Critica Selezioni — 28 Maggio 1987

 

1988 Testo della  presentazione de I Palazzi di Brindisi (avvenuta a Brindisi, il 28 maggio 1987), in «Sudpuglia», anno XIV, n.1, marzo, pp. 131-139

 

Enzo Panareo

su
NADIA CAVALERA, I Palazzi di Brindisi, Schena, 1986

Palazzo discende, com’è noto, dal latino Palatium, che era la denominazione del colle romano sul quale si edificarono i palazzi imperiali, passato poi a designare gli edifici.

Si tratta, in effetti, di un organismo architettonico che nella sua semplicità o complessità, s’adegua sempre a specifiche funzioni di rappresentanza e d’interesse pubblico. Di modo che, sulla base dell’esperienza romana, che resta fondamentale nell’ottica della razionalità costruttiva ed in quella della funzionalità operativa, con il termine palazzo sarà indicata qualsiasi residenza che, pur non rientrando nell’orbita dell’ipotesi dinastica, sia, tuttavia, investita di una puntuale funzione di interesse privato o collettivo. In quest’ultimo senso, opportunamente trasportato sul terreno della metafora, il termine, in rapporto a certi, non qualificabili, comportamenti della classe politica, ha assunto nel decennio circa che sta alle nostre spalle, un valore che, purtroppo, se proprio dispregiativo non è, poco manca. In effetti, da poco comincia anche, sempre nell’ottica della metafora, ad essere usato per indicare il potere, ogni forma di potere.

Già in altre città d’Italia pubblicazioni di tutto rispetto, e sul piano del racconto storico, e su quello cle dell’illustrazione dei valori artistici, architettonici ed urbanistici e su quello propriamente tipografico-editoriale, hanno illustrato i palazzi di quelle città, tenendo conto della notevole somma di storia e di cultura della quale, nello scorrere vertiginoso dei secoli, essi sono stati spettatori, quando non addirittura protagonisti. E ci sono testi, di considerevole valore bibliografico, che esprimono il fascino delle case che furono e che più non sarano.

Adesso, anche per Brindisi c’è una illustrazione dei suoi palazzi. E se n’è fatta autrice Nadia Cavalera, tutt’altro che nuova all’uso, intelligentemente misurato, della penna: storica, la Cavalera, in questa occasione, dei palazzi di Brindisi, in altre occasioni – ma anche in questa, ad osservar bene certe discrete spinte personali – poetessa di moderna intelligenza e di fine sentire.

Ma dond’è scaturito, nella Cavalera, 1’impulso per questa fatica?

Appare agevole formulare una risposta una volta che si sia dato uno sguardo alla struttura del libro. Che s’articola esattamente in tre parti e che – sia detto senz’altro indugio – si giova di una veste editoriale che si situa nel solco della più ammirevole tradizione dello Schena di Fasano.

Dunque, molto, sommariamente, il libro della Cavalera ha inizio con una prima parte di storia generale, relativamente alla città di Brindisi. Questa parte, a sua volta, è divisa per epoche storiche succintamente delineate dalle quali emergono figure ed episodi salienti della storia cittadina. Ed a questo punto, per gli anni che riguardano Federico II ed anche dopo, non sarebbe stato inopportuno un riferimento a brindisini valorosi docenti nello Stu-

dio partenopeo fondato, appunto da Federico

II: sarebbe stato sufficiente citare Magister

Jacobus Pipinus de Brundisio, docente per oltre un trentennio a Napoli, e con lui Bartolomeo Pignatelli, da Federico 11 appunto, nel 1239, nominato insegnante di Decretali, al quale seguì più tardi, nello stesso insegnamento, Simone da Brindisi. E poi ancora Baliano da Brindisi, insegnante di grammatica intorno alla fine del 1200. È, questa, una indicazione da raccogliere!

A quella prima parte segue la seconda, la centrale, nella quale, sulla traccia di una successione cronologica relativa all’impianto o alla ristrutturazione degli edifici, i palazzi sono sommariamente descritti nelle ascendenze strutturali, nella tipologia architettonica, nelle vicende delle quali furono teatro. Una terza, ed ultima, parte del libro è dedicata ad una serie – rispettosa della cronologia degli oggetti assunti nel discorso – di articoli giornalistici pubblicati nel corso di un triennio circa sul Quotidiano di Lecce.
E quasi certamente ci pare di poter indicare in questi articoli – ventiquattro in tutto – la genesi di questo libro, che si legge non senza una certa emozione per il fascino di un calibrato romanticismo che la Cavalera ha saputo trasfondervi. Si vuol dire, in effetti, che il nucleo originario degli interessi, per così dire, brindisini della Cavalera in chiave di racconto storico sta in questi articoli.

I presupposti storico-bibliografici che in una certa misura presiedono a questa cordiale operazione, sviluppata con tanta passione da Nadia Cavalera, risiedono, per quanto riguarda la specificità storica che la città di Brindisi nel contesto della Terra d’Otranto rappresenta, in alcune opere – la tradizione storiografica, per cosi dire – tutte tenute diligentemente, senza pregiudizi, presenti per i contributi che sono state in grado di offrire. E non va trascurata, sia detto per inciso, una tradizione storiografica moderna, felicemente operante che quotidianamente si può dire elabora con competenza e senso scientifico gli strumenti da servire alla storia che domani sarà rivista e scritta.

Tra le opere delle trascorse generazioni tenute presenti da Nadia Cavalera ci corre l’obbligo di ricordare quella, indispensabile, del Della Monaca, quelle dell’indimenticabile Camassa, tutte di pregevole e di appassionata documentazione e sagacia narrativa, e quella, più moderna ed anche, strutturalmente, sul piano documentario, più impegnata, del Vacca: si tratta di quella Brindisi ignorata che è, per il suo verso, una autentica miniera per gli studi relativi a questa civile città adriatica.

Infatti, con una medaglia la città di Brindisi volle offrire al Vacca un riconoscimento. Valgano per quell’evento, ormai lontano nel tempo, queste notizie: la consegna ufficiale, presenti le autorità del Comune e della Provincia, avvenne con un discorso del Sindaco Poto e del Presidente del Consiglio Provinciale Perrino il 3 Febbraio del 1958. L’iscrizione, sul rovescio della medaglia, fu dettato dal Prof. Francesco Gabrieli, figlio illustre di Terra d’Otranto e vanto dell’Università di Roma.

Ma conviene a questo punto, allo scopo di rientrare nella carreggiata, dare per un attimo la parola alla Cavalera. La quale, a pag. 107 del libro, a proposito del vetusto Palazzo Morena in via Lata, estremamente articolato nella tipologia architettonica, ma, fondamentalmente, d’impronta «durazzesco-catalana» assume, in riferimento alle leggende di sapore romantico che all’interno del Palazzo aleggiano, che «… C’è chi sostiene infatti che la casa s’imbeva del suo vissuto e che a ben guardare sulle sue pareti o a ben ascoltare i suoi “sogni”, si possa rievocarne la ricca storia … ». Non si tratta, beninteso, di porre in essere una suggestivamente misteriosa operazione di carattere medianico. Tanto, nemmeno con questa, ovviamente, si riuscirebbe ad arrestare l’ascesa, spensierata e spericolata, di quel folletto, il «fraticello che Amedeo Rollo, il cugino ospitato con la famiglia in tempo di guerra, vide correre su per la vecchia scala a pioli di legno, che da uno stanzino attiguo all’attuale ingresso e vicino al grande salone, si inerpicava sino al tetto». E non era solo questa la presenza immateriale che si divertiva a percorrere questa casa antica. Altri fenomeni vi si registrano. Oh, quante case, in Italia e fuori, ospitano folletti che scanzonatamente turbano i sonni degli abitanti di quelle case. Una cultura, questa, del passato? Chi potrebbe dirlo! Diciamo meglio, una cultura di sempre, perché in ogni tempo l’animo dell’uomo s’è fatto turbare da un certo improbabile soprannaturale, indispensabile a fornir materia al romanzo gotico, o nero, sempre suggestivamente attuale. Episodi, questi, una volta verificati sul campo utili per quei fascicoli di divulgazione misteriosofica che, comunque, non senza interesse e diletto si leggono. In realtà, la Cavalera vuol dire che il «vissuto» di quei palazzi è il vissuto quotidiano, concrezione secolare se non millenaria, amalgama della storia degli uomini e delle famiglie, indipendentemente dalla qualità intellettuale degli individui e dal rango sociale dei nuclei familiari. Perché, d’altronde, alla costruzione dell’edificio maestoso, solenne, della storia tutti contribuiamo, quotidianamente, con un lavorio paziente, con il flusso inarrestabile delle nostre passioni, dalle più eroiche alle più vili: e risiede in questa esaltante consapevolezza e provvidenzialità dialettica della storia.

E dei palazzi – vuol dire la Cavaliera –  la storia è necessario sollecitare, in tutti i sensi, anche quelli che all’apparenza possono apparire i meno ortodossi metodologicamente. A pag. 122, infatti, la Cavalera parla, a proposito di Palazzo De Leo – che è cognome caro ad ogni brindisino, per poco che lo sostenga il senso civico, delle patrie memorie -, di «nostro incontro col passato», che è, senza dubbio, quello dei grandi affreschi, cicli ed epoche, all’interno dei quali sono stati impressi mutamenti radicali alle rotte fortunose dei destini dell’umanità.

Infatti, appare spesso, in questa simpatica scorribanda tra i palazzi della città di Brindisi – che è come dire nel tessuto fitto e vivo di una storia irrinunciabile, scritta nel chiuso delle coscienze vigili – il doveroso riferimento a carte private – manoscritti d’ogni genere: diari, documenti amministrativi e notarili o altro documento steso dalla mano dell’uomo giacenti presso case patrizie le cui memorie s’identificano con i momenti fondanti della macrostoria nazionale. È, questo, il segno che la Cavalera, dotato peraltro d’una certa pionieristica anima avventurosa, ha saputo intimamente sollecitare quella storia al punto di ricavarne i segreti custoditi nelle pieghe del vissuto remoto. Fino al recepimento di suggestioni che rientrano nel territorio della magia popolare e trasmettono un certo sapore di romanticismo al racconto storico.

E la storia delle famiglie, o quella degli uomini, in effetti, di episodi all’apparenza trascurabili, provvisori, magari incredibili, è intessuta, che nulla sembra abbiano da spartire con la storia ufficiale, anzi con la storiografia. Ed in ciò s’invera quell’opinione secondo la quale l’anima di un’epoca, il sentimento quotidiano, risiedono più nel vissuto, reale o immaginario, realizzato nella narrativa, che nelle ricostruzioni storiche, pur ampie e fondate sui documenti, della storiografia. Che, d’altro canto, non può non tener conto dei contributi offerti, con larghezza, dalla narrativa e dalla poesia. E, non c’è dubbio, leggendo questo bel libro sui Palazzi di Brindisi, qualcuno arriccerà il naso al cospetto degli inserti a carattere fantastico-narrativo introdotti dalla Cavalera nel racconto storico. Noi, dal canto nostro, pur non negando che con questi suoi interventi la Cavalera non ha potuto non turbare le regole del gioco della storiografia paludato o di quella che nulla concede al di fuori dei suoi confini, pensiamo che con questi inserti di carattere personale – si faccia il caso dell’intervista immaginaria ottenuta sollecitando, a proposito di Palazzo Pinto, la nobile memoria cleIl’ On.le Antonio Fratti – la Cavalera abbia inteso, come dire, riattualizzare la storia introducendovi elementi di vita vissuta, i cui lineamenti, peraltro, non è che restino poi tanto al di fuori della realtà effettuale.

Talché archi ed ogive, archetti, torri, costoloni, paraste, finestre, cortili, logge e loggette e quant’altro concorre a quella somma di peculiarità onde l’architettura è espressione artistica personalizzata dal segno vitale della creatività, passano, relativamente a Brindisi, per queste pagine calde d’affabilita, non prive di quella passione civile che per secoli è stata alimento di molti degli abitanti di questi palazzi, ma nemmeno irrigidite, meglio rese arcigne dalla sacralità della storiografia.

Elementi tutti, quelli, sul cui degrado o sulla cui scomparsa irrimediabile non è possibile non spendere una parola di sincera deplorazione o, quando è lecito pensare che si possa ancora fare in tempo ad intervenire, di sollecitazione o d’incoraggiamento presso gli Enti pubblici o i privati per un recupero soddisfacente.

Certo è che tanta storia di Brindisi è passata per queste pietre vetuste, che la Cavalera racconta per rapidi flash proprio attraverso quegl’inserti di sapore fantastico-narrativo. 1 quali, tra l’altro, esprimono anche la capacità della Cavalera di realizzare episodi sulla cui probabilità storico-esistenziale si può anche giurare, dato che tanti aspetti quotidiani di vita sono identici in ogni tempo.

Ed ecco (pag. 72), a proposito del Palazzo Arcivescovile, la prima tipografia a Brindisi, voluta dal presule Giovanni VII Falces di Santo Stefano, introdotta, nella primavera inoltrato del 1627 – cinquantatre anni dopo la prima tipografia nel leccese, a Copertino -, da Lorenzo Valeri, romano d’origine, ma residente da più anni a Trani. Ne uscì il primo libro stampato a Brindisi, la Practica Brevis ac Universalis dello stesso Arcivescovo, un cimelio  – ancorché poco studiato – dell’introduzione

della stampa nell’Italia meridionale. Un esem-

plare di quest’opera è conservato nella gloriosa Biblioteca Arcivescovile «A. De Leo» di Brindisi.

Ed ecco, a proposito di Palazzo Laviano, seicentesco, una romantica silhouette (pag. 88), come tirata in punta di penna, mediante la quale assume contorni: « … Uscita improvvisamente dal nulla, una dolce fanciulla dai capelli biondi, passeggia languida sul ballatoio, la sua mano scivola vellutata sulla balaustra. Lo sguardo à assente, l’espressione del volto statica. Sogna ad occhi aperti: l’amore? La baronessina Francesca, l’ultima dei Laviano, nella prima metà dell’Ottocento, l’incontrerà proprio quella sera durante la festa che sarà data in suo onore per la presentazione in società …».

Se questa non è storia, tuttavia riflette una pratica che era parte dello vita nell’Ottocento e, dunque, perché non dovrebb’essere anche questo racconto un racconto storico?

La Cavalera non trascura di ricordare che Palazzo Laviano era sede di acerrimi reazionari. Il patrio Risorgimento, per quel che riguarda il contributo, cospicuo, dei brindisini, ricorre spesso in queste pagine e coinvolge uomini vigorosi e di fede, spregiudicati, e donne forti nella tragedia, serene nella vittoria, tutti esponenti di quella borghesia cittadina ed agraria che avrebbe dato vita al più consistente nucleo sociale operativamente efficiente nell’Italia unificata. E, dunque, scorre nella prospettiva della Brindisi risorgimentale Palazzo Pignaflores (pagg. 80-83), con il racconto sobrio, ma puntuale, della sparizione, non poi tanto misteriosa, di Giovannino, sacrestano della chiesa di S. Benedetto, che chiede d’essere affiliato alla setta carbonara i cui componenti si riunivano, per cospirare, appunto nel Palazzo Pignaflores; Palazzo De Marco (pagg. 94-97) con il poetico accenno alla fanciuilezza triste di Carlo De Marco, che sarà Ministro a Napoli con Ferdinando IV; Palazzo Perez (pagg. 103-105), con un episodio che, a detta della Cavalera, fu «un classico del nostro Risorgimento»; Palazzo Montenegro (pagg. 109-114) con il racconto della visita improvvisa, e non troppo gradita, di Ciro Annicchiarico a don Giacomo Montenegro; Palazzo Crudomonte, d’originale e affascinante architettura (pagg. 115-118); il Palazzo di una delle più nobili figure del garibaldinismo (pagg. 133-135), cioè Cesare Braico, maestro di fede e d’azione.

La fame è, si sa, cattiva consigliera e chi si fa consigliare dalla fame è, quasi sempre, vittima più che responsabile, ma il potere politico sulla vittima si scatena. Due cruenti episodi di jacquerie tornano in queste pagine, che molto contarono nella storia cittadina: la rivolta popolare del 5 Giugno del 1647, nel corso della quale fu dato alle fiamme Palazzo Scolmafora, dove abitava Ludovico Scolmafora, esattore dei tributi, e quella – che anch’essa gran danno arrecò ad alcuni palazzi brindisini – dall’8 Aprile del 1946: a Palazzo Balsamo «… volarono giù fino a schiantarsi al suolo i bei vasi di Capodimonte tanto cari alla contessa. Aveva sempre raccomandato alla servitù una cura particolare ed ora giacevano lì, sul selciato, irriconoscibili …»(pag. 78): ma il popolo usciva dalla catastrofe, che a Brindisi aveva colpito con crudeltà, della guerra e si faceva consigliare dalla fame!

Ed infine, con la storia, nel libro di Nadia Cavalera, la cronaca, non più il vissuto, ma il vivente, affettuosamente e senza falsi pudori registrato. Probabilmente, è stato nel registrare questo vivente che la Cavalera deve aver intravisto la possibilità di descrivere i palazzi brindisini. Il vivente – ma anche tanto amore per questa fiera città – deve aver fornito a Nadia Cavalera lo stimolo per percorrere i palazzi di Brindisi. Il resto è venuto con la bibliografia e con la documentazione, non esclusa la fantasia.

Ma un vissuto di sapiente intensità spirituale è, dopo due lunghi e travagliati millenni, la memoria della morte di Virgilio a Brindisi. Mantua me genuit, Calabri rapuere

È, la casa nella quale Virgilio incontrò la morte, quella che la colonna superstite protegge con la sua possente carica evocativa? Chissà! E, tuttavia, ci si lasci pensare che sia quella, anche se – c’informa il Paratore – un solo codice umanistico della Vita, opera di Servio, ci offre l’assurda variante che Virgilio morì a Taranto.

Sarà più facile, guardando quella casa, per noi veder materializzata la dolce figura del cantore dei pascoli, dei campi e degli eroi del nostro Paese.

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