News — 24 Settembre 2025
LIBERARSI DAL SUPREMATISMO E PRATICARE L’UGUALIANZA
Peter Beinart, editorialista di «The New York Times» , commentatore presso la MSNBC, docente di Giornalismo e Scienze politiche alla Craig Newmark Graduate School of Journalism presso la City University di New York, nello scegliere il titolo del suo ultimo libro aveva due opzioni: “Essere ebrei dopo il 7 ottobre” oppure “Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza”. Ha scelto coraggiosamente quest’ultimo per lanciare la sua sfida: non fermarsi all’orrore del 7 ottobre 2023, ma misurarsi con ciò che è venuto dopo, cioè la devastazione sistematica inflitta dallo Stato d’Israele a un popolo confinato in un ghetto. È una scelta che spiazza. Come scrive l’autore in apertura, rivolgendosi a un interlocutore ipotetico definito “ex amico”:
«Quando ti sento tuonare parlando degli israeliani che sono stati uccisi e presi in ostaggio il 7 ottobre, vorrei che riservassi parte di quella legittima rabbia ai palestinesi che sono stati massacrati in maniera ancora maggiore. […] Non perché io minimizzi quel giorno. Come te, sono ancora sconvolto da quelle atrocità. Ho scelto questo titolo perché so che sei inorridito da quel giorno. Mi preoccupa il fatto che tu non sia sufficientemente inorridito dai giorni che sono seguiti e da quelli che l’hanno preceduto».
Fin dalle prime righe, Beinart mette a nudo la lacerazione interna all’ebraismo: una frattura tra chi difende Israele ad ogni costo e chi osa criticarne le scelte in nome della stessa tradizione etica e religiosa ebraica.
Ne consegue che Il cuore del libro è una riflessione sul potere delle narrazioni. Gli ebrei moderni – scrive Beinart – non si descrivono più come popolo eletto da Dio, ma come popolo che «la storia ha condannato a confrontarsi perpetuamente con l’annientamento» e che «in modo miracoloso, riesce sempre a sopravvivere». Una sorta di mania di persecuzione millenaria che li costringe a reagire. Per questo la «battuta» corrente tra di loro pare sia che « ogni festività ebraica ha la stessa trama». Cioè: «Hanno provato a ucciderci, siamo sopravvissuti, mangiamo». «È così che tanti ebrei raccontano non solo il Purim ma molti dei nostri più amati giorni di festa. La Pasqua ebraica racconta la liberazione dall’Egitto. Chanukkà celebra i Maccabei, che ci hanno liberati dalla persecuzione dell’imperatore seleucide Antioco».
Ma le narrazioni sono sempre di facciata, parziali e mutilate. Nel celebrare le feste, viene occultata sempre la parte più scomoda che le concerne. A dimostrazione, per tutte, la sua descrizione del Purim, quando gli ebrei, che amano i costumi, ne indossano di « assurdi, mangiano dolci a forma di triangolo, e ascoltano una storia su un tentato genocidio», dal Il libro di Ester, una loro santa.
Durante il Purim ci si limita a ricordare lo scampato genocidio grazie all’ebrea Ester che, divenuta fortunosamente moglie del re persiano Assuero (V secolo a.C.), salva il popolo ebraico dai complotti del malvagio Aman. Si legge solo questo. Ma non è tutto. La storia continua. E Beinart ce la racconta. Autorizzati dal re a vendicarsi «I Giudei colpirono i loro nemici a colpi di spada», come proclama il Libro di Ester, «uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero». Il tredicesimo giorno del mese di Adar, gli ebrei uccidono settantacinquemila persone. E per il quattordicesimo indicono un «giorno di riposo con gioia ed esultanza» (libro di Ester). «Con il sangue dei nemici ancora fresco, gli ebrei fanno festa e baldoria» commenta Beinart. Questa è la vera origine della festa di Purim. Decreta: «Il Purim non parla soltanto della minaccia dei gentili nei nostri confronti. Ma anche della minaccia che noi rappresentiamo per loro».
Lo stesso vale per Chanukkà (la risposta al Natale per gli ebrei americani ma non per gli ebrei israeliani che l’hanno trasformata «in una storia protosionista sulla riconquista della sovranità») e altre ricorrenze: ci si ferma alla parte edificante, si rimuove quella in cui gli ebrei diventano oppressori.
Da qui l’accusa della falsa innocenza: «Noi non siamo le eterne, virtuose vittime della storia. […] Quella falsa innocenza, che pervade la vita ebraica contemporanea, confonde la dominazione con la difesa di sé. Esenta gli ebrei dal giudizio esterno. Offre a degli esseri umani fallibili un lasciapassare senza fine».
Un altro rischio mortale che Beinart individua è il tribalismo per cui Israele viene ridotto a fortezza etnica, e la solidarietà ebraica nel mondo diventa «un sedativo morale», utile a giustificare fame e massacri.
Il passaggio più duro riguarda la sostituzione della fede religiosa con la fede nello Stato:
«Nel Talmud il rabbino Jochanan definisce il rifiuto dell’idolatria la vera essenza dell’essere ebreo. Eppure oggi, nelle comunità americane, è più tollerato non andare in sinagoga che non riconoscere Israele. Abbiamo sostituito la fede nello Shabbat con la fede nello Stato».
Questa idolatria politica trasforma l’ebraismo da religione universale in identità tribale.
Beinart ricorre spesso al confronto storico, commentando varie possibili analogie prospettate sottolineandone le difficoltà interpretative. E se rifiuta il paragone di Gaza alla Germania nazista (come fa la propaganda israeliana), propende più per la reazione americana alle aggressioni da parte delle riserve indiane nel XIX secolo. Per precisare poi che «A Gaza Israele non sta combattendo contro cittadini di un altro paese. Sta combattendo contro persone prive di cittadinanza perché Israele le ha costrette a lasciare la loro terra e le ha confinate in un ghetto sulla costa». Per questo motivo «È difficile trovare analogie contemporanee per questo tipo di guerra, perché è un ritorno all’epoca coloniale».
E denuncia il paradosso politico: per difendere il suprematismo in Israele, le lobby ebraiche si sono alleate con i suprematisti bianchi americani ed europei, spesso apertamente antisemiti. Un’«autoghettizzazione» che rischia di rendere gli ebrei complici delle stesse ideologie che li hanno perseguitati.
Quale l’alternativa in questa prospettiva disastrosa? Una proposta radicale: abbandonare la supremazia, scegliere l’uguaglianza. Un’unica realtà in cui ebrei e palestinesi possano vivere in una reciproca condizione di pace e sicurezza. In stretta correlazione e codipendenza tra di loro, nel riconoscimento che il vero valore è quello della vita umana. Non delle autorità statali. Beinart cita il Levitico:
«E proclamerete libertà nella terra per tutti i suoi abitanti». Non solo per gli schiavi, ma anche per i padroni: «L’essere padrone di schiavi ti rende a tua volta schiavo. Liberando l’oppresso, si libera anche l’oppressore».
Da qui l’osservazione più sorprendente: persino il faraone, nella storia dell’Esodo, viene liberato dal suo ruolo di oppressore. Finché ci saranno padroni e schiavi, nessuno sarà libero.
Il libro di Beinart è potente e necessario, ma arriva tardi. Non a caso qualcuno potrà pensare che se riflessioni di questo tipo fossero state gridate con più forza e da più ebrei autorevoli, negli anni ’70 o ’80, forse non saremmo arrivati alla «distruzione di Gaza».
Eppure, proprio nella sua tardività sta la sua utilità oggi. Beinart non parla solo agli ebrei: quando denuncia la riduzione della religione a identità tribale, quando smaschera l’idolatria dello Stato, quando avverte che «i criminali dominano il globo, incitando alla violenza tribale», non parla solo di Israele. Ci costringe a chiederci se sia ancora possibile dirci umani dopo Gaza.
Il messaggio finale è chiaro e universale:
«Forse è questo ciò che significa oggi per il popolo ebraico benedire l’umanità: significa liberarci dal suprematismo e contribuire, insieme ai palestinesi, a liberare il mondo».
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