L’Europa sotto tutela. Dalla resa del dopoguerra alla rovina militare e economica
6 Luglio 2025
di Nadia Cavalera
Questa contraddizione fondativa è esplosa oggi, nel pieno della guerra in Ucraina, quando l’Unione Europea si è ritrovata schierata, senza dibattito né resistenza, sulla linea di Washington. Non come mediatrice, ma come cassa di risonanza. Non come soggetto geopolitico, ma come campo di battaglia ideale. Non come potenza autonoma, ma come zona economica e militare subordinata. Il recente impegno a destinare il 5% del PIL alla difesa e agli standard NATO – una soglia che per molti Paesi, Italia in testa, si tradurrà in una bancarotta sociale – è il suggello finale di questa lunga sudditanza. Non una decisione condivisa: una capitolazione.
Una nascita americana
Le radici di questa subalternità sono storiche. Quando Alcide De Gasperi volò a Washington nel 1947, lo fece con il cappello in mano. I documenti diplomatici dell’epoca mostrano chiaramente che l’Italia, come gli altri Paesi dell’Europa occidentale, non disponeva della sovranità necessaria per una ricostruzione autonoma.
Il Piano Marshall fu sì un programma di aiuti economici, ma vincolati all’allineamento politico: nessun finanziamento senza adesione al modello liberal-democratico occidentale – cioè filoamericano e anticomunista. Le parole pronunciate da George Marshall a Harvard il 5 giugno 1947 furono inequivocabili: solo i Paesi disposti a “coordinare le loro economie in senso occidentale” avrebbero ricevuto assistenza.
La Dichiarazione Schuman del 1950, con cui si propose la creazione della CECA, fu salutata come un nuovo inizio. Ma, come ha scritto Perry Anderson, rappresentò in realtà l’accettazione dell’irrilevanza strategica dell’Europa in cambio della protezione Usa. Le istituzioni comunitarie nate nei decenni successivi (Ceca, Cee, Eurtom) e fuse infine nell’Unione Europea del 1993, sorsero tutte sotto l’ombrello dell’Alleanza Atlantica: una Nato che già dal 1949 aveva piantato le sue basi militari nei punti nevralgici del continente.
La Nato come gabbia permanente
Se la Nato nacque come strumento di contenimento dell’Urss, non è mai morta con essa. Il Patto di Varsavia, creato in risposta all’allargamento Nato alla Germania Ovest, fu sciolto nel 1991, assieme all’Unione Sovietica. Ma la Nato restò, si espanse, inglobò ex membri del Patto e fece della Russia – erede post-sovietica – un nemico sistemico da accerchiare. Ogni espansione dell’alleanza verso est è stata presentata come una misura difensiva, ma ha funzionato nei fatti come un’escalation permanente.
L’idea di ammettere l’Ucraina nella Nato è stata il punto di rottura. La Russia aveva da sempre considerato l’Ucraina una linea rossa invalicabile. Ma gli Stati Uniti – che già nel 2004 e poi nel 2014 avevano favorito cambi di regime a Kiev – hanno continuato a insistere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una guerra distruttiva, che ha spaccato l’Europa e impoverito il suo futuro.
Volodymyr Zelensky, inizialmente osteggiato anche da Trump (che nel 2019 arrivò a coinvolgerlo in uno scandalo telefonico preludio al proprio impeachment), è stato rapidamente trasformato nel volto eroico della libertà europea. Ma questa canonizzazione mediatica ha funzionato da copertura: ha evitato qualsiasi riflessione seria sul ruolo degli Stati Uniti nella crisi ucraina, trasformando un Paese martoriato in un laboratorio geopolitico e in una piattaforma per le esportazioni militari.
Non è un caso che, secondo il SIPRI Arms Transfers Database, tra il 2019 e il 2023 le esportazioni di armi Usa verso l’Europa siano aumentate del 45%. Il vantaggio è stato tutto americano: profitti miliardari per l’industria bellica, gas liquido venduto a caro prezzo, maggiore controllo strategico sul continente. L’Europa, dal canto suo, ha perso l’indipendenza energetica, ha distrutto le relazioni commerciali con la Russia, e ha rinunciato alla sua vocazione diplomatica.
Dal 2% al 5%: l’obbligo della rovina
Già nel 2018 Donald Trump aveva minacciato l’uscita dalla Nato se i membri europei non avessero aumentato la spesa militare al 2% del Pil. Ora si parla addirittura del 5%. Una soglia insostenibile, che in Paesi come l’Italia – già afflitti da crisi demografica, declino industriale e compressione del welfare – si tradurrà in un disastro. Tagli a sanità, scuola, trasporti; aumento del debito pubblico; rafforzamento di una struttura militare che non difende l’Europa, ma la espone. Il tutto in nome della deterrenza verso un nemico – la Russia – che l’Europa, se fosse davvero autonoma, avrebbe potuto trattare, invece che provocare.
La logica è sempre la stessa: trasformare i conflitti in guerre per procura. Gli Stati Uniti esportano la guerra e assorbono il profitto. L’Europa è teatro operativo, zona di sacrificio. Come durante la Guerra Fredda, quando era la prima linea di un possibile scontro atomico. Ma oggi non c’è più alcuna giustificazione ideologica: c’è solo la sottomissione economica e strategica a un alleato diventato padrone. Il Pentagono la chiama strategic depth, profondità strategica: significa che le guerre si combattono lontano dalla madrepatria. Ma il prezzo lo pagano altri.
Per una nuova sovranità europea
L’Europa non è una vittima innocente. È una complice consenziente. Ma può ancora invertire la rotta. La cosiddetta “autonomia strategica” non è un’utopia irrealizzabile: è una necessità storica. Non significa rompere con gli Stati Uniti, ma emanciparsi dal loro controllo. Significa tornare a essere una soggettività politica – non solo un mercato e una piattaforma militare integrata.
Per farlo servono tre cose: coraggio, volontà politica e memoria. Coraggio di disobbedire quando necessario. Volontà di costruire alternative – energetiche, industriali, diplomatiche. Memoria della propria genesi: un’Europa che nasce da una resa può ancora risorgere. Ma solo se ha il coraggio di riconoscere chi ha sempre tenuto, e tuttora tiene, le redini del gioco.
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