ADDIO A STEFANO BENNI, IL “LUPO” DELLA SATIRA CHE SEPPE RIDERE CONTRO LA GUERRA
Oggi, 9 settembre se n’è andato Stefano Benni, nato a Bologna nel 1947, scrittore, poeta, drammaturgo e giornalista che ha fatto dell’umorismo e della satira strumenti di conoscenza e di resistenza civile. Autore di numerosi romanzi ormai classici (tra cui “Bar Sport”, “Elianto”, “La compagnia dei celestini”, “Le Beatrici”, “Saltatempo”), tradotto in oltre trenta lingue, Benni è stato una voce inconfondibile della letteratura italiana, capace di fondere leggerezza e profondità, gioco linguistico e indignazione morale.
Lo si chiamava “Lupo della satira”, un soprannome che nasceva dal suo carattere appartato, da “lupo solitario” (che ululava, a suo dire, nella notte, in giro coi suoi sette cani), poco incline ai salotti letterari e ai premi (inutilmente ho cercato di assegnargli l’Alessandro Tassoni), e soprattutto dalla sua capacità di azzannare con l’ironia le menzogne del potere. Non era un’etichetta esclusiva — a Bologna altri artisti, da Guccini a Silver con Lupo Alberto, avevano un legame con quell’animale simbolico — ma nel caso di Benni il nome calzava bene, perché rappresentava insieme la sua ferocia satirica e la sua natura indipendente.
In più occasioni, come nel suo celebre testo del 2004 scritto contro la guerra in Iraq, Benni ha espresso una posizione pacifista radicale, ma tutt’altro che ingenua. Pacifista, perché rifiutava la violenza e denunciava la menzogna delle “armi di distruzione di massa”; critico, perché smascherava anche l’ipocrisia di chi si proclamava pacifista solo davanti alle telecamere; disincantato, perché sapeva che ogni guerra è diversa, ma che il pianeta che condividiamo è uno solo.
In questo, la sua voce resta attualissima: una lente di ingrandimento leggera e insieme tagliente, capace di trasformare l’indignazione in riso, la disperazione in favola, la rabbia in pensiero. Così ha parlato di Bonvi, il disegnatore modenese amico e “guerrafondaio-pacifista”, e così ha sempre parlato di sé: ironico, irregolare, profondamente umano.
Con la sua scomparsa perdiamo un poeta della satira, un narratore di mondi impossibili, un pacifista che non ha mai smesso di dubitare, un maestro di leggerezza che sapeva colpire al cuore del potere. Ma i suoi libri, i suoi personaggi e le sue invettive continueranno a farci ridere e pensare, ricordandoci che l’umorismo, come scriveva lui stesso, “è un mistero nato in montagna”: forse il mistero più serio di tutti.
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