CORTIGIANA, IO? — O della libertà delle parole
20 ottobre 2025
È curioso come, nel linguaggio maschile, certe parole al femminile si deformino, si sporchino, si carichino di sottintesi sessuali che al maschile non hanno.
Landini ha detto che la Meloni è una cortigiana alla corte di Trump, e subito si è scatenato il putiferio. “Cortigiana” è diventata sinonimo di “puttana”, e il dibattito si è chiuso lì — nel solito moralismo da retrobottega.
Eppure, “cortigiano” significa semplicemente “chi vive alla corte di”. Solo che, declinata al femminile, la parola precipita nel fango. Così funziona la lingua quando è forgiata da secoli di patriarcato: il maschile governa, il femminile serve o seduce.
A me è capitato qualcosa di simile.
Nel 2000, in un numero unico intitolato “Eco Galatea”, mi trovai — a mia insaputa — inserita tra i redattori, e nel sottotitolo che introduceva una mia poesia (dedicata a mia sorella Adriana), mi trovai definita “concittadina alla corte di Edoardo Sanguineti”. Mi seccai moltissimo.
Non perché non ammirassi Edoardo Sanguineti — lo stimavo moltissimo, lo amavo come si ama un maestro — ma perché quella formula, alla corte di, suonava male. Mi sembrò un tentativo di screditarmi con allusioni meschine, nel giro di chi le formulava, evidentemente, più abituali.
Non ero cortigiana di nessuno. Né in senso letterale né metaforico. Mi piaceva collaborare, discutere con lui, anche contraddirlo, suggerire per quanto potevo (la sua preparazione e memoria erano straordinarie). Volevo che restasse fedele alle sue prime posizioni, che rispolverasse l’antica verve per il bene della causa comune dell’avanguardia, che doveva essere sociale prima che estetica (che era quello che più contava per me e per il quale l’avevo contattato nel 1988), e non mi risparmiavo.
Mi sentivo, se mai, più realista del re, senza i poteri del re. Ma evidentemente, per chi scriveva quella nota, una donna vicino a un uomo noto doveva per forza starci “alla corte di” — e quindi sotto. O peggio: sottointesa. Meschinità patriarcale.
Eppure le cortigiane vere, quelle della storia, erano tutt’altro: libere, colte, intelligenti, ironiche.
Da Aspasia a Frine, da Fillide Melandroni — la musa di Caravaggio — fino a Teodora, divenuta imperatrice, sono state donne di potere e di parola.
Frequentavano filosofi e artisti, scrivevano, governavano, e quando i politici cercavano di sminuirle, li fulminavano con battute più salaci delle loro.
Erano donne che non si facevano mettere i piedi in testa.
E allora, se vogliamo essere precisi, Landini ha sbagliato solo perché ha attribuito un termine troppo nobile alla Meloni.
Perché la cortigiana, quella vera, ha carattere, cultura e libertà.
Non serve nessuno: sceglie chi ascoltare, e quando parlare. E non mi pare il suo caso: una “premier” succube totalmente ai voleri di Trump, prostrata ai suoi piedi.
Ecco il punto che chiude il cerchio:
se la lingua maschile sporca le parole femminili, noi dobbiamo riprendercele.
Io, oggi, posso dire serenamente: sì, sono stata alla corte di Edoardo Sanguineti — ma da pari, da libera.
E se “cortigiana” deve continuare a esistere, che torni al suo significato originario: donna di corte, ma della propria.
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