Blog News — 10 agosto 2009

Su Bollettario n. 55/60, http://bollettario.blogspot.com/, poi in “Corso Canalchiaro 26”

NADIA CAVALERA
Il Papa che non c’è (Recensione )
ADRIANA ZARRI, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (Diabasis, 2008)

La Chiesa cattolica, frutto di una millenaria gestione fallimentare ai fini dei gloriosi condivisibili principi che all’inizio l’ispiravano, ha fatto ormai il suo tempo. E la Curia romana, vera artefice della sua storia, ne ha preso atto. Da molto. Già dagli anni Cinquanta e per recuperare consenso, lungi dal favorire cambiamenti tangibili che la riportassero alle gloriose origini, ha puntato solo sul carisma personale e diversificato dei pontefici.
Ed ecco nel 1958 il «papa buono», Giovanni XXIII[1], che, però, andò ben oltre le aspettative curiali, palesando subito il bisogno di “aprire la Chiesa alla lettura dei segni dei tempi” e di perseguire un reale fattivo aggiornamento, “aprire le finestre per far entrare aria nuova nella Chiesa”.
Di qui la convocazione del Concilio Vaticano II, mai ben digerito dalla Curia, imperterrita conservatrice, e considerato da taluni superfluo dopo il Concilio Vaticano I (l’unico dopo Trento) di Papa IX del 1870, che aveva decretato il dogma dell’infallibilità papale.
Un Concilio ecumenico, per molti versi rivoluzionario, i cui effetti furono contemperati con misura, senza eccessi, dal mediatore «mesto» Paolo VI , cui spettò il compito (di contro a chi voleva chiudere i lavori) di concluderlo nel 1965, dopo due anni dalla morte di Giovanni XXIII .
Fu poi la volta del semplice, esuberante (forse per taluni troppo, ma la provvidenza di Dio lo fece passare subito in gloria) Papa Luciani, che a sottolineare anche nei nomi una continuità pastorale, si chiamò Giovanni Paolo I.
Con Karol Wojtyla si direbbe che si sia puntato sulla novità dello straniero, giovanile, scattante e persino affascinante nel suo eclettismo di operaio, poeta, sportivo sciatore, cantante e instancabile commesso viaggiatore a caccia di mercati fideistici nuovi, scricchiolando quelli tradizionali. Un papa sempre schierato contro la guerra, ma, per la gioia dei clericali, a parole, rimanendo nei fatti molto regolamentare. Non risulta infatti che abbia mai scomunicato la stirpe dei Bush, responsabile del dilagare di morte, per tornaconti personali, spacciati come esportazioni democratiche (mentre lo stesso Giovanni XXIII non aveva esitato a farlo con Fidel Castro). Inoltre netto il suo rifiuto alle donne per i sacri ministeri, e al riconoscimento degli omosessuali; decisa la presa di distanza dalla Caritas (troppo sinistrese); ampio l’appoggio invece ai catecumenali, alla fidata Comunione e liberazione, al potente Opus Dei (sviluppatosi al massimo nel suo pontificato) e libera la via alla generosa canonizzazione (su 1338 nominati beati, 482 son diventati santi, di contro i 300 proclamati nell’arco dei quattro secoli precedenti).
Con Ratzinger infine la Curia romana (indirettamente sempre, come discrezione vuole), in un calibratissimo gioco di pesi e contrappesi, dopo la “mondanità” comoda, non intralciante nessun affare di corte, pare stia giocando la carta della rigorosa rigidità, ossia della restaurazione, col permesso di messe in latino, secondo il rito preconciliare, e che hanno visto l’attuale papa volgere altezzosamente le spalle ai fedeli ed instaurare un rapporto privilegiato col Signore. Dimentico del tutto che il suo è un ruolo di origine umana, nato anzi dalla prevaricazione del vescovo di Roma su tutti gli altri, nel IV secolo dopo Cristo. Quando ogni vescovo era chiamato papa, dal greco pappas, cioè papà (usanza questa ancora oggi in voga in tanti paesi del sud nei riguardi del parroco, chiamato, amichevolmente, spesso “zio papa”). Un’usurpazione dunque bella e buona, tant’è che la numerazione dei papi, come noi li conosciamo, non dovrebbe, infatti, secondo qualche storico, partire da Pietro, che non è neppure certo che sia veramente arrivato a Roma…
Questo, per non parlare delle provocazioni varie, (poi ritrattate), a Ratisbona nel 2006 quando Benedetto XVI si è servito di una citazione di Manuele II per offendere i musulmani, e quando ha pervicacemente insistito a dare una indulgenza plenaria ai giovani, ben sapendo che non ha basi bibliche, e poi proprio in una terra, la Germania, che su questo tema si è già lacerata nel 1500. Insomma chiusure su tutta la linea, che la decisione di non recepire automaticamente le leggi italiane conferma appieno.
I risultati? Deludenti al massimo. Le speranze di rinnovamento del Concilio Vaticano II non si sono minimamente avverate.
Per salvarsi la Chiesa cattolica, per molti osservatori, praticanti, laici e non, ha solo una possibilità: tornare effettivamente alle origini, esaltare il valore ecumenico, coltivare la povertà, liberandosi di tutti i beni materiali, “conventuali”, in suo possesso, abbandonare tutte le forme, i segni e simboli di potenza e potere temporale dedicandosi solo e soltanto a quello spirituale.
Quanto al supervescovo di Roma, pensare a cercare un vero innovatore, un religioso che la rivoluzioni dalle fondamenta.
Un papa insomma come quello dell’ultimo libro di Adriana Zarri, “Vita e morte senza miracoli di Celestino VI” (Diabasis), summa in forma di romanzo del pensiero di una teologa femminista e coraggiosa, sulla condizione della Chiesa oggi.
Quale possibile papa dopo Ratzinger? La Zarri sogna un umile colto parroco che dopo un’elezione lunga e sofferta sale al soglio col nome di Celestino VI.
Battagliero, determinato, controcorrente e con un gatto nero di nome Lutero, rifiuta tutti i titoli ridondanti, tra cui per primo quello di Santità che può essere riservato solo a Dio (sanctus sanctorum); abbandona la reggia di San Pietro e torna a San Giovanni in Laterano, antica sede del vescovo di Roma; toglie le guardie svizzere ; rifiuta gli onori di Stato; abolisce il celibato; fa accedere le donne al sacerdozio; elimina il cardinalato, un ordine d’invenzione burocratica che col tempo ha prevaricato e sminuito lo stesso vescovato, prosecuzione in qualche modo degli apostoli, unica autorità considerata dal Cristo; ridà infine la città del Vaticano allo Stato italiano.
E muore con la coscienza a posto, avendo svuotato del tutto la pomposità del ruolo del Papa oggi.
Una storia bellissima, troppo forse, tant’è che la stessa Zarri ha previsto una variante nel finale.
Un altro gran rifiuto. Celestino VI, come il suo predecessore Celestino V, fa il gan rifiuto, si ritira e rientra nei panni del semplice prete Giuseppe, che morirà «da vecchio prete e servitore». Senza aver fatto miracoli e senza canonizzazione “d’Ufficio”.
A Roma? Tutto continuerà come prima.
Noi optiamo vivamente per la prima variante, che combacerebbe anche con la profezia di Malachia che vedrebbe Ratzinger come ultimo pontefice in carica. Col trionfo dell’episcopalismo, fin troppo finora mortificato.

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