IL CASO UCRAINA – DALLA RIVOLUZIONE GUIDATA ALLA GUERRA PREPARATA
“Il problema della politica non è come iniziare una guerra, ma come finirla.”
(Henry Kissinger)
LA GUERRA CHE NON NASCE NEL 2022
L’invasione russa dell’Ucraina non è il punto d’inizio, ma l’esito di una lunga catena di errori, provocazioni e ingerenze.
Chi continua a raccontarla come l’improvviso delirio di Putin evita di guardare a trent’anni di politiche occidentali che hanno progressivamente trasformato un vicino di casa in un nemico necessario.
Dal 1991, anno della dissoluzione dell’Urss, la NATO ha avanzato verso est inglobando quattordici nuovi Stati, nonostante le promesse fatte a Gorbačëv che l’Alleanza non si sarebbe “spostata di un pollice” oltre la Germania unificata.
Ogni ampliamento è stato presentato come difensivo, ma agli occhi di Mosca significava l’esatto contrario: un accerchiamento strategico.
Nel 2012 l’Ucraina oscillava tra due corteggiatori: l’Unione Europea e la Russia. Bruxelles offriva un accordo di associazione e libero scambio che avrebbe fruttato appena 3 miliardi, imponendo in cambio “riforme” antisociali, tagli al bilancio e privatizzazioni in svendita.
Putin, invece, rilanciava con l’“Unione doganale euroasiatica”, garantendo 10 miliardi e un prestito di 15 a condizioni vantaggiose.
Quando Yanukovich, nel novembre 2013, rinviò la firma con l’Ue per rinegoziare clausole più eque, Bruxelles reagì con freddezza.
Mosca rispose riducendo il prezzo del gas del 35%. Sembrava una trattativa pragmatica. Ma qualcuno, a Washington, aveva già deciso che l’Ucraina non doveva restare neutrale.
Come ha ricordato Noam Chomsky, «l’unica soluzione perseguibile oggi è una neutralità in stile austriaco per l’Ucraina».
Ma questa possibilità fu sistematicamente sabotata.
EUROMAIDAN: IL GOLPE BIANCO-NERO
Dopo il Natale ortodosso del 2014, la piazza di Kiev divenne il teatro di una rivoluzione teleguidata.
Yanukovich, per placare gli animi, offrì un governo di unità nazionale ai leader dell’opposizione. Ma la piazza non cercava compromessi: cercava il sangue.
Il 6 febbraio venne pubblicata su YouTube una telefonata intercettata tra Victoria Nuland, vice segretaria di Stato americana, e l’ambasciatore Usa a Kiev, Geoffrey Pyatt.
I due discutevano con naturalezza del futuro governo ucraino, scegliendo ministri e premier.
«Meglio Yats, il nostro uomo», diceva la Nuland, riferendosi a Arsenij Jacenjuk. E aggiungeva: «Fuck the EU!» – “L’Europa si fotta”.
Il governo americano aveva investito, dichiarò poi la stessa Nuland, “cinque miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”.
Quel “futuro” significò la caduta del presidente eletto e l’ascesa di un governo disegnato a tavolino da Washington, con ministri del partito neonazista Svoboda accanto a tecnocrati amici della Nato.
A rivoluzione appena compiuta, Yanukovich fu costretto alla fuga; il Parlamento, in violazione della Costituzione, lo dichiarò decaduto e nominò presidente ad interim Oleksandr Turčynov.
La risposta delle regioni russofone fu la rivolta.
Crimea e Donbass si ribellarono, chiedendo autonomia e poi annessione alla Russia.
ODESSA: LA STRAGE RIMOSSA
Il 2 maggio 2014, a Odessa, la violenza divenne sterminio.
Gruppi ultranazionalisti pro-Maidan assalirono i manifestanti filorussi radunati nella piazza di Kulikovo, spingendoli a rifugiarsi nella Casa dei Sindacati e appiccando il fuoco all’edificio.
Quarantadue morti, molti bruciati vivi.
Per dieci anni, nessuna indagine seria.
Solo di recente, nel 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Ucraina per aver insabbiato le prove e protetto i responsabili.
Un verdetto tardivo, ma rivelatore: l’orrore non era un incidente, ma un metodo.
LA COSTRUZIONE DEL NEMICO
I governi filo-russi eletti democraticamente furono costantemente delegittimati o rovesciati.
Da Jacenjuk a Poroshenko, fino al prodotto mediatico Zelensky, il filo conduttore resta lo stesso: governi “amici” costruiti, sostenuti e usati da Washington.
Persino Kissinger, nel 2014, aveva avvertito: «Per la Russia l’Ucraina non può mai essere solo un Paese straniero. Trascinarla nel confronto Est-Ovest impedirà per decenni ogni cooperazione».
L’Occidente ha scelto di ignorarlo.
Victoria Nuland, George Soros, Joe e Hunter Biden — simboli diversi della stessa ingerenza — hanno fatto dell’Ucraina un laboratorio politico, economico e militare.
Come ha scritto Marco Travaglio, «l’Ucraina è diventata la colonia strategica perfetta, terreno di prova per l’industria bellica e per la diplomazia americana in declino».
L’EUROPA SONNAMBULA
Gli europei — scrive Alberto Negri — “non si accorgono neppure più dove stanno andando, o forse fanno finta di non saperlo: sono un po’ sonnambuli e un po’ sottomessi al loro destino.”
Hanno seguito l’agenda americano-israeliana dall’Est Europa al Medio Oriente, e ora ne pagano le conseguenze.
La loro disonestà è tale da pensare che la guerra in Ucraina sia cominciata il 24 febbraio 2022, e non quando, nel gennaio 2014, Victoria Nuland pronunciò il suo «Fuck the EU».
Da allora l’Unione Europea ha cessato di esistere come soggetto politico.
Ha preferito essere vassallo che interlocutore, sponsor di un conflitto di cui non comprende la posta in gioco.
Dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Palestina, la subalternità europea al complesso militare-industriale americano è stata costante; oggi si ripete in Ucraina e a Gaza, dove la stessa logica di “difesa” giustifica il massacro dei civili.
“Questa guerra — conclude Negri — è un cattivo affare anche per gli Stati Uniti, ma l’Europa continua a crederci. È l’agonia della politica estera comune, mai nata e già sepolta.”
ZELENSKY E LA SACRALITÀ TRADITA DELLA VITA
Oggi Zelensky invoca “rispetto per la vita umana”.
Ma con quale voce?
È lo stesso uomo che ha trasformato il suo popolo in un altare sacrificale, mandando generazioni a morire “per l’Europa”, tra elmetti regalati e promesse vuote.
Ha offerto la carne viva della sua nazione come barriera contro un gigante atomico, mentre gli alleati contavano i profitti e misuravano l’eroismo in miliardi.
Gli Stati Uniti e il Regno Unito, nella primavera del 2022, bloccarono ogni negoziato che potesse condurre a un cessate il fuoco.
Come ricordava Marco Travaglio, le opzioni erano quattro: due impossibili (la conquista totale da una parte o dall’altra), una disastrosa (la guerra perpetua modello Afghanistan) e una sola percorribile — il negoziato, con confini da stabilire, neutralità garantita e sicurezza condivisa.
Ma la via ragionevole fu scartata per salvare la faccia, non le vite.
Ora che la carne è stata dilaniata, il presidente-attore parla di compassione.
Ma la guerra non si vince contro la morte: la si vince impedendola.
Zelensky, eretto a simbolo della “resistenza democratica”, è diventato il sacerdote di una liturgia di sangue che perpetua la dipendenza ucraina e l’arroganza occidentale.
Come scriveva Kissinger, “il problema non è iniziare una guerra, ma come finirla”.
E nessuno, oggi, sembra volerla finire.
GAZA: LO STESSO COPIONE
Mentre l’Ucraina muore di gelo e di fango, Gaza muore di fuoco.
Le immagini cambiano, ma la regia è la stessa.
La stampa che glorificava Kiev come “resistenza democratica” sussurra oggi che “forse” a Gaza è in corso un genocidio.
L’ipocrisia è diventata linguaggio ufficiale.
Secondo Alberto Negri “la sottomissione europea al complesso militar-industriale israelo-americano è totale”.
Biden sposta le portaerei nel Mediterraneo, stanzia miliardi per Israele, e l’Europa lo segue travestendo la complicità da “pace giusta”.
La formula “due popoli, due Stati” è ormai un fantasma retorico, utile solo a nascondere l’allineamento automatico con chi bombarda.
Chiediamo a Putin di ritirarsi dai territori occupati, ma giustifichiamo l’occupazione israeliana del Libano, del Golan e della Cisgiordania.
Lo stesso doppio binario che ha distrutto ogni credibilità occidentale.
Così Gaza diventa lo specchio dell’Ucraina: due guerre diverse, una sola logica.
E l’Europa, che pretendeva di esportare democrazia, esporta soltanto la propria servitù.
L’UNICA RESISTENZA: LA PAROLA
L’Europa tace. Gli intellettuali tacciono. I governi obbediscono.
Ma la parola resta.
Scrivere, denunciare, ricordare — non per assolversi, ma per non essere complici.
Non metabolizzare l’orrore, non perdonare chi sapeva, non accettare la menzogna come destino.
Restare vigili.
È questo, oggi, il solo modo di non morire insieme all’Ucraina — e con lei all’idea di verità.
Perché il silenzio è la vera frontiera del dominio, e la parola l’ultimo gesto di libertà.
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