Blog — 17 Dicembre 2013

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Oggi, Martedì 17  dicembre , alle ore 6, è venuto a mancare Roberto Di Marco, un autore di spicco del Gruppo 63, ma in una posizione sempre critica, vicino da sempre alla rivista “Bollettario”, e honoris causa nella prima edizione del Premio Alessandro Tassoni.
Unendoci al dolore della famiglia lo vogliamo ricordare con  immagini attinenti alla serata della Premiazione e con la relativa motivazione. Inoltre riportiamo l’ultima intervista da lui rilasciata a La Repubblica di Palermo e l’ultimo scritto inserito in una recente pubblicazione, “Il romanzo sperimentale seguito col senno di poi ” (L’Orma editore), a cura di Nanni Balestrini e Andrea Cortellessa.

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PREMIO ALESSANDRO TASSONI 2005

Motivazione per l’HONORIS CAUSA a ROBERTO DI MARCO

Roberto Di Marco è stato uno dei protagonisti del dibattito teorico e della scrittura creativa e sperimentale del secondo Novecento. La sua attività  è iniziata nella temperie delle nuove avanguardie degli anni Sessanta, quando Di Marco dava vita con Perriera e Testa al gruppo della Scuola di Palermo, a latere del Gruppo ’63 ma con posizioni decisamente più radicali e maggiormente propense a legare l’operazione letteraria ad un complessivo progetto utopico, di contestazione dell’esistente. Sul finire degli anni Sessanta, a contatto con i movimenti operai e studenteschi, Di Marco aderiva alla azione politica della “Nuova sinistra”, ma continuava ad approfondire la sua linea teorica – soprattutto sulla rivista «Che fare» da lui diretta insieme a Leonetti – anche nei confronti della letteratura e in polemica sia con l’impegno “meccanico”, sia con le idee di sperimentazione pura e di avanguardia soltanto “poetica”. In seguito, Di Marco avrebbe mantenuto un atteggiamento rigoroso e per questo giustamente appartato e alieno a mescolarsi con le dilaganti furberie intellettuali e con la connivenza interessata ai posti; e tuttavia nondimeno produttivo di opere assai significative. Ricordiamo un suo importante testo di teoria intitolato Oltre la letteratura, un tentativo di individuare un possibile uso della scrittura nell’epoca dell’Aziendalismo e della “Letteratura d’accatto”. Ancora, nell’ultimo periodo, Di Marco ha lavorato con vari interventi per approfondire l’analisi della nuova situazione del capitalismo “postmoderno”, e della sua demistificazione critica. E il suo apporto è stato fondamentale nella ripresa del dibattito sull’avanguardia, avendo egli curato insieme a Filippo Bettini l’antologia Terza Ondata, uscita nel 1993, che faceva emergere l’ampio strato di “insorgenza letteraria” esistente in Italia e rilanciava la prospettiva antagonista.
Quanto alla propria scrittura soprattutto narrativa, Di Marco si è segnalato fin dagli inizi di Fughe (1966) per il deciso abbandono nel realismo immediato e la produzione di una testualità  “conoscitiva”, “allegorica” e autostraniante, dove l’azione e i personaggi vengono frammentati per essere esaminati nel loro farsi e, in certo senso, “tenuti in sospeso” sotto uno sguardo speculativo ed ironico. Passando poi per Telemachia, Corrida e commentario, L’Orto di Ulisse, fino a La donna che non c’è (di cui attendiamo la prossima pubblicazione) la scrittura “immaginativa” di Di Marco dimostrava tutta la sua originalità  e la sua refrattarietà  agli standard dominanti. Si potrebbe parlare di una ripresa del mito (non per niente nei suoi titoli ricompaiono i nomi del mito antico, quali Ulisse e Telemaco), precisando però che si tratta di una “mitografia critica”, continuamente attraversata e interrotta dalla riflessione e dalla lama demistificante della teoria e della politica. Un raccontare che non è mai scisso dal pensare e che vuole proiettarsi verso un agire radicalmente “non conformista”. ( a cura di Francesco Muzzioli).

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L.D.  da una conversazione con Roberto Di Marco  – Bologna domenica 08 09 2013

Parlo a ruota libera  con i limiti che presenta attingere alla memoria . Che non registra ma ricostruisce. Come è naturale .

L’avanguardia degli anni 60 da annoverarsi dentro le avanguardie storiche,  è stato un grosso movimento, di voci, di idee, di proposte, di sperimentazioni in tutti i campi Molto interessante per la ricchezza di contenuti, per le intelligenze presenti,  per le proposte ma  anche per i grandi contrasti  di ideologie e di poetiche

Ci si poneva come rottura con il passato , come azzeramento di poetiche e produzioni , ma distruzione no .

In tal senso la distruzione sarebbe stata  impossibile ed anche insensata . La distruzione totale avrebbe portato al silenzio totale

Si voleva “cambiare tutto “ e metaforicamente  tanto per citare Nanni Balestrini, una delle menti più fertili del movimento, “ volevamo tutto”

Non so cosa abbiamo avuto , – a noi sicuramente  la ricchezza di quel periodo straordinario di impegno e tanti  contrasti. Scontri  anche cruenti, ma infinito il piacere di avere rapporti con Sanguineti, Pagliarani, Porta, Eco … per citarne alcuni ,  anche per la notevole statura umana oltre che per l’indiscusso valore poetico e letterario

L’avanguardia ha fatto il suo mestiere di avanguardia … ha procurato cambiamento , ha prodotto novità , sperimentazioni , si è trasformata è finita.  Come tutte le avanguardie

Nulla è presente oggi in scrittori ed artisti , anche se , senza l’avanguardia degli anni 60,   oggi il pensiero  di scrittori e artisti ,sarebbe un altro

Detto questo,  non mi ritrovo in ogni rievocazione, convegno, celebrazione POSTUMI

Ritengo sia non una ricerca, uno studio , una riflessione , ma un modo narcisistico di “ guardarsi l’ombelico” in un mondo che va avanti e dove bisognerebbe capire CHI SONO GLI INTELLETTUALI   GLI ARTISTI – CHE RUOLO HANNO NELLA SOCIETA’ E QUALI SONO LE PRIORITA’ OGGI

Io rivendico ancora il mio ruolo iniziale  di essere materialista e comunista  .. Ho imparato ad esserlo   fra i contadini a Portella delle ginestre , nei quartieri popolari e  nei   katoi di Palermo , fra gli operai del cantiere navale Conoscendo le loro storie ,  la loro vita il loro “ non avere dei diritti”

Finito il movimento d’avanguardia  ho teorizzato con Ipotesi per una letteratura di contestazione

( Marcatrè  n° 21- 23  25 1966), date anche le contraddizioni sociali e politiche che in quel momento esplodevano,

che il modo più significativo  di fare letteratura e arte in genere,   fosse   l’impegno  politico .  In quella che ancora veniva chiamata  lotta di classe

In quegli anni , io,  coerentemente con le mie posizioni teoriche sono stato impegnato in movimenti antagonisti , intanto che in letteratura tutto veniva “ ingabbiato”  “ regolato a fini editoriali , di mercato, come bene di consumo Romanzi usa e getta . Cose , oggetti , nella grande discarica delle MERCI

Ho continuato a scrivere perché comunque la scrittura è  una parte vitale di me , ma da tempo ho deciso di non pubblicare .

Non accetto questo tipo di mercato  e la metamorfosi delle case editrici.

Il romanzo  sperimentale come forma letteraria  può avere ancora un futuro, se si esce dal nichilismo, dalla  scelta di invenzione .  Non occorre  inventare per produrre vuoto . La realtà è sufficientemente ricca di eventi e novità anche stilistiche .Lungi dal proporre ogni forma di nuovo realismo  occorrerebbe muoversi come scienziato, antropologo, etnologo…per entrare nella realtà , rivelare le concatenazioni casuali che spiegano i fatti reali .In una struttura oggettiva , reale  intrisa di passioni e carnalità .

Nell’ambiente c’è la condizione della materia .

Sperimentalismo in tal senso ci può essere ma significa  soltanto entrare nella cultura e nella politica  per fare anche informazione. Produrre conoscenza

L’ALTERNATIVA E’ IL SILENZIO

Negli ultimi anni ho apprezzato molto la ricerca-scrittura di Roberto  Saviano  Forse discusso, ostacolato , ma nuovo e vero . di sangue e carne lontano dall’essere effimero cui il giornalismo lo vuole collocare

Le avanguardie ricompariranno magari sotto altro nome, esploderanno  quando i tempi saranno maturi  Non si possono creare a tavolino o evocarle.   La società è cambiata e cambia velocemente Ci sono in campo fenomeni complessi, non ancora spiegati .

La realtà è  piena di contraddizioni, conflitti anche esasperati, ma è anche  infinitamente affascinante, perché ricchissima di novità, spunti culturali, uomini e donne attivi, creativi e pensanti .Si sta connotando  sempre più come  una società multietnica e multiculturale,   come  meticciato  di popoli e culture che  autonomamente-  seppellirà il vecchio: -contaminato  e mortifero.  Per un rinnovamento e non solo delle sovrastrutture

 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/02/07/gruppo-63-la-rivoluzione-fra-liti-sbornie.html

 

Gruppo 63, la rivoluzione fra liti e sbornie

LA SCELTA di Palermo da parte dei “giovani turchi” come campo di battaglia per sbaragliare i maramaldi della cultura italiana fu del tutto fortuita. Lì infatti era stato intercettato un “Pantalone” che pagava vitto e alloggio per tutti. Fu così che in quel 1963 la città del Gattopardo si riaffacciò per caso con gran clamore, a cinque anni dall’ exploit del principe Salina, alla ribalta delle patrie lettere. La trentina di scrittori, calati in Sicilia lancia in resta e armati di sacri furori, si era adunata sotto le bandiere della Nuova avanguardia, “nuova” per distinguersi dagli “ismi” del primo Novecento (futurismo in primo luogo). Furono i giornali a ribattezzarla “Gruppo 63”, chiaro riferimento temporale. Marchio vincentee indelebile, visto che va e viene dalle cronache a ogni anniversario. E non solo. Un’ altra spia della casualitàè il fatto che i protagonisti del tempo, ricordano fatti e circostanze in modo dissonante. È la prova che non fu un’ iniziativa scaturita da una organizzazione preordinata, ma un’ improvvisazione fortuita. La casualità scaturisce sempre da qualche circostanza. In quel caso l’ artefice fu il più arrabbiato degli scrittori, Nanni Balestrini, capofila dei ribelli, che come racconta Umberto Eco «era amico del barone Francesco Agnello che in quegli anni nel capoluogo organizzava le Settimane di nuova musica. Il barone trovò i finanziamenti per ospitarci e ci ritrovammo nell’ hotel Zagarella di Santa Flavia. Anchea tanti anni di distanza ricordo l’ atmosfera incantata dell’ albergo allora strutturato in tanti piccoli bungalow sul mare. Discussioni animate e grandi bevute sotto le stelle». Scrittori, poeti ed editori, tutti pervasi dal sacro furore della rivoluzione letteraria, dove per andare avanti bisognava uccidere i padri, quei Cassola, quei Pratolini e quei Bassani “bollati” da Edoardo Sanguineti come “nuove Liale”. È un magnifico ottobre, assolato come un inizio estate, tra quei bungalow scorrono vino e parole in egual misura. È uno scanna scanna generalizzato. Ognuno legge le sue cose e ogni altro commenta, chiosa, critica, alza la voce o fa spallucce. «In pratica – come ci disse tempo fa il poeta e critico Edoardo Sanguineti – inventammo la contestazione permanente. Diciamo che abbiamo dato il la al Sessantotto con cinque anni di anticipo». «Anche come tematiche fummo pionieri – aveva aggiunto il poeta Elio Pagliarani, compagno di quell’ avventura – per la prima volta in un convegno letterario si parlava di antropologia, psicanalisi, semiologia, sociologia. Una ventata di aria nuova che avrebbe condizionato la cultura degli anni a venire. E ancora dopo». Tre giovani palermitani si trovano in quella furiosa compagnia: Michele Perriera, Gaetano Testa e Roberto Di Marco, i quali qualche mese prima avevano pubblicato con Feltrinelli tre racconti in un’ antologia che Alfredo Giuliani aveva intitolato “La scuola di Palermo”, suscitando le ire di uno degli autori. «Mi arrabbiai moltissimo per il titolo – racconta Di Marco – induceva a scambiarlo per un testo didattico. Così scrissi una veemente lettera al curatore scaricando tutto il mio livore. Lui mi risposte con una lettera altrettanto offensiva. Io la lessi e la rimandai al mittente, come se non l’ avessi ricevuta. Eravamo stracolmi di furori, non astratti. In origine nel nostro gruppo c’ era anche Crescenzio Cane, recentemente scomparso. Ci fu però un allontanamento perché poco in sintonia con la nostra impronta più politicizzata. Cosa ricordo di quelle cinque giornate che sconvolsero il mondo letterario? – continua – Una grande passione, parole, parole, di tutti, su tutto. Poi io andavo a casa a cenare, perché noi palermitani avendo famiglia qui, non stavamo con loro alla Zagarella. La sera ai concerti e di notte ancora incontri, dibattiti. Eravamo convinti di cambiare il mondo». Gli accesi confronti si trascinano fino all’ aeroporto, allora Punta Raisi, dove una furente Inge Feltrinelli, forse l’ unica donna del Gruppo, conciona fin sulla scaletta dell’ aereo sulla narrativa da rifondare. Le giornate palermitane scorrono tra confronti, scontri, camminate nelle viuzze del centro storico, allora zona off limits, con gli scrittori del Nord che provavano il brivido dell’ ignoto in quella sorta di terra di nessuno. Alla Zagarella o al Teatro Massimo invece dibattiti top secret. «Balestrini, che era il capo branco – racconta Di Marco – impose il divieto di accesso a fotografi e giornalisti. Io e Sanguineti, del quale ero molto amico, ci opponemmo, appellandoci al valore della libertà d’ informazione. Arrivammo a un confronto acceso, ma lui fu irremovibile». Peccato perché proprio di quell’ atto fondativo del “Gruppo 63” manca il sigillo di un’ immagine inchiodata al tempo. Salvatore Di Marco, scrittore, che visse quell’ esperienza in seconda fila, all’ ombra del fratello Roberto, dice: «Frequentandoli negli anni successivi capii che quella nuova avanguardia aveva i connotati del Nord. Non aveva nulla a che fare con noi del Sud. E posso dire, a ragion veduta, che i tre palermitani si trovarono in quella compagnia per caso». E riecco la casualità. A Palermo accaddero anche imbarazzanti imprevisti. Alberto Moravia, nell’ elenco dei cattivi con Pasolini, uomo molto curioso, venne in treno a Palermo, da imbucato, per trovarsi nell’ epicentro di quel terremoto, per capire e per cogliere qualche fermento utile anche a quelli della sua generazione. «Non lo avevamo invitato- ricorda Eco – perché era schierato sul fronte che noi combattevamo. Si creò una situazione di disagio. A Roma ci frequentavamo, andavamo a cena insieme, ma in quel clima di contestazione eravamo diventati estranei. Lui e i suoi da una parte, noi dall’ altra. Ma finì chei due clan casualmente si incontrarono a Segesta, dove eravamo andati separatamente a visitare il teatro. Ci ignorammo gli uni con gli altri con grave imbarazzo per molti di noi. Era la visualizzazione di una spaccatura letteraria reale». Poco prima di morire Michele Perriera ci parlò delle cinque giornate di Palermo, del suo timido silenzio. «Non riuscivo a dire niente senza un certo panico, un po’ per timidezza, un po’ perché mi sentivo diverso: stimavo e praticavo la tradizione. Ancora oggi continuo a vivere la tensione degli opposti: centralità dell’ individuo e centralità sociale, regalità dell’ ordine e fascino del disordine. E nel tempo molti giudizi si sono ribaltati. Debbo confessare che continuo a essere critico con Bassani e Cassola, ma nel tempo mi sono ritrovato ad apprezzare, tra i nemici di quel Sessantatré l’ intelligenza di Moravia e la genialità di Pasolini». Negli stessi anni del revisionismo di Perriera molti degli incendiari di allora sono finiti tra le file dei pompieri, occupato le poltrone chiave dell’ industria culturale. Erano partiti da Palermo per cambiare il mondo ma fu il mondo che strada facendo cambiò loro.

TANO GULLO

 

 

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