È tempo di smascherare l’autoassoluzione di Israele, belva nei panni di vittima
C’è modo e modo di camminare in casa d’altri. Si può bussare, entrare in punta di piedi, chiedere permesso, parlare a voce bassa. Oppure si può sfondare la porta, ribaltare i mobili, affacciarsi alla finestra proclamando che tutto ciò che si vede ora è proprio, eterno, sacro. Israele ha scelto la seconda strada.
In nome di un trauma immenso — la Shoah, l’esilio, la persecuzione millenaria — ha costruito uno Stato, ma su fondamenta rubate. Sì, rubate. Non c’è altra parola per designare ciò che avvenne e continua ad avvenire: un esproprio sistematico di terra, vita e identità ai danni del popolo palestinese. Una colonizzazione travestita da “diritto storico”, una presenza abusiva, arrogante e armata fino ai denti, che pretende legittimità appellandosi a un dolore reale, ma ormai brandito come scudo e arma.
Il mondo occidentale, troppo colpevole per parlare, troppo impaurito per distinguere, ha lasciato che Israele si erigesse non come rifugio, ma come fortezza. Una fortezza coloniale che, invece di dialogare, ha preteso di comandare. E ogni volta che un palestinese ha osato resistere, ha pagato con la vita o con l’umiliazione.
Hamas è il mostro perfetto: funziona come alibi. Ogni bambino di Gaza massacrato, ogni ospedale distrutto, ogni campo profughi raso al suolo viene giustificato con una parola magica: “Hamas”. Ma chi ha ridotto due milioni di esseri umani in una prigione a cielo aperto? Chi ha trasformato le città palestinesi in bantustan di miseria e recinti? Chi impedisce ogni forma di vita normale, ogni sogno, ogni futuro?
Hamas è il frutto marcio di una pianta velenosa: l’occupazione. Il terrorismo palestinese, condannabile in ogni sua forma, è figlio di una violenza coloniale molto più antica, molto più organizzata, molto più letale. È una reazione disperata — cieca, fanatica, suicida — a un sistema di dominio che non lascia vie d’uscita. Israele oggi non difende la propria esistenza: difende il proprio dominio. Un dominio che si estende con i bulldozer delle colonie, con i cecchini sui tetti, con le leggi che discriminano, con le bombe che cadono senza sosta. E lo fa con la complicità cieca e ipocrita degli Stati Uniti, che forniscono armi, veti all’ONU, copertura politica.
Israele ha compromesso la stabilità dell’intero Medio Oriente. Non è più l’“unica democrazia” della regione — se mai lo è stata — ma una potenza militare che produce destabilizzazione continua, con il rischio costante di un’escalation globale. Ogni casa abbattuta a Rafah è un terremoto che si propaga da Teheran a Beirut, da Damasco al Cairo.
E intanto, nel silenzio del mondo civile, una cultura viene cancellata: quella palestinese. Vengono rasi al suolo archivi, scuole, musei. Ogni traccia del diritto dei palestinesi a essere popolo, a essere soggetto storico, viene trattata come fastidiosa testimonianza da rimuovere. È una pulizia culturale, oltre che territoriale. Ciò che resta è un’ombra. Un popolo fantasma. E il mondo applaude la belva, perché ha saputo indossare il costume della vittima.
Ma l’arte — la vera arte, la vera parola — non dimentica. È nella poesia cucita a mano su un fazzoletto a Nablus. È nei quadri bruciati di Gaza. È nei nomi delle piante che non crescono più nei campi distrutti. È nei bambini che imparano parole antiche mentre attorno crollano i muri. E dice: qui c’era una casa, un giardino, una lingua. Qui vivevano uomini e donne. Qui non c’era Hamas, c’era solo un sogno.
Non si può più tacere. Israele non è solo una potenza occupante: è una minaccia per la giustizia globale. Non per ciò che è — uno Stato nato da una tragedia — ma per ciò che è diventato: un attore di devastazione e prepotenza, un ospite scomodo che ha scambiato l’ospitalità per possesso, la memoria per impunità.
È tempo di smascherare l’arte raffinata dell’autoassoluzione. Perché chi non riconosce la sofferenza che provoca, diventa lui stesso artefice di un nuovo crimine.
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