News — 25 Agosto 2025
DRAGHI, IL GRANDE ABBAGLIO
di Nadia Cavalera
1.Retorica, potere e macerie lasciate all’Italia.
C’è un’Italia che continua a venerarlo, e un’Europa che lo considera un modello di serietà, autorevolezza e visione. Mario Draghi, ex presidente della BCE e già presidente del Consiglio, viene ancora raccontato come il “salvatore”, il garante della stabilità, l’uomo della competenza. Ma basta scrostare la vernice, ripercorrere i suoi atti, rileggere senza veli i suoi anni di governo e confrontarli con i discorsi altisonanti, per capire che siamo di fronte a uno dei più grandi abbagli della politica italiana contemporanea. Un abbaglio che ha avuto, e continua ad avere, un costo altissimo per il nostro paese.
2. L’ambizione nascosta: il Quirinale
La parabola di Draghi a Palazzo Chigi non nasce da un improvviso amore per la politica, né da un senso di missione nazionale. La sua unica vera ambizione, mai celata nei corridoi di potere, era diventare Presidente della Repubblica. La carica di premier fu per lui solo una tappa intermedia, un sacrificio calcolato, il trampolino ideale per scalare la collina del Quirinale.
Accettò l’incarico da Mattarella nel febbraio 2021 solo perché qualcuno gli aveva fatto intravedere quella possibilità: governare per pochi mesi, rassicurare i mercati e i partner internazionali, costruire consenso trasversale e raccogliere la corona presidenziale a inizio 2022. Tutto qui.
Il suo metodo fu semplice: accorpare i partiti in un unico recinto, illudere ciascuno con qualche concessione, tenere in piedi le misure già varate da Conte – suo vero rivale in termini di popolarità – e attendere. Non a caso si parlò subito di “governo dei migliori”, come se la politica fosse finalmente esautorata e sostituita dai tecnici illuminati. In realtà, il vero obiettivo era uno solo: garantirsi i voti per il Colle.
Ma quell’operazione fallì. Al momento decisivo, nel gennaio 2022, il Parlamento non se la sentì di cambiare comandante della nave nel pieno della tempesta pandemica. E Draghi rimase con un pugno di mosche, mentre Mattarella fu rieletto.
Dietro la sua apparente compostezza, il colpo bruciò. Da quel momento il suo rapporto coi partiti mutò: meno concessioni, più rigidità, più disprezzo malcelato. Il premier tecnico si trasformò nel sovrano offeso.
3. Il “grande europeista” nel viaggio dei tre magi per le armi in Ucraina
Quando, il 24 febbraio 2022, Putin invase il Donbass, Draghi trovò l’occasione perfetta per rifarsi un’immagine.
E, nel giugno 2022, vola a Kiev insieme a Macron e Scholz. Le immagini ufficiali li mostrano compunti, in posa davanti alle telecamere, come pellegrini in visita all’icona di Zelensky.
Sembravano i tre magi venuti dall’Occidente a portare doni: non oro, incenso e mirra, ma armi, fondi e promesse di sostegno “fino alla vittoria”.
Il ridicolo di quella passerella diplomatica si svelò pochi giorni dopo: Draghi dichiarò che “Zelensky non ci ha chiesto armi”. Una frase subito smentita dai media ucraini e persino da testimoni sul posto. Era l’ennesima messa in scena, una recita pensata per placare l’opinione pubblica italiana, mentre i convogli militari partivano regolarmente verso Kiev.
L’Italia, costituzionalmente ripudiatrice della guerra, divenne cobelligerante a sua insaputa.
Infatti, il governo Draghi non si limitò agli aiuti umanitari, ma inviò armi, segretando i decreti che ne specificavano quantità e tipologia. Missili Stinger, missili anticarro Spike, sistemi offensivi: l’Italia si trasformò in base logistica e finanziaria della guerra, senza mai aprire un serio dibattito pubblico.
Mentre Zelensky arringava i parlamenti occidentali, mentre Hollywood e Silicon Valley costruivano una campagna mediatica senza precedenti, Draghi si adeguava al copione scritto da Washington e Londra: “Putin non deve vincere”. Era questo il mantra, ripetuto a Bruxelles, a Roma, in ogni intervista.
Peccato che nessuno dei proclami sulla pace fosse seguito da reali iniziative diplomatiche. Anzi, ogni proposta di trattativa veniva sistematicamente ignorata o delegittimata. L’Italia diventava un attore bellico a tutti gli effetti, esponendosi ai rischi di escalation nucleare, e intanto il costo della guerra cadeva sui cittadini: bollette insostenibili, inflazione galoppante, aziende costrette a chiudere.
Dieci milioni di poveri, un autunno di fuoco: questo è stato il lascito economico e sociale del governo Draghi. Ma nei salotti televisivi e nei giornali asserviti si continuava a dipingere l’ex premier come lo statista sobrio, l’europeista lungimirante, l’uomo del “debito buono”.
4. L’Europa nei discorsi, l’Italia nelle macerie
Il paradosso si coglie ancora meglio leggendo il suo discorso al Meeting di Rimini, nell’ agosto 2025. Lì Draghi dipinge un’Europa “marginale” nei negoziati di pace per l’Ucraina, “spettatrice” a Gaza, incapace di avere peso geopolitico. Denuncia l’illusione coltivata per decenni che la forza economica fosse sufficiente a generare potere politico. Evoca la necessità di un’integrazione più profonda, di un mercato interno meno frammentato, di investimenti comuni sulle tecnologie strategiche.
Belle parole. Ma vengono da chi, al governo, ha fatto l’esatto contrario.
Draghi si lamenta dei dazi americani e delle pressioni Usa sulla spesa militare, ma da premier ha accettato tutto senza fiatare, trasformando l’Italia in capofila della guerra per procura contro la Russia. Predica la necessità di un’Europa protagonista, ma in quel frangente l’Europa era spettatrice proprio perché leader come lui hanno preferito l’allineamento totale alla NATO, abdicando a qualsiasi ruolo autonomo.
Parla di “debito buono” da destinare alle tecnologie e agli investimenti comuni, ma da presidente del Consiglio ha lasciato un PNRR in ritardo cronico, con risorse bloccate e cantieri mai partiti. Parla di “unità d’azione”, ma il suo governo si è dissolto in un’estate di veleni e dimissioni, incapace di tenere insieme la compagine che lui stesso aveva assemblato. Il tutto senza pentimenti, ma con la precisa volontà che si proseguisse sulla sua strada. A questo proposito va ricordato che, quando, nell’autunno 2022, Giorgia Meloni vinse le elezioni, Draghi si presentò come un maestro severo che passa la cattedra all’allieva. Non una semplice transizione istituzionale, ma un vero e proprio catechismo politico: raccomandazioni, avvertimenti, dossier consegnati come tavole della legge.
Era l’indottrinamento di chi, pur avendo perso la partita del Quirinale, voleva comunque garantirsi che l’Italia rimanesse sul solco tracciato: fedeltà atlantica, sostegno militare a Kiev, obbedienza alla logica dei mercati.
Meloni raccolse quel testimone senza esitazioni (se ne vedono oggi le tragiche conseguenze). E Draghi, da regista occulto, poté sentirsi rassicurato: il suo compito – traghettare l’Italia e l’Europa in guerra, piegarle al diktat degli alleati – era compiuto.
5. Il mito della competenza
A Rimini si erge a profeta dell’integrazione europea, ma la sua carriera dimostra che il suo unico vero padrone non è mai stato l’Europa: è stata la finanza internazionale, la logica dei mercati, l’asse atlantico.
Draghi è stato presentato come l’uomo delle competenze, del rigore tecnico, dell’efficienza. Ma cosa resta di concreto del suo anno e mezzo di governo?
• Una gestione economica che ha acuito diseguaglianze e povertà, aggravata dalla crisi energetica.
• Una politica estera appiattita sulle direttive Usa/Nato, che ha trasformato l’Italia in pedina senza voce.
• Una campagna vaccinale già impostata dal governo Conte, che Draghi ha solo proseguito.
• Un PNRR ostaggio della burocrazia, i cui nodi esplodono ancora oggi.
Il resto è retorica, è immagine costruita a tavolino. Così come il suo “whatever it takes” (“a tutti i costi”) alla BCE fu presentato come atto eroico, quando in realtà servì principalmente a guadagnare tempo e a salvare le banche tedesche e francesi più esposte sui debiti sovrani.
La verità è che Draghi è sempre stato un “uomo del Capitale”, fedele esecutore dei suoi interessi. Non un visionario, ma un tecnico obbediente. Non un costruttore, ma un liquidatore.
6. La fascinazione italiana
Eppure, nonostante tutto, una parte dell’Italia continua a esserne affascinata. Ricordiamolo.
I vari Di Maio, Renzi, Calenda, Letta hanno agitato la bandierina dell’“Agenda Draghi” fino alle elezioni del 2022, decretando così la propria irrilevanza e aprendo la strada al trionfo della destra.
I media mainstream continuano a trattarlo come oracolo, pronto a rientrare in campo al momento opportuno. Ogni suo discorso viene accolto con ovazioni, ogni sua analisi con reverenza.
Ma quell’incanto è il vero veleno. Perché mantiene in vita l’illusione che la salvezza dell’Italia debba venire da figure tecniche, “super partes”, al di sopra della politica. Illusione che ci ha già portati sull’orlo del disastro sociale e democratico.
7. L’abbaglio da smascherare
Mario Draghi non è stato il salvatore dell’Italia. Non lo è stato a Palazzo Chigi, non lo è oggi nei convegni e nei discorsi. È stato piuttosto il garante di un sistema che ci ha resi più poveri, più dipendenti, più subalterni.
Dietro la sua compostezza da professore e il linguaggio da banchiere centrale, si cela l’uomo che ha guidato l’Italia alla guerra senza dibattito, che ha lasciato il paese in ginocchio davanti all’inflazione e al caro energia, che ha inseguito invano il Quirinale, fallendo il suo unico vero obiettivo personale.
Smascherarlo significa restituire dignità alla politica, ricordare che non esistono “tecnici salvatori”, ma solo scelte politiche, spesso dolorose, che vanno assunte con responsabilità e trasparenza.
Continuare a venerarlo significa condannare l’Italia a restare vittima della propria infatuazione per l’uomo forte, per il tecnico infallibile, per il salvatore della patria.
È ora di guardare oltre. Draghi appartiene al passato. Le sue macerie, purtroppo, sono ancora tutte presenti.

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