“Qui è la sostanza muta del percorso”, bibliografia di Luigi Ballerini, a cura di Beppe Cavatorta
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recensione di Nadia Cavalera (su “Le Parole e le cose”, il 18 settembre 2025)
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Questa bibliografia – monumentale e vivissima – che Beppe Cavatorta ha voluto intitolare Qui è la sostanza muta del percorso (a cura di Beppe Cavatorta – Tavole di Giuseppe De Mattia (Danilo Montanari Editore, 2025), si apre come un atlante necessario, ma non concluso, della scrittura e del pensiero di Luigi Ballerini. Necessario, perché tiene insieme l’opera di un autore poliedrico, complesso e coerente come pochi. Non concluso, perché il suo percorso – fin dagli esordi – si è sempre dato come tensione irrisolta, e voluta, tra ciò che si è detto e ciò che ancora resta da dire. Una forma di instancabile «sovrascrittura del vivente», per usare le sue stesse parole.
Il titolo scelto da Cavatorta, tratto da La parte allegra del pesce (in Che figurato muore), non è ornamentale. In quella “sostanza muta” si raccoglie un’intera poetica: la poesia come atto conoscitivo che lavora sulle zone d’ombra, su ciò che non è immediatamente traducibile, sull’inesauribile mutamento della lingua e del senso. Un’opera, dunque, che non può essere esaurita da un apparato bibliografico, ma che proprio grazie a esso può essere attraversata, interrogata, compresa nei suoi nodi principali: poesia, critica, traduzione, gastronomia, arti visive, editoria, intersezioni culturali tra Italia e Stati Uniti.
Del resto, non sono nuova all’attenzione per la figura di Ballerini. Già nel 2021, in occasione dell’uscita de Il remo di Ulisse (Marsilio), scrivevo che Luigi Ballerini è innanzitutto un cacciatore di conoscenza. E lo ribadisco oggi. È questa tensione – conoscitiva, non meramente estetica – a tenere insieme tutte le sue attività, anche le più divergenti in apparenza: dal verso spezzato alla curatela di mostre, dalla poesia visiva al libretto d’opera, dal saggio accademico al poemetto dialettale. Ogni gesto testuale è, per lui, un modo per strappare puzzle di senso alla complessità del reale, un modo per abitarne i margini, le scorie, le lacerazioni.
Quella sua tensione non è mai mitopoietica, né consolatoria. Fin dai primi versi pubblicati su «Inventario» nel 1960, e poi nelle prove più mature come eccetera. E (1972), Ballerini si è mosso all’interno di una poetica dell’irrequietezza. Versi fluttuanti, rientranti, ondivaghi: già là si annunciava la volontà di una poesia “non da seguace”, fatta di scarti, tecnicismi, ironia e ascolto musicale. Una poesia non decorativa, ma attiva: capace di comunicare non l’assoluto, ma un ignoto concreto, periferico, in continua metamorfosi.
Sfogliando oggi le oltre quindici sezioni di questa bibliografia – dai libri di poesia alle traduzioni, dagli art books alle recensioni, dalle curatele all’inesauribile attività critica – si ha la misura del percorso unico che Ballerini ha tracciato tra l’Italia e il Nordamerica. Un percorso di passaggi, di “traghettamenti”, per usare un termine che amava anche Remo Bodei nel descriverlo. Dalla Spoon River tradotta “con l’italiano dell’italiano” ai cantieri linguistici più spericolati (come quelli di Che figurato muore), dalla militanza con Giuliani e Pagliarani alla convivenza con i fantasmi di Pound, Olson e Stein, l’opera di Ballerini si costituisce come un archivio instabile del linguaggio contemporaneo.
Non c’è, in lui, nessuna adesione automatica ai modelli – neanche quelli più affini. Della Neoavanguardia accoglie la spinta, ma ne rifugge il dogma. Del modernismo anglosassone raccoglie le aperture, ma le traspone nella materialità sporca del parlato e del comico. Dalla Beat Generation prende in prestito il respiro utopico, ma lo incide con bisturi ironico. La sua è un’avanguardia di seconda generazione, non perché successiva, ma perché stratificata: e in questo senso sì, lombarda, nel senso alto e aspro del termine – più Spatola che Sanguineti, più Gadda che Montale.
Il libro curato da Cavatorta non è una semplice mappa cronologica: è una genealogia di discontinuità, un’ecologia del sapere balleriniano. È qui che emerge la sua natura bifronte: da un lato l’esattezza filologica (con rigore da studioso e da editore), dall’altro la vocazione performativa, creativa, irriverente. Pochi altri poeti italiani hanno attraversato con la stessa lucidità tutti i canali della produzione culturale – dalla poesia alla cucina, dalla semiotica alla traduzione, dalla scena teatrale al libro d’artista – senza perdere mai di vista l’essenziale: la lingua come campo di battaglia.
Questa tensione – tra forma e flusso, tra rigore e deragliamento – è evidente anche nella struttura formale delle sue raccolte. Che figurato muore (1988) è forse il momento più emblematico: libro oracolare e ordito, che mette in scena, come scrissi, il paradosso della figurazione come “necessaria ma inadempiente”. Non un rifiuto dell’immagine, ma una sua torsione: la poesia, per Ballerini, è sempre un atto figurale che, nel momento stesso in cui si manifesta, si sottrae. È una trappola per significati.
Eppure, la sua poesia non è mai gratuita. Né chiusa nel tecnicismo. I registri sono molteplici: epico, lirico, dialettale, civile. Cefalonia (2005) è un’opera che lo dimostra bene: un poema civile, tragico e ironico al tempo stesso, dove la morte del padre – tra i trucidati della divisione Acqui – si incrocia con la riflessione sul linguaggio e sull’oblio. Dove l’elegia non è ripiegamento, ma costruzione. Dove il “monologo a due voci” sfida la retorica resistenziale e ne fa emblema di una responsabilità mai chiusa.
Anche la recente raccolta Divieto di sosta (2021) ne conferma la vitalità. Il titolo stesso è già poetica: lo slittamento ironico di un’espressione comune genera spazio per nuovi significanti. Come accade nei suoi versi, sempre tesi tra l’enigma e l’invettiva, tra lo scarto e la ricostruzione. Come accade nei suoi testi “comunisti” – Uscita senza strada, Elegia del comunista viscerale, Canto del comunista ipostatico – dove la retorica si fa farsa e si rigenera nella possibilità dell’imprevisto.
Questa bibliografia non è dunque solo uno strumento di consultazione, ma un’opera critica in sé, una forma indiretta di ritratto. Ritratto di un autore che ha attraversato sei decenni di storia letteraria con la stessa fame di inizio. E che ancora oggi, nel 2025, pubblica, traduce, cura, interviene. Lo dimostrano i titoli recentissimi segnalati nella sezione “Futurama (ma non troppo)”: dal libretto rossiniano al volume su Leonardo, dal dialogo con Magdalo Mussio alla pubblicazione russa di Cefalonia, fino all’atteso secondo tomo dell’antologia Those Who from Afar Look Like Flies.
È dunque giusto che questa bibliografia si chiuda su un’apertura. Perché il percorso di Ballerini non ha “fine”, ma continua ad avvitarsi, a interrogarsi, a produrre nuove mappe. Il suo remo, ancora, non è piantato nella terra. Ed è per questo che continua a indicarci una direzione. Non verso casa, ma verso l’ignoto. Dove la poesia, se è ancora possibile, è conoscenza che non si lascia riconoscere.
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