illuminante e risolutiva come si sperava, finisca invece per indebolire, e non rafforzare, la prospettiva di liberazione e autodeterminazione del popolo palestinese.
1. L’illusione del “due Stati” e l’assenza di un’alternativa reale
Caracciolo respinge il mantra “due popoli, due Stati” come vuoto e ipocrita, rilevando che Israele sta distruggendo il popolo che dovrebbe convivere con lui. Questa critica è condivisibile: la soluzione dei due Stati, nelle condizioni attuali di occupazione e colonizzazione, è inapplicabile.
Ma il testo non propone alcuna alternativa politica coerente: non si parla di uno Stato unico binazionale con pari diritti, di decolonizzazione, di smantellamento delle colonie, né di diritto al ritorno dei rifugiati. L’effetto è che, rimosso il “due Stati”, resta solo il vuoto politico — terreno ideale per l’affermazione di soluzioni unilaterali imposte da Israele.
2. Simmetria ingannevole e rimozione del contesto coloniale
Caracciolo descrive il conflitto come “meccanico” e “inumano”, alimentato da “fanatismi irreligiosi” su entrambi i lati. Questa formulazione produce una falsa simmetria:
• da una parte c’è un colonizzatore, Israele, con pieno controllo militare, economico e politico;
• dall’altra un popolo colonizzato, privato della sovranità e sottoposto a occupazione, assedio e apartheid.
Mettere sullo stesso piano queste due realtà oscura le responsabilità strutturali e riduce il conflitto a “odio reciproco”, impedendo di riconoscere la natura di lungo periodo del progetto sionista come colonialismo di insediamento.
3. L’evacuazione come nuova Nakba
Il passaggio centrale dell’articolo — “contribuire a evacuarne il più possibile” — è la vera frattura con la prospettiva palestinese di liberazione.
• Qualsiasi trasferimento di massa dei palestinesi fuori dalla loro terra, anche temporaneo, ha storicamente significato esilio permanente: dalla Nakba del 1948 alla Nakba del 1967, i rifugiati raramente hanno potuto fare ritorno.
• Presentare questa opzione come “salvataggio umanitario” riproduce esattamente la strategia israeliana di svuotamento di Gaza, rendendo il territorio più facile da annettere e colonizzare.
• Una simile proposta contraddice il principio sancito dalla Risoluzione ONU 194 del 1948, che riconosce il diritto inalienabile dei rifugiati palestinesi a tornare nelle proprie case.
4. L’assenza del diritto internazionale e del diritto al ritorno
Caracciolo denuncia il massacro ma non richiama mai esplicitamente:
• le Convenzioni di Ginevra;
• le risoluzioni ONU che condannano la colonizzazione;
• il diritto al ritorno;
• il divieto di trasferimenti forzati di popolazione.
Questa omissione non è neutra: priva il discorso di una cornice legale internazionale, lasciando spazio a soluzioni “pragmatiche” che, nella pratica, normalizzano la violazione di questi diritti.
5. Il pericolo del “modello Herzl” applicato ai palestinesi
Il richiamo al “Piano Uganda” di Herzl e all’ipotesi Andreotti di reinsediare i palestinesi in altri Paesi è profondamente problematico.
• Il sionismo nacque come progetto coloniale per insediare un popolo in un territorio già abitato da un altro.
• Applicare oggi lo stesso schema ai palestinesi significa accettare la logica della sostituzione etnica, ovvero rispondere a una pulizia etnica con un’altra pulizia etnica mascherata da soluzione umanitaria.
6. Le conseguenze strategiche
Seguire la linea proposta da Caracciolo porterebbe a:
• un indebolimento definitivo della presenza palestinese a Gaza;
• il consolidamento dell’annessione israeliana di fatto della Striscia;
• la dispersione ulteriore della popolazione palestinese, con perdita di potere politico e capacità negoziale;
• un precedente pericoloso: la legittimazione di trasferimenti forzati “per motivi di sicurezza” in altri contesti.
7. Un’alternativa coerente e giusta
Una prospettiva realmente favorevole al popolo palestinese dovrebbe partire da alcuni punti non negoziabili:
1. Cessate il fuoco immediato e revoca dell’assedio e o ccupazione di Gaza.
2. Protezione internazionale della popolazione palestinese nei territori occupati.
3. Smantellamento delle colonie e fine dell’occupazione israeliana.
4. Diritto al ritorno per tutti i rifugiati palestinesi, come stabilito dalla Risoluzione ONU 194.
5. Soluzione politica basata sull’uguaglianza dei diritti: Stato unico binazionale o altra forma che garantisca pari diritti civili e politici a palestinesi e israeliani.
Ecco perché l’articolo di Caracciolo, pur partendo da un sincero rifiuto dell’ipocrisia occidentale e da una critica netta a Netanyahu, cede sul punto cruciale: accetta come inevitabile o persino auspicabile lo spostamento di massa dei palestinesi da Gaza. Questa non è una “via di salvezza”, ma un colpo mortale al diritto di un popolo di vivere nella propria terra. Tanto più doloroso in quanto inferto da chi si sperava su posizioni “altre”.
La difesa dei palestinesi non passa dall’evacuazione, ma dalla fine della loro condizione coloniale. Solo una soluzione che coniughi giustizia, diritto internazionale e autodeterminazione può essere considerata “la migliore” per il popolo palestinese.
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