Blog — 12 Marzo 1996

L’ onirismo politico di Nadia Cavalera

di Francesco Muzzioli

Il “nottilabio” era una sorta di “astrolabio notturno” usato dai navigatori per determinare la posizione in base alla stella polare; posto a titolo del volumetto di prose di Nadia Cavalera (Nottilabio, edito da “La città della luna”), vuol significare innanzi tutto un posizionamento nell’altra metà dell’ esperienza, quella notturna del sogno. Siamo cioè chiamati ad orientarci in un universo verbale che non ha più “solari” certezze, ma è invece carico di oscurità, solcato dalla riemersione dell’inatteso e del represso, posto in una condizione di fluttuante disordine. Dunque, per entrare in questo libro, occorre disporsi a passare dall’altra parte, e accettare come norma lo scarto, la sorpresa, l’amalgama disorganico: e tuttavia l’indicazione del titolo, che rimanda a uno strumento di bordo, avverte della necessità di non demordere dalla ricerca di connessioni e di punti di orientamento; in altre parole, di un senso che pure, malgrado tutte le opacità, si comunica.

Non per nulla Nadia Cavalera include continuamente, nella sequenza dei 51 brevi brani che compongono il suo testo, un preciso segnale che rimanda al concreto dell’esperienza collettiva: la presenza costante, nelle spirali e nei soprassalti del mondo onirico, di materiali desunti dalla cronaca politica. Sì, proprio la politica, nei modi in cui quotidianamente investe la nostra esistenza, nel diluvio di informazioni, immagini, giudizi: ecco allora che il soggetto del sogno si trova sbalzato di momento in momento e – come dire – a singhiozzo, nelle stazioni da via crucis di un giornale o telegiornale, immedesimandosi (quando come spettatore e quando come protagonista, non fa differenza) e quasi vivendo in esse con una forte dose di partecipazione e inquietante familiarità. Un esempio ad apertura di libro, tra i tantissimi possibili: “zia Ebe sa che lei è in paese e spera di incontrarla da me si guarda intorno dov’è il muro che a Cipro dal 1974 divide greci e turchi? chiede ma io non parlo sono solo un ministro in Norvegia”; in cui si vede bene l’intreccio tra i residui del vissuto personale e la trasposizione nello scenario diplomatico.

Questa connessione tra onirico e politico suscita già riflessioni e domande intorno al suo senso: che cosa vuoI dire? vuol dire che anche la politica non è essa pure altro che un sogno, e quindi irrealtà e finzione? Ma in tal senso è tale l’insistenza esibita da far prevalere, sull’ironia “morbida” da scetticismo disilluso, l’ironia “mordente” che suona a denuncia della proterva pantomima dei tatticismi. Oppure vuol dire che la politica è diventata ossessione tanto incombente e minacciosa­ – l’autrice stessa parla della “trivialità dei tempi” odierni e della “sottovita” che ci è propria – da invadere e quasi riempire anche l’ enclave del sogno? Avremmo allora l’allusione a un mondo esterno il cui contenimento sarebbe nello stesso tempo indicativo della sua debordante pressione. Vuol dire, per giunta, che “tutto è politico” e che la globalizzazione non consente evasione alcuna, nemmeno nel periodo del riposo notturno? Di conseguenza, altresì, vorrebbe dire che l’idea delle stesse avanguardie surrealiste di assegnare alla scrittura il campo dell’onirismo era una utopia illusoria e che l ‘onirico non è fungibile in rigorosa testualità se non in contraddizione e in tiraggio con il suo opposto, ovvero con la “bruta realtà” del pragmatismo politico? Tanto basta a suggerire le molteplici direzioni di senso messe in atto dall’idea stessa che sta progettualmente al fondo di Nottilabio.

Una idea complessa che dà luogo a un testo che è difficile classificare subito e semplicemente in un genere letterario dato: potrebbe infatti essere inteso come raccolta di racconti brevi e forse addirittura come romanzo-diario di trascrizione di sogni: eppure, altrettanto bene, potrebbe cadere nell’ambito del poema in prosa (si vedano a questo proposito le supposizioni di Giorgio Celli nello scritto introduttivo). E si potrebbe anche argomentare sulla creazione di un genere affatto nuovo, la prosa “onirico-politica”. Per rimanere alla costruzione testuale, ne vanno in primo luogo indicati i procedimenti di “incertificazione”: l’oscillare del soggetto dal femminile al maschile (già presente in Vita Novissima, e che qui colpisce anche l’identificazione ingenua dell”’io” grammaticale con la persona dell’autrice); la punteggiatura ristretta all’esclusivo uso del punto che conduce verso una scrittura continua senza pause interne, nel cui flusso tanto più si evidenziano le giunture arbitrarie (cioè i passaggi che producono lo spaesamento di trovarsi all’improvviso in una frase cambiata; e inducono a rileggere) e lo sviluppo per allitterazione e paronomasia (proprio in generale della scrittura di Nadia Cavalera).

Un rapidissimo campione: “Il viale dopo un dieci metri circa svolta a sinistra ma il boomerang che ha colpito Samarcanda non torna indietro e Pasquarelli col garofano all’occhiello biancofioreggia chiudete il canone! qui sistemo il mio water portatile e mi ci siedo”; in cui vediamo incollarsi materiali eterogenei e insorgere voci inopinate, tra paesaggi idilliaci e abbassamenti simbolici e “teatri di operazioni” da reportages in prima linea. Il flusso della scrittura non è di quelli che consentono l’abbandono alla scorrevolezza; al contrario, è posto sotto il segno di una oscillazione Idialettica che, passo passo, si inserisce nelle performances della libertà sognante privata e impone loro crudelmente l’aggravante zavorra della “fattualità” pubblica con i suoi personaggi ambigui e le sue catastrofi. Altrettanto esattamente si potrebbe dire che la fantasia è inchiodata alle possibilità combinatorie della citazione.

Nell’attuale ripresa del dibattito sull’antagonismo della scrittura letteraria nell’ambito del nuovo movimento della Terza Ondata, il libro di Nadia Cavalera rappresenta una importante linea di ricerca che l’autrice stessa propone di denominare “superrealismo allegorico”. Una formula che contiene vari elementi utili alla discussione teorica. Infatti, nel “superrealismo” ritrova spazio l’avanguardia storica in uno dei suoi punti più forti, ma in qualche modo ricondotta alla sua etimologia, quindi ripensata alla radice. Né essa ricompare più da sola, nel segno della necessità che riceva specificazione e dunque che l’eredità del passato sia passata al vaglio della critica, sia “riletta” (non siamo in presenza di una semplice “coda” del moderno, ma di un progetto di complessa “rilettura” della “modernità”). In tal senso, grande importanza riceve l’attributo derivato da “allego­ria”; esso chiarisce che lo stesso serbatoio-repertorio della realtà onirica personale e della “sragione” pubblica, può essere utilizzato e rifunzionalizzato in una “figura” contraddittoria e densa di significazioni; e dunque è traducibile in una nuova cultura e in istanze oppositive. Ecco con ciò marcate le due direzioni che oggi premono: da un lato il rilancio dell’avanguardia contro le smobilitazioni postmoderne e il suo riattraversamento metodico; dall’altro la ricerca di una “nuova allegoria”, non più fissata in rigidi parametri retorici, ma aperta all’inventività costruttiva di forme attivamente “di scordanti ” e dinamiche.

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