Israele, Netanyahu e la disfatta morale dell’Occidente
Per anni, Benjamin Netanyahu è riuscito a costruire l’immagine del leader invincibile. In patria, era il garante della sicurezza e della forza, all’estero, il regista di una strategia regionale che mirava a normalizzare le relazioni con i Paesi arabi, aggirando completamente la questione palestinese. Sembrava che nulla potesse incrinare il suo potere. Gaza era sotto assedio, la Cisgiordania frammentata, e il mondo, guidato dagli Stati Uniti, sembrava disposto a chiudere gli occhi su ogni violazione, in nome della “stabilità”.
A suggellare la sua visione, Netanyahu arrivò persino a presentare una mappa: un Medio Oriente ridisegnato senza Palestina, un orizzonte unificato sotto l’influenza israeliana. Un’utopia imperiale, costruita sull’eliminazione di un intero popolo dalla geografia e dalla storia.
Poi qualcosa si è rotto.
Il 7 ottobre, nella sua inaudita efferatezza, è stato il detonatore. Israele ha risposto all’attacco con una furia senza precedenti, giustificata come autodifesa, ma attuata come distruzione sistematica. Gaza è stata bombardata ininterrottamente. Quartieri rasi al suolo, ospedali trasformati in cimiteri, intere famiglie annientate. Nessuna distinzione tra combattenti e civili. L’obiettivo non sembrava più la sicurezza, ma la cancellazione. La soluzione finale di un genocidio.
Il mondo, almeno in parte, ha cominciato a vedere. Le immagini erano troppo crude, i corpi troppo piccoli, le bugie troppo evidenti. Le parole “diritto a difendersi” hanno iniziato a suonare vuote. E mentre alcune capitali europee imponevano timide restrizioni militari, l’amministrazione statunitense iniziava a inviare segnali ambigui. Sostegno, certo. Ma anche crescente imbarazzo. La retorica si incrinava.
Una reazione brutale: più bombe, più incursioni, più repressione
Nel frattempo, Netanyahu, sentendo il terreno sotto i piedi cedere, ha accelerato. Più bombe, più incursioni, più repressione. Come se la brutalità potesse compensare la perdita di controllo politico. Come se l’orrore potesse zittire le crepe interne, le proteste, i processi sospesi, le divisioni crescenti nella società israeliana. Ma ogni azione ha mostrato l’opposto: una leadership in agonia, un governo prigioniero della propria ideologia.
La verità è che Israele ha smesso da tempo di cercare la pace. Ha preferito la gestione del conflitto, il mantenimento dell’apartheid, l’espansione delle colonie, l’annientamento lento ma inesorabile dell’identità palestinese. Ciò che oggi si presenta come difesa, è in realtà occupazione permanente. Un progetto che si fonda su un principio chiaro: togliere terra, futuro, dignità a un popolo, e chiamarlo sicurezza.
La complicità silenziosa dell’Occidente
L’Occidente ha accettato questo paradigma per decenni. Per colpa, per interesse, per viltà. Ha scambiato la solidarietà con Israele per complicità silenziosa. E ogni volta che un palestinese ha alzato la voce, l’ha zittita con la parola “terrorismo”. Ma chi ha tolto l’acqua? Chi ha controllato i cieli? Chi ha bloccato porti, raccolti, medicine, scuole? Chi ha costruito muri, check-point, gerarchie etniche?
Il vero nodo è che Israele non è più — se mai lo è stato — una democrazia sotto assedio. È diventato uno Stato coloniale in piena espansione, che si regge su una superiorità armata, protetto da una retorica vittimaria abilmente costruita. E chiunque osi contestare questa narrazione, viene delegittimato, accusato, isolato.
Ma oggi tutto questo traballa.
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