GABRIELE D’ANNUNZIO: UNA VITA INIMITABILE
Visita al Vittoriale degli Italiani
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di Nadia Cavalera
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Nel cinquantesimo anno dalla sua apertura, ho finalmente visitato, a Gardone Riviera, il Vittoriale degli italiani. Degli italiani…si fa per dire, lì non c’è niente che li richiami, o li stigmatizzi se non nella loro tendenza a credere alle favole. Sarebbe più opportuno chiamarlo il Vittoriale dell’italiano. Dell’italiano Gabriele Rapagnetta, in arte Gabriele D’Annunzio. Aiuta moltissimo a conoscerlo. La gelida, composita, ma disarmonica villa sulle sponde del Garda, realizzata col concorso dell’architetto e amico Giancarlo Maroni (che riposa vicino a lui in una delle arche del Mausoleo) è il suo testamento, la sua autobiografia in pietra, il suo monumento a sé stesso. E la prima impressione che si prova entrando nella Prioria (la sua abitazione personale), non è di ammirazione, ma di soffocamento. Sbattuti subito su una breve rampa di scale al cui centro in cima insiste una colonnina con la funzione di dividere l’entrata degli ospiti tra persone gradite e seccatori. Dopo, in ambienti stretti un accumulo ossessivo di oggetti, cimeli, trofei, arredi stravaganti, souvenirs di viaggi, reliquie della propria vita esibite come reliquie sacre. Non un museo equilibrato, ma il tempio di un collezionista compulsivo, un accumulatore seriale di qualità. Una mente disturbata che ha disseminato ovunque i segni del proprio culto, costruendo uno spazio saturo, pesante, ossessionato dalla memoria di sé. Oltre la cucina classica, sobria ed essenziale, si salva solo una stanza, detta l’Officina, quella dove pare scrivesse: luminosa, ampia, con mobili chiari in rovere che pur tra le molte cianfrusaglie lascia intravedere un respiro diverso, quasi una tregua dall’autocontemplazione soffocante. È come se lì soltanto, scrivendo, D’Annunzio riuscisse a liberarsi per un momento dal peso della propria messa in scena, a respirare un’aria meno viziata, a lambire per un istante cieli più sereni.
Ma tutto il resto è oppressione, sfarzo inelegante, greve di lampade a zuzza, tendaggi, stoffe che ricoprono persino taluni soffitti. E la visita al Vittoriale diventa allora la chiave per leggere l’intera parabola dannunziana. Una vita che si è fatta spettacolo e teatro, che ha voluto essere “inimitabile”, e che lo è stata davvero, ma nel senso peggiore: inimitabile perché artificiale, costruita, priva di autenticità. La vita di Gabriele D’Annunzio è stata «raccontata infinite volte come un mito, come l’esempio di un’esistenza fuori misura, sospesa tra arte, guerra, passioni e politica. Ma se togliamo lo smalto della leggenda e guardiamo al fondo, appare per quello che è: una recita, un culto di sé stesso, un narcisismo estetico che ha divorato tanto l’uomo quanto l’opera.
D’Annunzio, certo, fu uno dei pochi scrittori italiani a conquistare notorietà internazionale. Ma questo non avvenne per la forza di un pensiero originale, né per la capacità di toccare con verità i nervi scoperti del proprio tempo. Avvenne perché seppe costruire la propria biografia come opera pubblica, perché comprese prima di altri i meccanismi di un’industria culturale che stava nascendo, fatta di giornali, di curiosità mondane, di scandali e di culto del personaggio. Non è un caso che già al suo esordio con Primo vere (1879) si inventò la trovata pubblicitaria della propria morte improvvisa, in modo da meritarsi necrologi che lo consacrassero come genio scomparso troppo presto. Era già tutto lì: l’arte come artificio, la vita come teatro, l’individuo come brand.
Gli anni romani, a partire dal 1881, furono l’inizio di questo spettacolo. D’Annunzio si muoveva come cronista mondano per riviste come la «Cronaca bizantina», ma soprattutto si infilava nei salotti aristocratici, deciso a imporsi come protagonista. Ogni relazione sentimentale, da Giselda Zucconi a Barbara Leoni, da Maria Gravina a Maria Hardouin (che sposò nel 1883), fu subito trasformata in materiale letterario e scandalo pubblico. Perfino l’adulterio con la Gravina, che gli valse una condanna per adulterio, diventò parte integrante della sua leggenda di seduttore inafferrabile. Con Eleonora Duse, l’attrice più famosa d’Italia, formò una coppia che tutta l’Europa guardava come incarnazione della passione tra arte e vita. Ma dietro questo mito, quanta superficialità, quanta strumentalizzazione: ogni donna ridotta a musa e trofeo, sacrificata sull’altare della sua vanità.
E mentre la sua vita sentimentale era palcoscenico, la letteratura non era che l’altra faccia dello stesso progetto. Romanzi come Il piacere (1889), con l’inetto Andrea Sperelli, programmaticamente proclamano l’arte per l’arte: “il verso è tutto”. Poesie come quelle di Alcyone (1903) esibiscono il cosiddetto “panismo”, la fusione vitale con la natura, ma è una fusione artificiosa, costruita con analogie, sinestesie, catene di immagini che si rincorrono fino a svuotarsi. D’Annunzio è simbolista, certo, ma di un simbolismo già logoro, esasperato, in crisi. È un simbolismo senza rivelazione: mentre Mallarmé mirava al segreto indicibile e Baudelaire alle “corrispondenze” capaci di spalancare visioni, D’Annunzio si ferma alla volontà di rivelare, senza avere nulla di autentico da rivelare.
A questo estetismo formale corrisponde un’ideologia altrettanto vuota. D’Annunzio si presentò come politico, ma sempre con atteggiamenti opportunisti: eletto con la Destra, passò alla Sinistra, sostenne l’imperialismo crispino, inneggiò all’interventismo del 1915, condusse l’impresa di Fiume, strizzò l’occhio al fascismo. Ma dietro non c’è un progetto, non ci sono ideali: c’è solo la necessità di essere al centro della scena, di scegliere la parte più visibile e rumorosa. La sua è una politica post-ideologica, fondata sull’apparenza, e al tempo stesso pre-politica, regressa al livello dell’istinto, di un superomismo deformato da Nietzsche e piegato a giustificare il culto del sé.
In questo senso la sua retorica, roboante e scenografica, non fu altro che il preludio a quella mussoliniana. Basterebbe leggere i discorsi fiumani o le pagine di La nave per riconoscere lo stesso stile di frasi altisonanti, di gesti teatrali, di appelli all’eroismo vuoto. Un linguaggio che non vuole convincere, ma solo persuadere, colpire, ammaliare. È qui che D’Annunzio anticipa il fascismo: non tanto nelle scelte politiche, spesso contraddittorie, ma nello stile, nella riduzione della parola a spettacolo.
Eppure, visitando il Vittoriale, ci si accorge che questo spettacolo non era solo strategia, ma vera ossessione. I 33 mila libri, in parte ereditati dal vecchio proprietario della casa nel 1921, in parte accumulati più che letti, i corridoi tappezzati di volumi, le stanze piene di reliquie e feticci, l’aereo che incombe dal soffitto dell’auditorio, o fuori nel parco con un delizioso (quello sì) ruscelletto), la nave che spunta dal verde, il cimitero dei cani, il roseto forse rigoglioso ora spoglio, e l’intimo (chiamato segreto) del suo abbigliamento con quello delle sue donne, il profumo Nunzia, il mausoleo, le tante armi sparse, parlano di un uomo prigioniero di sé stesso, incapace di liberarsi dalla necessità di lasciare traccia, di monumentarsi. Non è il genio sereno che guarda dall’alto, ma il collezionista ossessivo compulsivo che non sopporta il vuoto. Perfino la sua immagine di eroe guerriero, che tanto piacque a un’Italia in cerca di miti virili, è segnata da tratti farseschi: la perdita di un occhio in un incidente aereo lo costrinse a dettare il Notturno (1916), opera certo intensa, ma nata anch’essa dal dolore trasformato in spettacolo.
Non stupisce, allora, che grandi scrittori lo disprezzassero. Luigi Pirandello per esempio lo detestava apertamente. Non solo per una rivalità letteraria, ma perché vedeva in lui un uomo e un artista vuoti, schiavi della forma. Nel corso degli anni Pirandello lo bollò come epigono di mode straniere, imitatore maldestro, autore di personaggi “straordinariamente ridicoli” e privi di verità. A partire dal testo Arte e coscienza d’oggi (pubblicato su «La Nazione letteraria» di Firenze del settembre del 1893), Pirandello accosta D’Annunzio ai ‹‹poeti sedicenti preraffaelliti e decadenti d’oggi…che ripetono le stesse parole, le stesse domande con una uniformità che porta alla disperazione››. E lo rimprovera di imitarli ‹‹quando non li copia senz’altro››. Inoltre nell’omaggio a Verga (1920), nel distinguere tra “scrittori di cose” e “scrittori di parole”, Pirandello non esita a inserire D’Annunzio nella seconda categoria, dove regna la non-creazione, la pura avventura verbale. Arrivò a definirlo, per bocca del figlio Stefano, “spregevole uomo”, incapace di guidare davvero i sentimenti degli italiani, e anzi colpevole di sporcarli con la sua presenza scenica.
Più sfumata, ma non meno severa, la valutazione di Edoardo Sanguineti. Pur riconoscendogli il rango di “poeta diverso”, Sanguineti sottolineava come l’opera di D’Annunzio fosse dominata dal temperamento, dall’egocentrismo, dall’ossessione estetica, più che da un’autentica visione etica o politica. La sua poesia, a suo giudizio, si allontana dalla verità e si rifugia nel simbolo, in una dimensione antirealista e inautentica, che lo rende “riprovevole dal punto di vista etico e politico”. Il suo Nietzsche non è il filosofo della trasvalutazione dei valori, ma la maschera che gli serve per proclamarsi superuomo senza esserlo.
Lampante inoltre la distanza con le avanguardie storiche. Mentre lui resta ancorato a un simbolismo estenuato, che dissolve tutto in arabeschi di analogie, i futuristi rompono il linguaggio, i dadaisti lo distruggono, i surrealisti lo reinventano. Laddove D’Annunzio si ferma alla suggestione estetica, le avanguardie cercano l’azione, la trasformazione. Marinetti, con tutto il suo carico di reazionarismo, ebbe almeno l’intenzione di spezzare col passato; D’Annunzio no, restò prigioniero della contemplazione narcisista.
Sì, la vita di D’Annunzio fu proprio una vita “inimitabile”. Che non merita d’essere imitata, né va imitata. Meglio guardare altrove, a chi della scrittura ha fatto strumento di verità e non di ostentazione.
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