Articoli Prose — 15 Novembre 2011
 da VIA MAESTRA, Brindisi, Hobos edizioni, 2011

questo racconto/testimonianza (con aggiunta postuma di note e foto)

Via Montebello 20 (1) e la nascita di Gheminga

di 
NADIA CAVALERA
Miio De Angelis su “Gheminga”

 Brindisi 1978: Andrea e nello sfondo
il complesso abitativo di via Montebello 20, in costruzione

 

Affacciandomi dai balconi della mia casa, all’ultimo numero civico di via Solferino (2), e guardando al di là del campo sportivo dell’Istituto Tecnico Majorana, che s’imponeva di spalle, alla mia destra, l’avevo visto nascere: il complesso abitativo di Via Montebello 20. Era il 1977.
All’inizio spazio brullo, poi  recinzioni, andirivieni di addetti ai lavori, ruspe, scavi, un cartellone informativo con l’indicazione della ditta d’impresa,  “Leccisi e Carparelli” , e del loro ufficio vendite, al centro, in via Conserva.

E io e mio marito Saro (forti di due piccole eredità ricevute dalle rispettive famiglie) ci andammo subito. Ci piaceva l’idea di comprare una casa lì, nel quartiere più numinosamente e luminosamente patriottico della città: Santa Chiara. Con le sue vie e piazze risorgimentali: Magenta, San Martino della Battaglia, Curtatone, Porta Pia, Sapri… . Un quartiere residenziale di recentissima costituzione, arioso, pieno di verde, dotato di negozi e servizi, che si sviluppava tra la statale per Bari, la via Appia, viale San Giovanni Bosco, e viale Liguria (oggi Palmiro Togliatti e Aldo Moro), che, attraverso il cavalcavia De Gasperi, catapultava quasi, per l’alta pendenza, nel centro storico. Ecco, partendo da questo e mantenendosi sulla traiettoria destra, Santa Chiara era praticamente nel mezzo, tra la popolosa attiva seppure appannata dagli anni Commenda e il più lontano, quasi esiliato, quartiere di edilizia popolare Sant’Elia, al di là di un altro alto cavalcavia.

Noi siamo sì sensibili al fascino dei nomi (a me  soprattutto capita di scoprire legami nello spazio e nel tempo, impensabili per altri), ma in quel caso giocò soprattutto il fatto che ci trovavamo bene in quel quartiere, dacché, nella primavera del 1976, eravamo approdati finalmente a Brindisi. Ci lavorava Saro, e avrebbe offerto a me, da poco laureata, maggiori opportunità per le supplenze scolastiche.
Rosers, Patente corrosa di Galatea, fotografia, 1991,
da “Superrealismo allegorico”, Modena, 1993

Inoltre il nostro piccolo Andrea  di 5 mesi  per crescere bene aveva bisogno di un ambiente più confortevole della vecchia casa di Torchiarolo. Non che fossimo di lì, c’eravamo capitati per caso. Io ero di Galatone (nel leccese) e Saro vi si era trasferito per me, lasciando la sua Sicilia.  Un sacrificio già grande, non potevo permettere che si accollasse anche quello di fare 150 chilometri al giorno, da quando (grazie a mio fratello Giovanni) era stato assunto alla Nuova Saca Motori di Brindisi. Toccava a me ricambiare. Ma non era facile da Galatone trovare casa così lontano, né riuscivano ad esserci d’aiuto i parenti che avevamo sul posto, così cogliemmo al volo il suggerimento di un collega di Saro: «Al mio paese, a  Torchiarolo, si affitta una casa, venite a vederla. Stareste più vicini». E così fu, una tappa di avvicinamento, peraltro deliziosa, che ci offrì  tre anni circa  di grande convivialità e sincera amicizia: eravamo stati subito adottati, dopo la piacevole scoperta, dalla numerosa distinta famiglia di un mio compagno del liceo di Lecce, Pio Tarantini, nativo del posto ma che in quegli anni era già a Milano, a praticare l’amore per la fotografia, tra sussulti poetici verbali, in essa poi convogliati definitivamente.

Via Montebello 20 era un enorme palazzo di sei scale (a cinque piani ognuna), interrato di circa tre metri rispetto al livello stradale. Nella facciata sembrava impostato a semicerchio intorno all’ampia sede sociale, davanti alla quale un’aiuola costeggiava la discesa dopo il cancello. In realtà nella parte retrostante assumeva un andamento irregolare con spuntoni vari, a pettine sdentato, tra cortili e numerosi spazi verdi. Il pianoterra era costituito tutt’intorno da garages e portoni d’ingresso. Con una bizzarria costante. Sull’entrata principale di ogni scala sporgevano le cucine, mentre sulle entrate secondarie i balconi di rappresentanza.
Ma di questa anomalia stilistica (che ci risultò in seguito insopportabile), sulla carta non ci accorgemmo. Tutto ci sembrava bello e lindo come il colore definitivo dell’immobile: bianco (giusto una fascia orizzontale marrone al centro) e acquistammo uno dei tre appartamenti al terzo piano della scala E, la seconda da destra, in linea diretta col cancello (come il nostro garage, ad angolo retto con l’entrata).
Dopo averla covata con gli occhi, giorno dopo giorno, l’abitammo nell’estate del 1979. Pensavamo per sempre. Visto le tante e costose modifiche che avevamo fatto apportare al progetto standard: ingresso e salotto unico su cui dava lo studio (inizialmente cucina); tinello al posto della terza camera da letto, servito da un lungo e largo balcone, chiuso da quattro enormi finestroni scorrevoli e diviso in cucinotto, lavanderia e ripostiglio. Questo doveva sostituire parzialmente lo stanzino previsto, trasformato in un armadio a muro/spogliatoio, aperto con due ante antiche in camera da letto e così capiente che nell’interno (tappezzato da carta da parati in stoffa color rosa antico, e col pavimento unico di tutta la casa, bagni compresi) ci stava un settimino di fronte con sedia davanti, e  ai lati, sopra e sotto, su supporti metallici attaccati al soffitto, i vestiti. Inoltre per lo studio avevo mobilitato il nostro restauratore di famiglia, all’occorrenza ottimo falegname, Mario Campa di Aradeo, per farmi ricoprire un’intera parete da una libreria, con le guide tipiche delle librerie e credenze antiche, così che i ripiani potessero essere spostati a seconda la necessità.
Ebbene da quel 1979  gli avvenimenti e gli impegni, tra cui la cura meticolosa dell’arredamento (ogni pezzo, pur di origini e stili diversi, doveva amalgamarsi perfettamente al resto, secondo il gusto personale che ognuno sviluppa negli anni), si susseguirono frenetici, mettendo a dura prova talvolta la stessa tenuta interna del nucleo familiare. Ma in fondo tutto nella norma, come per molte giovani coppie, anzi più fortunate di altre (tanto più se pensiamo alla situazione tragica attuale dei trentenni).
Nel 1980 la casa è stata allietata dalla nascita di Diego; Saro progrediva nelle sue mansioni, faceva il cassiere della ditta, un ruolo delicato che prevedeva per gli spostamenti l’uso costante di un autista; io, poeta di nulle speranze, alterna ed alternativa, ero tornata alla scrittura creativa piuttosto stabilmente (dopo il periodo di volontaria astensione in seguito alla perdita del mio primogenito Alfio) e, quanto alla mia situazione lavorativa, si stabilizzò col passaggio in ruolo, a scuola, nel 1982.
Anno in cui scoprii però la malattia. Benigna ma che mi traumatizzò non poco (da qualche parte conservo ancora un nastro su cui ho registrato un messaggio per  i miei figli che temevo di non veder crescere). Comunque, dopo un primo periodo destabilizzante, ne feci occasione di rilancio personale e mi confermai nell’idea di portare a compimento i miei progetti. Così proseguii la mia collaborazione col Quotidiamo, da poco iniziata. Casualmente. Dopo aver realizzato un’interessante esperienza di teatro a scuola, chiamai il giornale per metterlo al corrente e saggiare il suo interesse a parlarne. «Scriva un articolo – mi disse qualcuno al telefono – e ce lo porti». Probabilmente chi aveva risposto (individuato poi in Oronzo Martucci) intendeva dire «faccia un comunicato stampa», ma io fedele alla correttezza semantica, lo presi in parola e feci l’articolo. Fu pubblicato, con qualche taglio, in un trafiletto il 30 dicembre 1981. Titolava: Animazione teatrale in una scuola di Brindisi. Questo mi diede il coraggio di propormi come critico teatrale e con mia somma gioa fui subito accettata. A teatro andavo sempre con Saro. Per i bambini ci faceva da baby sitter Iole, la figlia più grande della nostra vicina di pianerottolo, che garantiva per lei, e noi ci sentivamo doppiamente sicuri. Al ritorno, mentre mio marito andava a riposare, io scrivevo la recensione, che la mattina successiva lasciavo nella cassetta della posta della redazione prima di andare a scuola. Un tour de force in anni che si prospettarono felici per il  teatro a Brindisi. Da poche anime iniziali, a partire dalla stagione 1981-82, ci fu un tale crescendo di partecipazione, che, in quella del 1984-85, Brindisi risultò la prima piazza di Puglia, per incasso. Stando almeno a quanto mi rilasciò in un’intervista il gestore del Cinema Teatro Impero, dove si tenevano le rappresentazioni (3). Il Teatro Giuseppe Verdi, con vista sugli scavi archeologici, era ancora in soporosa problematica costruzione. A questo proposito, avendo scoperto che Brindisi (in San Vito dei Normanni) vantava un musicista del Settecento di grande spessore, l’intitolazione a Verdi, oltre che banalmente generica (ce ne sono tanti in Italia), mi sembrava autolesionistica, così rilanciai la proposta (già dello studioso Giuseppe Roma) che fosse intitolato a lui.
E Leonardo Leo chiede giustizia fu il mio primo articolo di storia locale. Dopo ne vennero tanti altri e tra novembre 1982 e febbraio 1983 anche una serie di racconti ambientati nei palazzi cittadini. Mi sentivo allora pregna, per autoinvestitura, di una qualche missione da compiere. Ero come invasata, di certo invasa da tutti i libri di storia locale scovati nelle biblioteche. Più mi addentravo nella storia della città, più ne scoprivo l’avvincente peculiarità e soffrivo nel vederla passiva lasciarsi andare, remissiva stracciarsi addirittura le vesti dinanzi alla vicina Lecce, dal passato invece ben più scialbo. Tutti i miei interventi miravano a scuoterla dal torpore, a incitarla alla riscossa. Non escludo che si sia verificata all’epoca una sorta di identificazione con la città. Era me stessa forse che spingevo all’autorispetto delle vocazioni. Comunque Brindisi sembrò avvertire questo mio trasporto e proprio in quegli anni ebbe un sussulto di dignità significativo (4), evidente nei restauri degli antichi palazzi, ma anche nelle iniziative culturali che, quasi a recuperare un ritardo intollerabile, venivano addirittura dilatate nel tempo; non si andava a giornate, ma a settimane: la settimana della donna, la settimana gastronomica …
Dopo cinque anni mi sentii esausta, non per quanto avevo scritto (tanti scrivevano più di me), ma per l’entusiasmo profuso. «Ce la farà da sola – mi dissi – io non posso più esserle utile». E quando nel 1986 cominciai a pensare di cambiare casa, in realtà valutavo già la possibilità di cambiare città. Roma era la mia meta, poi il caso imperante ci portò invece a Modena. Ma prima di andare via mi lasciai affascinare dall’idea di una rivista letteraria, tramite la quale mantenere ugualmente il legame. Non era venuta a me direttamente, ma mi era stata sollecitata da Giulia Cuomo, una cara collega e amica, che mi seguiva nei miei lavori (la parte musicale del mio primo libro di poesia, Amsirutuf: enimma, fu eseguita al pianoforte per la prima volta a casa sua, ad opera di sua figlia Carla), e che io stimavo molto per il suo naturale autocontrollo, da me sempre vanamente inseguito.
«Perché non fondi una rivista letteraria? », mi disse Giulia, di botto, un giorno. Eravamo a casa mia, nello studio. Lei seduta con sua figlia sul divano. Io, in piedi vicino allo scrittoio, mi accingevo a versare il tè. Lo ricordo ancora vivamente perché la domanda mi bloccò. Rispondeva evidentemente a qualche mio recondito pensiero che aveva illuminato di colpo, come un flash (come per i sogni: ci portiamo nella veglia quelli che hanno per noi  un forte senso, esplicito o allegorico), caricandolo del suono allettante di una sfida. Che non potevo, dato il mio carattere, non accettare. Personalmente non ne sentivo il bisogno, avevo già contatti con alcune riviste, nel resto del Salento e altrove, dove potevo pubblicare, ma ad altri mancava questa opportunità. E mi sembrava un’ingiustizia, che la paladina che è in me non poteva tollerare. In giro, a Brindisi, allora, ma anche prima, solo pubblicazioni politiche o farraginose, che trattavano di tutto e di più, e dove l’immancabile angolo del racconto o della poesia era solo un corollario.
Niente di solo letterario, nessuna vetrina, palestra per i talenti locali e luogo di confronto con gli altri autori nazionali e non solo. Così,  mentre già pensavo al progetto grafico (che volevo insolito, particolare), presi subito i primi contatti con gli autori per me all’epoca più significativi e disponibili ad attivarsi in prima persona, per diffonderla, trovare abbonamenti, garantirne la sopravvivenza. Con loro mi sentivo per telefono o ci vedevamo alla spicciolata, in casa mia. Una sola la riunione plenaria, il 13 gennaio 1988, a partire dalle 18,30 (conservo tutte le agende dagli anni settanta ad oggi). Sempre in via Montebello 20. Li rivedo ancora tutti intorno al grande tavolo di marmo bianco del salotto, nella nuova mise di damasco blu (era bordeaux, a casa dei miei): Mimmo Tardio (appassionato di poesia, collaboratore e redattore di riviste, dirigeva il mensile Scuola e Sindacato); Gerardo Trisolino saggista e poeta (da poco aveva pubblicato La cravatta di Stolypin); Ettore Polito romanziere pluricollaudato (in seguito sarebbe entrato tra i finalisti del Premio Strega con La grande casa bianca, di cui il primo stralcio proprio sulla nostra rivista); l’ombroso, parco di parole, Sergio Sbrollini, autore della toccante Bruna che ridi (seppi poi dell’assurda fine nel 1990: sparato da un violento che aveva forse scambiato, in qualche circostanza,  il suo aplomb riservato per uno sgarro). C’era pure, accompagnato dal genero, Pietro Gatti, noto e stimato poeta dialettale di Ceglie Messapica: «È la prima volta che partecipo ad una iniziativa simile – precisò subito con una certa contenuta emozione – non ho esperienza in questo campo, spero però di potervi essere utile ». Quel giorno dovevamo decidere il nome della testata. Molte e curiose le proposte che circolavano: Aretusa, Arenaiuola, Poscriba, Poenare, Narpoe… Vinse quella di Ettore Polito: Gheminga. «È il nome che hanno dato ad una stella, fotografata solo ora dopo tante ricerche a vuoto. Ecco ne parla oggi il Corriere della sera», ci anticipò prima di leggerci l’articolo. Tutti fummo subito d’accordo nel ravvisarvi  un’allegoria della realtà letteraria brindisina, che c’era, ma non veniva giustamente considerata. Ne parlai nell’editoriale del numero 0, uscito a febbraio, e che mi piace qui riportare integralmente:
 «Che ci fosse, non si avevano dubbi: quale fonte di raggi gamma era una delle più potenti dell’universo, ma nessuno degli astronomi era mai riuscito ad individuarla precisamente. Fino allo scorso mese, quando due studiosi dell’Osservatorio di monte Palomar, ad Austin, nel Texas, l’hanno finalmente fotografata.
È una stella di neutroni azzurra, dalla luce molto fioca, al suo ultimo stadio di evoluzione, e che condensa in una superficie limitata una massa enorme. È la stella che, avendo sempre eluso le ricerche degli studiosi, è stata ribattezzata da Giovanni Bignami dell’Istituto di Fisica Cosmica di Milano, col nome di Gheminga: non c’è in dialetto meneghino.
I giornali ne hanno dato notizia il 13 gennaio, giorno in cui la redazione di questa nascente rivista era riunita intorno ad un tavolo proprio per decidere il nome da dare alla testata.
E la scelta è caduta concordemente su GHEMINGA per l’evidente analogia, più la dovuta carica d’ironia e compiaciuta enfatizzazione, dopo tanta astinenza dai piaceri della comunicazione, con la realtà letteraria del Brindisino.
Che c’è, esiste, produce i suoi influssi, talora anche per l’appunto gammizza, sulla scia di chi alfabetizza, ma nessuno l’ha mai correttamente focalizzata, per cui, come la stella azzurra, secondo Halpern, «rimane uno degli oggetti meno conosciuti dell’universo».
La nostra GHEMINGA quindi si pone il semplice obiettivo di essere spassionata ma qualificata vetrina della produzione letteraria nel Brindisino, senza mai comunque perdere di vista le voci più significative del resto del Salento e dell’intero panorama nazionale, lungo un itinerario progettuale che non potrà che delinearsi soltanto progressivamente nel tempo. Quando, grazie anche ad incontri, dibattiti e varie iniziative che la rivista intende promuovere, recuperati i lunghissimi anni di isolamento, più evidente potrà risultare la nostra “ecceità”.
Che andrà assolutamente salvaguardata, coltivata, ma continuamente confrontata a più livelli e senza confini di sorta. »
«Le nostre radici affondano sì in questa terra che, senza esaltarci, non ci dispiace, ma si diramano dappertutto. Ovunque c’è un uomo con i suoi tanti insoluti perché», concludevo, ma poi inspiegabilmente tolsi questa parte, che risultò solo come mia dichiarazione nell’articolo che annunciava la nascita della rivista.
Quanto al sottotitolo, scartammo la solita definizione di bollettino e accettammo subito il suggerimento lapidario di Sergio Sbrollini : «È meglio bollettario, quadrimestrale di letteratura, per via della grafica». Consistente appunto, dopo varie soluzioni, in un ampio bollettario (14,30 x 30) le cui pagine erano divise in madre e figlia da una linea tratteggiata. Nella madre le notizie bio-bibliografiche dell’autore, ed eventuali estratti critici sul suo lavoro, nella figlia il lavoro creativo, la prova da condividere con gli altri.
Gheminga, bollettario di letteratuta,
1988, n.0

Su quel numero 0 testi di tutti i redattori, una prosa del bravo Gianmarco Gallinari e poesie del giovane Giampaolo Papi, che nemmeno ventenne aveva già pubblicato due libri. La tiratura fu di 1111 copie, ampiamente distribuite e che subito riscossero attenzioni e abbonamenti. Lo stampammo ad Aradeo, presso  ArtiGrafiche Guido. Con il quale ebbi però un contenzioso per il numero 1 di Aprile. Me lo ritrovai pieno di errori: avevano ignorato le correzioni delle bozze. Fui costretta a diffidarlo, per lettera,  dal diffonderlo e passai poi per gli altri 3 numeri da Grafiche Panico di Galatina.

Gheminga, bollettario di letteratuta,
1988, n.1

Ma già dal numero 2, Agosto 1988, nel colophon la redazione e amministrazione risultava a Brindisi, in via Montebello 20, ma la direzione era a Modena, in Corso Canalchiaro 26.

Dove, per l’evolversi di una libera scelta (venuta meno un’opportunità a Roma), mi ero trasferita con la famiglia nel luglio, e dove Gheminga, nonostante i miei sforzi di tenuta, non superò il distacco. Le troppe difficoltà della lontananza ne bruciarono la scorza del sogno originario e, tra i contorcimenti, rimase un nudo semplice «Bollettario. quadrimestrale di scrittura e critica», oggi al 21° anno.
Ma le ceneri talora riservano sorprese…

NOTE
(1) Inizialmente il numero civico era 14.
(2) Rettifica. In realtà la mia prima abitazione a Brindisi è stata in  Piazza Sapri, 1 (l’ho appurato in seguito, mediante l’anagrafe della città). Non so per quali oscuri motivi io abbia memorizzato via Solferino. Per l’ubicazione del palazzo? un po’ arretrato rispetto a piazza Sapri, tanto da apparire piuttosto come ultima propaggine di via Solferino? così, posizionato di fronte a via Moncalieri? o per un cambio rapido di toponomastica? Prima Solferino (per es. nel contratto d’affitto), poi piazza Sapri? Lo strano è che all’anagrafe, da me consultata, risulta soltanto piazza Sapri 1(dal 12 giugno 1976) e via Montebello 14 (dal 1 ottobre 1979). Però proprio questo mi farebbe propendere per il contrario:  prima, impropriamente,  piazza Sapri, poi via Solferino; modifica mai registrata dall’anagrafe, per la quale è immutato anche il numero di via Montebello: 14, e non 20.  La cosa comunque mi incuriosisce, e appena possibile andrò alla ricerca dei documenti dell’epoca.
(3) Nadia Cavalera, “E il teatro va: ora pure le cifre lo confermano”, intervista a Carmelo Grassi, gestore del Cineteatro “Impero”, Quotidiano (Lecce-Brindisi-Taranto), 8 maggio 1985
(4)Fu riconosciuto dal vicedirettore di Quotidiano,  Antonio Maglio, in “Scritta sulle pietre”, una sua recensione de “I Palazzi di Brindisi”, su Quotidiano (Lecce-Brindisi-Taranto), Giovedì 28 maggio 1987: 

«Entusiasmo e grinta hanno avuto tuttavia un riconoscimento, non solo nella pubblicazione del libro che sta riscuotendo un lusinghiero successo, ma soprattutto nelle prime azioni di recupero che si stanno tentando in città: grazie all’Enichem si stanno restaurando le colonne terminali nella via Appia; le facciate, almeno, dei palazzi più significativi si stanno ripulendo; da più parti si parla di un recupero di Forte a Mare. Brindisi, insomma, sia pure lentamente, comincia a guardarsi indietro e a capire che la storia scritta sulla pietra non può essere abbandonata all’incuria del tempo e degli uomini. Sarebbe presuntuoso attribuire questa nuova coscienza a Nadia Cavalera e a «Quotidiano»; riconoscere, però, che l’uno e l’altra hanno avuto un ruolo – anche piccolo – in questa inversione di tendenza mi sembra doveroso. ».

 

Gheminga, bollettario di letteratura,
1988, n.1
Gheminga, bollettario di letteratura,
1988, n.3




 

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