GAZA, OLTRE LE ILLUSIONI: PERCHÉ LE PROPOSTE DI TRAVAGLIO NON CONVINCONO
di Nadia Cavalera
La situazione di Gaza è veramente grave se neppure Marco Travaglio, solitamente lucido nel cogliere le contraddizioni del potere, riesce a proporre una prospettiva solida. Nel suo articolo di oggi (29 agosto 2025) su “il Fatto quotidiano”, riconosce l’urgenza di immaginare il “dopo” ma scivola in ipotesi che, a un’analisi più attenta, mostrano limiti sostanziali. Vediamoli.
“QUALUNQUE ALTERNATIVA È MIGLIORE”: DAVVERO?
L’idea che “qualsiasi soluzione sia meno peggiore” della gestione israeliana è più uno sfogo retorico che un’analisi politica. Alcuni dei progetti oggi sul tavolo – come le versioni più dure del cosiddetto Piano Riviera, che prevedono l’esclusione o lo spostamento coatto dei palestinesi – non rappresentano affatto un miglioramento, ma un ulteriore atto di violenza. Non tutto ciò che si presenta come “alternativa” è automaticamente accettabile.
IL MITO DEL CAPITALE PRIVATO
Travaglio sostiene che solo grandi investitori possano affrontare la ricostruzione, in cambio di “lauti profitti”. È vero che la devastazione di Gaza richiede risorse enormi (stime indipendenti parlano di circa 53 miliardi di dollari in dieci anni), ma affidarsi quasi esclusivamente al capitale privato significa ridurre la ricostruzione a un affare, non a un progetto di rinascita sociale.
Esperienze internazionali mostrano che i processi post-bellici reggono su fondi multilaterali pubblici, aiuti umanitari coordinati e, solo in parte, partnership con privati. Altrimenti si cade in quello che gli analisti definiscono “disaster capitalism”: la speculazione sulla catastrofe.
LE ILLUSIONI TURISTICHE
Il paragone con il Libano prebellico e l’idea di Gaza come “splendido polo turistico e agricolo” ignorano la realtà materiale. Prima di resort e serre tecnologiche ci sono milioni di tonnellate di macerie da rimuovere, ordigni inesplosi da bonificare, falde idriche contaminate e una popolazione traumatizzata. Parlare oggi di “destinazione turistica” significa spostare l’attenzione dalla gravità del disastro a un futuro immaginario che rischia di non arrivare mai.
PROTETTORATO O COLONIZZAZIONE MASCHERATA?
Il protettorato internazionale proposto – USA, UE, monarchie del Golfo – può sembrare l’opzione più realistica a breve termine, ma porta con sé un rischio evidente: essere percepito come una nuova forma di colonizzazione (tanto più per il coinvolgimento USA, fedele complice di Israele). Senza il consenso e il coinvolgimento dei palestinesi, ogni soluzione “a tempo” diventa un’amministrazione dall’esterno, destinata a fallire o ad alimentare nuove resistenze.
IL PUNTO CIECO: I PALESTINESI
Travaglio individua bene i limiti dell’Autorità Nazionale Palestinese e la crisi di Hamas, ma non trae la conseguenza logica: nessun piano può funzionare se non mette i palestinesi al centro, come soggetti e non solo come manodopera. La ricostruzione non è solo ingegneria civile o finanziaria: è processo politico, che deve restituire dignità, voce e prospettiva a chi vive a Gaza.
MERITO E LIMITE
Il merito di Travaglio è ricordare che la guerra non si chiude senza un’idea sul dopoguerra. Il suo limite è credere che basti una qualsiasi idea. No: servono giustizia, diritti, autodeterminazione. Parlare di resort e di profitti mentre la popolazione è intrappolata tra macerie e assedio non è visione: è cinismo travestito da pragmatismo.
Gaza non ha bisogno di nuovi padroni, né militari né finanziari. Ha bisogno di libertà, di un governo scelto dal suo popolo, di risorse pubbliche destinate alla vita e non alla speculazione. Tutto il resto è maquillage geopolitico.
Se il mondo non lo capisce e continua a immaginare Gaza come un cantiere per investitori o un protettorato da amministrare, allora non sta costruendo pace: sta preparando la prossima guerra.
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