L’America scatena l’inferno sull’Iran. Poi si vanta per la fragile tregua
Gli Stati Uniti, come da copione, hanno scelto le bombe al posto del dialogo. Con la freddezza di chi ha trasformato la guerra in mestiere, hanno lanciato un attacco brutale contro tre siti nucleari iraniani: Fordow, Natanz, Esfahan. L’ennesima “operazione chirurgica” di un Paese che si autoassolve mentre devasta. Il presidente americano ha definito l’azione un “grande successo”, vantandosi di aver annientato i principali impianti di arricchimento dell’uranio. Ma quello che per lui è un successo militare, per il mondo è l’ennesimo crimine impunito.
Non c’è alcun dubbio: gli Stati Uniti non sono più (se mai lo sono stati) una nazione in cerca di pace, anche quando mostrano soddisfazione per la fragile tregua di dodici ore tra i raid israeliani e i missili iraniani. Hanno reso la guerra una costante necessaria della propria esistenza: Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Yemen, Palestina – non c’è conflitto recente che non porti la loro firma, il loro armamentario, il loro tornaconto. Il Pentagono è il vero pilastro dell’”american dream”, un sogno nutrito di incubi altrui.
Il patto scellerato
Dietro questa nuova aggressione c’è, neanche a dirlo, la lunga mano del regime israeliano, sempre pronto a spingere Washington nel gorgo delle sue vendette regionali. È il patto scellerato tra il fondamentalismo di Netanyahu e la furia imperiale americana a guidare le sorti del Medio Oriente. Gli Stati Uniti non solo non hanno mosso un dito per fermare il genocidio in corso a Gaza, ma ora spalleggiano Tel Aviv in un attacco diretto all’Iran, il principale avversario strategico dell’espansionismo israeliano.
Netanyahu ha ringraziato con fervore, come se a comandare a Washington fosse lui stesso. E forse è così: Israele detta, l’America obbedisce. La Casa Bianca non è che il megafono armato della lobby israeliana. Nessun rispetto per il diritto internazionale, nessuna pietà per i popoli. Solo calcoli geopolitici e apologia della forza.
Ipocrisia bipartisan e silenzi colpevoli
Mentre le bombe cadevano, metà del Congresso americano non sapeva nulla. Una parte – quella repubblicana – era stata informata, l’altra – quella democratica – tenuta all’oscuro. Così funziona la “democrazia” americana: segretezza, cinismo, strategia elettorale travestita da intervento umanitario. Gli alleati applaudono tiepidamente o balbettano richiami al dialogo. Le condanne internazionali si moltiplicano, ma nulla scalfisce l’arroganza bellica dell’Impero. Del resto, che cos’è il Consiglio di Sicurezza dell’ONU se non un teatro dove gli USA recitano da giudici e carnefici insieme?
L’Iran, colpito ma non ancora domato, avverte: l’aggressione avrà conseguenze. Ma a Washington non tremano. Hanno già pronte altre bombe, altri droni, altri missili Tomahawk. Hanno già scritto la sceneggiatura della prossima escalation.
Un mondo sull’orlo
La Russia tace o forse acconsente. La Cina osserva e prepara le sue mosse. La Turchia fiuta lo spiraglio per un proprio tornaconto. Gli equilibri globali vacillano e l’asse Usa-Israele, folle e onnipotente, traccia la rotta verso una nuova catastrofe mondiale. La guerra non è più un evento eccezionale, è la condizione permanente della politica americana.
E mentre i leader si abbracciano sulle macerie, nelle piazze del mondo si alzano le voci di chi chiede pace. La distanza fra l’impotenza delle coscienze e la potenza delle armi non è mai stata così lacerante.
Non è difesa dell’Occidente. Non è una risposta a una minaccia. È una guerra d’aggressione, orchestrata da un Paese che ha fatto della violenza il suo unico linguaggio e della menzogna la sua unica bandiera.
Quando la Storia presenterà il conto – perché lo farà – nessuno potrà dire: “Non sapevamo”. Lo sapevamo benissimo.
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