GAZA, IL PIANO TRUMP DEL 29 SETTEMBRE: UN RITORNO AL COLONIALISMO CON MASCHERA UMANITARIA
di Nadia Cavalera
Il 29 settembre Donald Trump ha presentato alla Casa Bianca un piano in venti punti per mettere fine alla guerra a Gaza. Lo ha fatto accanto a Benjamin Netanyahu, il leader che ha guidato Israele in due anni di devastazione della Striscia, con oltre 60.000 palestinesi uccisi, secondo le stime ONU, e una distruzione urbanistica e sociale senza precedenti. A prima vista, il testo si propone di fermare i combattimenti, liberare gli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas e avviare la ricostruzione dell’enclave. Ma a uno sguardo più attento, rivelato da analisi convergenti di studiosi, giornalisti e osservatori critici, il documento appare come l’ennesima operazione di inganno politico: un progetto di commissariamento coloniale che congela i nodi del conflitto, legittima i fatti compiuti israeliani e sostituisce la sovranità palestinese con una fragile architettura di potere esterno, diretta in prima persona dal presidente statunitense.
UN “COMITATO DELLA PACE”: IL PROTETTORATO MASCHERATO
Il cuore del piano è la creazione di un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, incaricato di gestire i servizi pubblici, affiancato e sorvegliato da un nuovo organismo internazionale, il cosiddetto “Comitato della pace”. Questo organismo sarà presieduto da Donald Trump, con la collaborazione di altri leader da lui selezionati, fra cui Tony Blair.
È la parte più rivelatrice del progetto: la governance di Gaza verrebbe sottratta ai palestinesi per essere consegnata a una sorta di protettorato coloniale. Non c’è alcuna consultazione popolare, nessuna rappresentanza politica. Tomaso Montanari ha definito questa architettura un “ritorno al peggior colonialismo predatorio”: i palestinesi ridotti a oggetti, non soggetti, di un piano deciso altrove. Si direbbe un nuovo mandato britannico travestito, un commissariamento che seppellirebbe ogni residua sovranità palestinese.
Non è un caso che Blair, l’uomo della guerra in Iraq e delle privatizzazioni selvagge, sieda al tavolo. Non è estraneo agli interessi economici in gioco, dal gas offshore di Gaza alla speculazione immobiliare sulle coste devastate.
OSTAGGI E PRIGIONIERI: LA LOGICA DEL BARATTO
Uno degli elementi di forza propagandistica del piano è lo scambio di ostaggi e prigionieri. Tutti gli israeliani ancora nelle mani di Hamas dovrebbero essere liberati entro 72 ore dall’accettazione del piano, vivi o morti. In cambio Israele rilascerebbe 250 detenuti condannati all’ergastolo e 1.700 prigionieri palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023, incluse donne e minori. Per ogni ostaggio israeliano restituito senza vita, Israele consegnerebbe i corpi di quindici gazawi.
L’apparente umanitarismo nasconde una logica perversa: i prigionieri palestinesi — molti dei quali in detenzione amministrativa, senza processo — ridotti a merce di scambio. Nessun riferimento agli oltre 10.000 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Un baratto indegno: la proporzione numerica mostra la gerarchia di valore implicita, in cui una vita israeliana vale decine di vite palestinesi.
DISARMO UNILATERALE: GAZA SMILITARIZZATA, ISRAELE SENZA VINCOLI
Il piano impone il completo disarmo di Hamas e delle altre fazioni, con distruzione di tunnel e impianti militari, sotto la supervisione di osservatori internazionali. Ai militanti che rinunciano alle armi viene promessa un’amnistia o un corridoio sicuro per lasciare Gaza. Ma in cambio non vi è alcun impegno vincolante da parte israeliana: nessuna riduzione dell’arsenale, nessuna cessazione delle colonie in Cisgiordania, nessun ritiro totale e datato delle truppe.
Una sproporzione evidente: la smilitarizzazione palestinese è chiarissima, mentre non si menziona affatto la colonizzazione israeliana, uno dei nodi principali che hanno fatto naufragare ogni processo di pace dagli anni Novanta in poi. Il ritiro israeliano dalla Striscia è subordinato a condizioni indefinite: spetterà al “Board of Peace” presieduto da Trump stabilire quando Gaza sarà “sicura”. Il risultato non può che essere la perpetuazione della presenza militare israeliana, che produrrà nuove resistenze, subito bollate come “terrorismo”.
GLI AIUTI UMANITARI E LA RICOSTRUZIONE: TRA PROPAGANDA E NEOLIBERISMO
Il piano promette un massiccio flusso di aiuti umanitari e la ricostruzione delle infrastrutture. L’ingresso dei convogli dovrebbe avvenire tramite ONU e Mezzaluna Rossa, senza ingerenze di Israele. Ma l’esperienza degli ultimi due anni, ricordata da OCHA e HRW, mostra come Israele abbia ripetutamente usato la fame come arma di guerra, bloccando cibo e medicine. Senza un meccanismo di garanzia, la promessa rischia di rimanere lettera morta.
Quanto alla ricostruzione, Trump propone un piano di sviluppo economico con “esperti” delle città del Golfo, la creazione di una zona economica speciale e investimenti internazionali. È il volto neoliberale del piano: Gaza trasformata in laboratorio di profitto, con vantaggi per le grandi corporation e scarsa attenzione ai diritti sociali della popolazione. Come non pensare alle spiagge trasformate in “Riviera di Gaza”, un’operazione immobiliare più che un progetto di giustizia postbellica. Montanari parla espressamente di “saccheggio”, un nuovo colonialismo che sfrutta le macerie.
LO STATO PALESTINESE RIDOTTO A UN’EVENTUALITÀ
Il piano Trump menziona solo all’ultimo punto l’aspirazione palestinese a uno Stato, ma non la definisce un diritto, né parla di confini, rifugiati, Gerusalemme Est. Il documento riduce lo Stato palestinese a un’eventualità subordinata, senza calendario, in totale contrasto con l’iniziativa franco-saudita approvata dall’ONU il 12 settembre, che definiva quella aspirazione “legittima”.
In questo modo la logica di “terra in cambio di pace” — per decenni la base dei negoziati — viene sostituita da una nuova formula: “pace in cambio di pace”. Ovvero, la resa palestinese in cambio della promessa che la violenza israeliana si fermerà, senza concessioni territoriali. È un modello che legittima i fatti compiuti e cancella il diritto internazionale.
HAMAS: RESA MASCHERATA E RISCHIO DI SEPPELLIRE LA SOVRANITÀ
Dal punto di vista di Hamas, il piano appare come una resa incondizionata. Perché impone il disarmo senza prevedere il ritiro israeliano, e mantiene la zona cuscinetto e il controllo dei valichi. Inoltre, sostituisce l’occupazione israeliana con una “autorità internazionale” che richiama i mandati coloniali del passato.
Il rischio, osserva Azmi Kishawi dell’International Crisis Group, è seppellire per sempre la sovranità palestinese, consolidando la divisione tra Gaza e Cisgiordania e impedendo il ritorno ai confini del 1967. Anche Leïla Seurat, ricercatrice del Carep, avverte che è impossibile difendere contemporaneamente il piano Trump e la soluzione a due Stati: il primo contraddice la seconda.
NETANYAHU E LA DESTRA ISRAELIANA: UN PIANO UTILE A PROLUNGARE L’OCCUPAZIONE
Il premier israeliano ha accettato il piano perché soddisfa gli obiettivi della sua guerra: la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas. Ma lo fa senza concedere nulla di sostanziale. Netanyahu ha già precisato che i movimenti di ritiro saranno “modesti” e che Israele manterrà un perimetro di sicurezza indefinito.
Così la destra israeliana raggiunge i suoi scopi: scaricare sulla comunità internazionale il costo della ricostruzione, assicurarsi il controllo delle risorse (gas e terre costiere), spopolare il nord della Striscia inducendo all’emigrazione. Il piano diventa quindi uno strumento di ricolonizzazione strisciante.
LA POSIZIONE INTERNAZIONALE: TRA PLAUSI E IPOCRISIE
Il piano è stato elogiato da diversi Paesi arabi (Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Turchia) e dall’Europa, che cercano di porre fine alle sofferenze dei civili e di uscire dall’impasse diplomatica. Ma questo consenso rivela più la volontà di non assumersi responsabilità dirette che un reale sostegno a un percorso di pace.
Per questo, sempre Montanari denuncia l’“eclissi dell’Europa”, incapace di opporsi a un progetto coloniale e genocidario. Tanto più che molti Paesi arabi sono riluttanti a impegnarsi in una forza di stabilizzazione che rischia di essere percepita come forza d’occupazione.
L’OTTIMISMO ISOLATO DEL NEW YORK TIMES
In controtendenza, il comitato editoriale del New York Times ha giudicato il piano “promettente”, se Trump sarà in grado di imporre un ritiro israeliano e se i governi arabi assumeranno la guida della stabilizzazione. Il giornale invoca una missione internazionale sul modello del dopoguerra tedesco o giapponese, con programmi di deradicalizzazione. Ma questa posizione resta isolata: ignora il carattere profondamente asimmetrico e coloniale del piano, e appare più come una “pia illusione” che come un’analisi delle reali condizioni politiche.
È UN PIANO DI PACE CHE PERPETUA LA GUERRA
Il piano Trump del 29 settembre non è un piano di pace, ma un progetto di pace coloniale. Congela il conflitto senza risolverne i nodi: rifugiati, Gerusalemme, confini del 1967, colonizzazione israeliana. Trasforma Gaza in un laboratorio di commissariamento internazionale e speculazione economica, escludendo i palestinesi dalla loro stessa autodeterminazione.
Al massimo produrrà una tregua strozzata e incostistente, preludio a nuove esplosioni di violenza. Tant’è che non si può non concordare con Montanari, che il loro uso della parola “pace” è una profanazione. Come il sostituire la vecchia logica di “terra in cambio di pace” con quella di “pace in cambio di pace”, cioè resa in cambio di tregua.
L’effetto più pericoloso è proprio questo: il piano legittima la prosecuzione della guerra sotto altre forme, seppellendo la sovranità palestinese e garantendo a Israele una vittoria politica senza concessioni. Non è la fine della guerra, ma la sua trasformazione in un ordine coloniale stabile, imposto sui cadaveri di Gaza.
news correlate
Giancarlo Cauteruccio, il teatrante totale
Gennaio 12, 2026
Paolo Virno, il linguaggio della moltitudine
Gennaio 10, 2026
Il marcio degli USa è debordante e va contenuto
Gennaio 04, 2026
Niente di nuovo sul fronte orientale
Novembre 25, 2025
Come si convive con un genocidio
Novembre 01, 2025
CORTIGIANA, IO? — O della libertà delle parole
Ottobre 20, 2025
Il caso Ucraina – Dalla rivoluzione guidata alla guerra
Ottobre 18, 2025
La condizione dei palestinesi e la retorica della falsa simmetria
Ottobre 07, 2025
Gabriele D’Annunzio: una vita inimitabile – Visita al Vittoriale
Settembre 25, 2025





Scrittora. 
Commenti recenti