La vera non violenza è la sana (non quella sanguinaria manovrata dall’alto) lotta di classe
La vera non violenza è rispettare finalmente il proletariato, violentato per definizione nei secoli dei secoli, e sempre più vasto in quanto inglobante progressivamente il vecchio ceto medio, nella delineazione futura di due unici blocchi contrapposti.
Per fare questo non c’è che un modo: tenere vivo il concetto di un sano odio di classe, che (e persino i dizionari lo hanno già registrato) non ha niente a che fare con l’avversione personale (condannabilissima), ma vale solo come lucida coscienza di non essere dei privilegiati, chiara consapevolezza di appartenere alla categoria dei laboratores di medievale memoria, e si potrebbe andare ben oltre indietro (la gerarchia sociale degli oppressi non cambia).
Insomma alla categoria di chi col proprio lavoro malretribuito, frustrante e spesso usurante permette e sostiene al meglio chi ha il potere di condurre il gioco. Il proletariato “espanso” non può concedersi il lusso di obnubilamenti sociali, di confusioni di ruolo.
Deve quindi rispettare gli altri ma senza perdere mai di vista di perseguire i propri personali interessi, senza fare sconti di sorta e rafforzando mediazioni sindacali ormai ridotte a poco più che rincorse di poltrone e basta. E soprattutto deve evitare che frange deboli illuse sempre manovrate (che lo sappiano o no) indulgano ad azioni violente che gli si ritorcono solo contro.
Come il recente passato ben ha dimostrato. Come ben sapeva chi ha fomentato la strategia della tensione.
Se alla cosiddetta Sinistra sfugge tutto questo è proprio la fine.
Vivaddio che Edoardo Sanguineti abbia finalmente rispolverato il problema, già ben argomentato da Benjamin nelle “Tesi di Filosofia della storia”!
Le reazioni violente e ad ampio raggio, però, la dicono lunga sulla nostra condizione attuale: un grafico inequivocabile di grave impasse democratico.
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